IL MIO ZAINO NON È SOLO CARICO DI MATERIALI:
DENTRO CI SONO LA MIA EDUCAZIONE, I MIEI AFFETTI, I MIEI RICORDI,
IL MIO CARATTERE, LA MIA SOLITUDINE.
IN MONTAGNA NON PORTO IL MEGLIO DI ME STESSO:
PORTO ME STESSO, NEL BENE E NEL MALE.
Renato Casarotto

sabato 16 giugno 2018

Monte Grem...tra sole e nuvole...

Il Grem, si trova tra l'Alta Val Serina e la Val del Riso e domina sul versante sud-ovest l'abitato di Zambla e la conca di Oltre il Colle. Prima di arrivare alla croce che sovrasta la cima, si affronta la suggestiva cresta sud, che si raggiunge risalendo i vasti pascoli erbosi. Per il ritorno si scende sul versante opposto transitando dal bivacco Mistri e Telini. Lungo tutto l'anello si possono osservare splendide fioriture tra le quali l'aquilegia, la fritillaria, l'iris hispanica, l'orchis maculata, l'Anemone narcissino, Lilium Paradisea e la Pinguicola alpina (carnivora). I sentieri sono tutti ben segnalati, tranne il lungo tratto di raccordo tra il bivacco Telini e il sentiero 223.


Dall’autostrada A4 si esce al casello di Bergamo, per poi proseguire seguendo le indicazioni per la Valle Seriana. Giunti  a Ponte Nossa, si svolta a sinistra risalendo la Valle del Riso, fino a raggiungere il  Passo di Zambla, dove si lascia l’auto nel piccolo parcheggio sul lato destro (1263 m). 
Dal parcheggio seguendo le evidenti indicazioni sulle paline segnavia e i segnavia bianco/rossi, si inizia a seguire la stradina fino a un primo bivio. Continuando verso destra si scende leggermente arrivando in breve in località "La Santella", con la cappella dedicata alla Madonna di Caravaggio (1251 m). Dalla palina segnavia continuando a seguire il sentiero 223 verso sinistra, dopo un breve tratto in falsopiano, si scende giungendo in località Cascine Sinelli (1238 m). Tralasciata la stradina che sale a sinistra verso le cascine, in breve guidati dai segnavia si arriva al termine della strada sterrata, dove una palina segnavia ci invita a continuare sul sentiero a sinistra, mentre quello a destra conduce al rifugio Alpe Grem.  Seguendo il sentiero ben presto si arriva al successivo bivio, dove tralasciato il sentiero 238 che sale a sinistra, si prosegue diritti raggiungendo una cascina, oltre la quale giunti a un ulteriore bivio si svolta a sinistra seguendo il cartello con indicato il sentiero 223. Con una serie di tornanti si guadagna quota velocemente in un bel bosco di faggi, per poi uscire sui pascoli della Baita di Mezzo di Grem, che si raggiunge velocemente (1457 m). Risalendo un tratturo, in pochi minuti si raggiunge la palina segnavia, incrociando il sentiero 239 proveniente dalla Loc. Plazza (Oneta). In decisa salita si prosegue a sinistra risalendo gli ampi pascoli e dopo aver oltrepassata una grossa pozza d'acqua si arriva alla Baita Alta di Grem (1631 m). Poco più a monte della baita, si abbandona il sentiero 223 per il M. Grem e si prosegue a sinistra seguendo il sentiero a mezza costa, che in leggera salita conduce verso il crinale. Raggiunto l'ampio crinale, si svolta a destra iniziando la ripida ascesa fino a guadagnare la cresta finale. Si inizia a percorre la lunga cresta in direzione della croce sulla cima del M. Grem, che si raggiunge dopo alcuni saliscendi (2049 m), se si è fortunati si può godere di un panorama stupendo. Per il ritorno, dalla cima si scende sul lato opposto da cui si è arrivati, fino a raggiungere la palina segnavia nei pressi della Bocchetta di Grem, tra il Grem e la Cima Foppazzi (1976 m). Continuando a seguire il sentiero 223 in direzione del Bivacco Mistri/Rifugio Baita Golla/Bivacco Telini in breve si giunge alla seguente palina segnavia. Tralasciato il sentiero per il Monte Golla/Rifugio Baita Golla, si svolta a destra continuando a scendere, fino a raggiungere dopo alcuni minuti il Bivacco Mistri (1800 m). Abbandonato il sentiero 223, dalla palina segnavia si prosegue verso il Bivacco Telini seguendo il sentiero 263, che continua a scendere a mezzacosta fino a raggiungere la successiva palina segnavia. Tralasciato il sentiero a destra  che prosegue verso il Colle di Zambla e la Baita Alta di Grem (possibilità di abbreviare l'escursione), si risale l'ampio crinale a sinistra per un breve tratto, per poi proseguire in falsopiano fino a raggiungere la bella Madonnina del Bivacco Telini, del Gruppo Alpini di Gorno (1647 m). Dal bivacco si scende lungo il sentiero e in breve si arriva a un bivio, tralasciato le indicazioni a sinistra per la Forcella bassa/Alpe Grina (Gorno)/Premolo, si continua a scendere a destra seguendo il sentiero 263. Raggiunta dopo alcuni minuti un'ampia sella erbosa, nei pressi della quale si trova un cartello in legno con l'indicazione del bivacco, si abbandona il sentiero 263 e svoltando decisamente a destra si imbocca un vecchio sentiero, probabilmente usato dai minatori per raggiungere le miniere. Il sentiero non è contrassegnato e anche se poco utilizzato è ancora in buono stato. Con un lungo traverso seguendo le pieghe della montagna si arriva fino a una grossa pozza d'acqua dove il sentiero termina. Per esile traccia si continua a mezzacosta tra l'erba alta, passando accanto ad alcune baite, fino a incrociare nuovamente il sentiero 223. Da qui si ripercorre il medesimo itinerario fino al parcheggio del Passo di Zambla. 
Malati di Montagna: Renzo, Danilo, Lorenzo, Pg e il selvadego

