IL MIO ZAINO NON È SOLO CARICO DI MATERIALI:
DENTRO CI SONO LA MIA EDUCAZIONE, I MIEI AFFETTI, I MIEI RICORDI,
IL MIO CARATTERE, LA MIA SOLITUDINE.
IN MONTAGNA NON PORTO IL MEGLIO DI ME STESSO:
PORTO ME STESSO, NEL BENE E NEL MALE.
Renato Casarotto

giovedì 18 luglio 2013

ll Cai, una storia lunga 150 anni


Le montagne uniscono (ed i fiumi dividono). Una massima che ha sempre avuto un grande valore per chi è nato o ha vissuto sulle Terre Alte. E quando Quintino Sella, nell'agosto del 1863, scalò il Monviso e pensò alla creazione di una società alpinistica, era accompagnato da Giacinto di Saint Robert e dal deputato calabrese Giovanni Barracco, perché la nuova creatura doveva essere nazionale, appena due anni dopo la proclamazione dell'Unità d'Italia. Formalmente il Cai, il Club Alpino Italiano, venne costituito a Torino il 23 ottobre del 1863, con 200 aderenti. Ed era la quarta società alpina europea.


Ora, però, si pongono nuove sfide. E non facili. La montagna del turismo di massa ha creato scompensi, anche tra chi vive nelle Terre Alte. Più business e meno cultura. Con le montagne che odorano di olio solare e non di fiori alpini. E con meno italiani sui sentieri più impervi e nei rifugi, dove aumentano gli alpinisti e gli escursionisti tedeschi, svizzeri, francesi, ed ora anche dell'Europa dell'Est. Italiani impigriti che non sono disposti a rinunciare alle comodità. Ma l'incapacità di capire il senso della rinuncia - prosegue Martini – si estende anche a chi considera le vette solo come una palestra: «Anche se il tempo sconsiglia l'ascesa, salgono lo stesso; perché han speso i soldi per la benzina e l'autostrada e non vogliono "sprecare" la giornata». Con le conseguenze inevitabili.
Oppure nascono i nuovi fenomeni, degli sky runner o del downhill. Con la montagna che, in fondo, rappresenta solo un piano inclinato dove mettersi alla prova correndo o scendendo con la bici. «Per noi – afferma il presidente del Cai – è fondamentale conoscere la montagna. E di corsa non si conosce nulla». E anche la crisi rischia di contribuire ad un approccio inadeguato. I soggiorni "mordi e fuggi" non sono l'ideale per capire un ambiente, una cultura, un modo di esistere. Con il rischio che dalla settimana di ferie ci si riduca ad un solo fine settimana. Per questo il Cai sta cercando di trovare nuove forme di collaborazione tra la montagna ed il piano, anche per rilanciare una presenza turistica in picchiata.

uno stralcio dell'intervista rilasciata al Sole 24 ore
Umberto Martini, presidente generale del Cai

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