Alben con cappello


panorama verso valle


Segnaletica lungo il sentiero


nel bosco...


sotto al maggiociondolo
La tradizione popolare vuole che sia una pianta con connotati negativi: un tempo, infatti, i suoi rami flessibili e resistenti servivano per costruire archi molto potenti e letali. Inoltre questa pianta risulta essere tossica se ingerita in una certa quantità. Il nome Maggiociondolo deriva dal periodo di fioritura della pianta (maggio) e dalla peculiare caratteristica dei suoi fiori che si presentano, raccolti in grappoli, di un colore giallo intenso che “ciondolano” dai suoi rami.


fuori dal bosco...


baita di mezzo


sentiero tra i fiori...


verso la cresta sud... le nuvole avanzano...!!!


verso la cima i panorami non mancano...


Monte Grem 2049 m...circondati dalle nuvole...
La croce posta in cima è stata trasportata a spalla a pezzi, è collocata in vetta nel lontano 1962 in memoria di Don Severino Tiraboschi di Gorno. 


si scende...


Dactylorhiza maculata
L'orchidea macchiata è una delle orchidee più comuni della fascia montana.


Paradisea liliastrum


Primula glaucescens (primula di Lombardia)


Iris graminea


Anemonaster narcissiflora


Fritillaria tubaeformis


Primula auricula
è una specie nel complesso piuttosto rara, in Italia è protetta, e quindi non deve essere raccolta


Pinguicola alpina
cattura insetti veramente minuscoli nelle foglie arricciate, alla base della piantina, che sono ricoperte di una sostanza viscosa


bivacco Mistri 1800 m
Il bivacco è situato alla base della Valle dell'Orso, sul versante sud del monte Grem


verso il bivacco...


Madonnina nei pressi del bivacco Telini 1647 m
di proprietà del Gruppo Alpini di Gorno


dettagli e traccia gpx 

martedì 12 giugno 2018

L'uomo dai sette cappelli


Tanti anni fa in una grotta sul monte Secco, in quel di Piazzatorre, viveva un tipo assai strano, che non si faceva mai vedere in paese, ma passava le sue giornate a lavorare nel bosco, tagliando la legna ed allevando qualche capra da cui ricavava quel poco di latte che gli serviva per tenersi in vita. Era vestito rozzamente, con una grossa maglia di lana grezza, dei pantaloni di fustagno pieni di toppe e un paio di zoccoli chiodati da cui spuntavano le dita dei piedi malamente coperte da calzini lisi e bucati da più parti. Particolare curioso ed inspiegabile del suo abbigliamento erano i cappellacci, ben sette, che teneva sempre calcati in testa, uno sopra l’altro, e da cui non si separava mai, forse nemmeno quando si coricava sullo sporco pagliericcio che gli fungeva da letto. Un giorno accadde che un cacciatore di Piazzatorre cercasse il suo cane che si era perso sulla montagna durante una lunga e infruttuosa battuta di caccia alla lepre. Calata la sera e fattosi buio, il cacciatore non poté proseguire le ricerche e decise di passare la notte al riparo di una vecchia e sgangherata baita che già era stata il suo provvidenziale rifugio qualche anno prima, durante un furioso temporale. Benché stanco per la lunga camminata, ebbe difficoltà a prender sonno, sia perché si era dovuto sdraiare sul freddo e nudo pavimento della baita, sia perché era preoccupato per il suo cane, un segugio dal pelo fulvo e dagli occhi cristallini, sempre in movimento e in cerca di qualche avventura, che tuttavia non si era mai allontanato dal suo padrone più di qualche ora, tornando sempre alla sua cuccia, soprattutto quando c’era da assaporare qualche gustoso bocconcino che il padrone gli propinava come premio dei suoi successi venatori. Finalmente la stanchezza ebbe il sopravvento e il cacciatore riuscì ad addormentarsi, ma nel colmo della notte si svegliò di soprassalto: gli era parso di udire in lontananza il guaito disperato del suo cane, il richiamo lamentoso dell’animale in pericolo. Si alzò, uscì dalla baita, tese l’orecchio e rimase in ascolto, ma nessun rumore proveniva dal bosco, se non il flebile scroscio di un ruscello e il richiamo rauco e lugubre di una civetta, ripetuto stancamente ad intervalli regolari. Trascorso parecchio tempo e convintosi di aver sognato, rientrò nella baita, ma non ci fu verso di riaddormentarsi. Così, ai primi chiarori dell’alba, lasciò il suo rifugio notturno e s’inoltrò nel bosco per riprendere le ricerche del cane. A un certo punto, dopo un paio d’ore di inutile girovagare senza una meta precisa, si ricordò di quello strano personaggio dai sette cappelli che gli era capitato qualche rara volta di intravedere ai margini del bosco e che al suo apparire si era affrettato a nascondersi nel fitto degli alberi. La dimora di quel tipo così poco socievole doveva essere in quella zona e forse il cane, stanco e affamato, aveva trovato ospitalità presso di lui. Non si sbagliava: l’uomo dai sette cappelli viveva proprio da quelle parti. Ma sarebbe stato meglio che vivesse migliaia di chilometri più lontano, perché il cacciatore lo incontrò, finalmente, nel fitto del bosco, appena dietro una siepe di arbusti e rovi. E si trattò di un incontro tragico. La scena che gli si presentò era terrificante: l’uomo dai sette cappelli, tutto sporco di sangue, era seduto a cavalcioni di un grosso tronco posto all’ingresso della grotta e con un lungo coltellaccio stava facendo a pezzi un animale, divorandone avidamente la carne, cruda e sanguinante. Ci volle solo un attimo al cacciatore per accorgersi che la povera preda era un cane, il suo fido segugio! Fuori di sé dal dolore e dalla rabbia, si lanciò contro quell’individuo, con furia omicida, ma l’altro si alzò di scatto e gli si rivoltò contro, minaccioso, brandendo il coltello e cercando di colpirlo. Per fortuna il primo fendente andò a vuoto e consentì al cacciatore di portarsi momentaneamente fuori tiro, ma poiché l’altro continuava a rincorrerlo, intenzionato ad ammazzarlo, dovette darsela a gambe e non si fermò finché non ebbe raggiunto il limitare del bosco. Poi, ormai salvo, riprese mestamente la via di casa, con l’animo angosciato per quanto era successo a lui e al suo povero cane. A Piazzatorre però la sua storia non fu creduta e tutti ritenevano che la macabra visione che il cacciatore continuava a descrivere nei minimi particolari fosse solo frutto della sua fantasia, magari innaffiata con qualche bicchiere di troppo. Gli amici dell’osteria, con i quali trascorreva le serate a giocare a carte, iniziarono a prendersi gioco di lui e a trattarlo da visionario. Quanto al cane, che non aveva ovviamente più fatto ritorno, cercavano di tranquillizzarne il proprietario sostenendo che si era preso una vacanza avventurosa e che avrebbe ben presto fatto ritorno a casa, una volta spenti i bollori della scappatella con qualche cagnetta dei paesi vicini. Così, col passare dei giorni anche il cacciatore finì per convincersi di essersi sognato tutto e tornò a nutrire una pur timida speranza nel ritorno del suo cane. Ma avvicinandosi la brutta stagione, uno di quegli amici che avevano tanto deriso il malcapitato cacciatore, forse il più incredulo, si trovò un giorno, sul far del tramonto, a passare dalle parti del monte Secco. Era salito fin lassù in cerca di funghi che nella stagione autunnale crescono abbondanti in quella zona. Inoltratosi nel bosco, giunse senza saperlo vicino alla grotta dell’uomo dai sette cappelli. Alzato lo sguardo, rimase impietrito dalla scena che apparve ai suoi occhi: l’uomo dai sette cappelli era lì, davanti a lui, e cercava di tenere a bada tre lupi famelici che, ringhiando sinistramente stavano dilaniando il cadavere di un povero uomo. L’orribile spettacolo paralizzò il cercatore di funghi che per un attimo si sentì perduto. Per fortuna la sua presenza passò inosservata, così, con grande cautela, riuscì ad allontanarsi e a darsi a precipitosa fuga verso casa. Gli ci volle parecchio tempo per riprendere l’orientamento; ormai si era fatto buio e procedeva a tentoni nel fitto della boscaglia. La luna filtrava tra gli alberi e proiettava sul terreno ombre terrificanti di mostri che sembravano ghermirlo con poderose zampe munite di artigli affilati e il vento contribuiva a questo gioco spaventoso, rendendo i fantasmi del bosco più sinuosi ed angoscianti. Più morto che vivo, arrivò in paese, chiamò alcuni amici, tra cui il cacciatore che aveva perso il cane, raccontò loro la sua terribile esperienza e li convinse ad organizzare una battuta di caccia al mostro del monte Secco. Con precauzione e in preda a una sorda paura, il mattino seguente il gruppetto raggiunse le pendici della montagna, penetrò nel bosco e arrivò fino alla grotta. All’esterno, seduto sul tronco d’albero, c’era l’uomo dai sette cappelli che stava consumando il suo orrido pasto con i resti umani lasciati dalle tre belve, le quali, ormai sazie, sonnecchiavano sdraiate ai suoi piedi. Una nutrita scarica di fucilate squarciò il silenzio della montagna. Raggiunto da numerosi colpi, l’uomo dai sette cappelli ebbe ancora la forza di alzarsi, rimase un attimo in piedi, con uno sguardo dolorosamente stupito, poi stramazzò al suolo senza un lamento. Anche i lupi, colpiti a morte nel sonno, si accasciarono in una pozza di sangue. Poi, con grande sorpresa dei cacciatori, l’uomo e le bestie scomparvero sotto terra senza lasciare una minima traccia della loro presenza. I cacciatori, dopo aver a lungo, ma inutilmente cercato qualche indizio che rivelasse l’identità di quel misterioso individuo, se ne tornarono a Piazzatorre dove raccontarono l’accaduto. Da allora questa storia viene sempre narrata dai nonni ai loro nipotini nelle lunghe serate d’inverno, e anche adesso che la televisione ha cancellato il gusto di ascoltare le storie, c’è ancora qualche bambino che di notte sogna brutti incontri con l’uomo dai sette cappelli!

domenica 10 giugno 2018

Il grande arco naturale della Valle di Pegherolo

Il maestoso Arco di Pegherolo, deve la sua forma a fenomeni di corrosione della roccia calcarea, che nel tempo hanno generato una grande cavità poi demolita e messa a giorno da successive fasi erosive. 



Il gruppo montuoso Cavallo-Pegherolo-Secco costituisce  un “klippe”, ovvero una sorta di “scoglio” calcareo che l’orogenesi alpina ha abbandonato sopra una distesa di più antiche rocce metamorfiche, dalle quali si differenzia per il colore più chiaro, la morfologia più tormentata e la diffusa presenza di forme carsiche, di cui l’Arco è l’emblema. 




Escursione ad anello di tutto rispetto che si svolge nell'Alta Valle Brembana, attraversando fitti boschi e regalando splendidi panorami, in una zona poco conosciuta e quasi inesplorata.. L'Arco del Pegherolo si raggiunge dopo un erto sentiero, che non da mai possibilità di poter riprendere fiato. Suggestivo il panorama sulla Valle del Pegherolo, un piccolo angolo di dolomiti, nel cuore delle Orobie, dove è ambientata la famosissima leggenda dell’ “Uomo dai sette Cappelli“.

Da Milano si segue l'autostrada A4 fino all'uscita di Dalmine, per poi proseguire sulla statale 470 Dalmine/Villa D’Almè. Alla rotonda di Villa D’Almè si seguono le indicazioni per San Pellegrino Terme, per poi continuare in direzione del Passo San Marco. Oltrepassato Olmo al Brembo, si prosegue ancora per alcuni chilometri fino alla deviazione sulla destra per Piazzatore. La macchina la si può lasciare all'ingresso del paese nei pressi della chiesa parrocchiale di S. Giacomo Maggiore in alto sulla sinistra, punto di partenza, oppure poco più avanti nel comodo parcheggio a  destra vicino all’Ufficio Turistico (850 m). Dalla chiesa si sale al cimitero, per poi risalire la scalinata a destra, raggiungendo la palina segnavia, dalla quale si inizia a seguire le indicazioni dell’Itinerario “Da Piazzatorre all’Arco, nella Valle di Pegherolo”. Se si è partiti dal parcheggio, poco prima di risalire la strada verso la chiesa, si possono seguire sulla destra le indicazioni per Mezzoldo, incrociando poco più a monte il sentiero menzionato precedentemente. Si inizia a seguire l’ampio sentiero in falsopiano in un bel bosco di faggi, alternando anche alcuni saliscendi. Oltrepassato un caratteristico sperone roccioso e subito dopo una baita, si arriva al bivio in località Malicco. Tralasciato il sentiero a sinistra per Mezzoldo, da cui poi faremo ritorno, si prosegue seguendo le chiare indicazioni per l'Arco di Pegherolo. In costante salita si taglia le pendici settentrionali della Costa del Taino, per poi proseguire ai piedi di una bastionata rocciosa, fino alla palina segnavia sotto all’ultima prominenza rocciosa. Continuando a sinistra in breve si attraversa una conca con alcuni massi, per poi raggiungere il bordo della Valle di Pegherolo. Si attraversa la valle guadando il torrente normalmente in secca, per poi riprendere a salire sul lato opposto seguendo le indicazioni sulla palina segnavia. Poco dopo giunti a un bivio contrassegnato da un masso a terra, si tralascia la traccia a destra e in breve si raggiunge una palina segnavia. Abbandonato momentaneamente il sentiero per i Prati di Pegherolo, da cui poi si farà ritorno, si svolta a destra iniziando la parte più faticosa dell'escursione. Seguendo con attenzione i bolli gialli, si inizia a salire nel bosco, nel primo tratto costantemente con un lungo traverso e nell’ultimo tratto ripidamente con una serie di svolte fino a raggiungere la radura sopra cui si erge maestoso l’Arco di Pegherolo (1680 m). Continuando a seguire il sentiero verso destra si arriva a un colletto, oltre il quale piegando a sinistra si raggiunge un bel punto panoramico, dal dove si può ammirare il M. Pegherolo e la sottostante valle, con le caratteristiche formazioni rocciose (1800 m). Per il ritorno si ripercorre il medesimo sentiero fino alla palina segnavia, per poi proseguire con un lungo traverso nel bosco fino alla località Prati di Pegherolo. Attraversati i prati si piega verso sinistra scendendo tra le case di Sambiör, dove una palina segnavia indica verso destra la mulattiera che si dovrà seguire in direzione dei pascoli dell’Alpe Monte Cavallo. Dopo alcuni minuti, arrivati a un bivio, si tralascia l'indicazione a destra per il M. Cavallo e si continua a scendere seguendo il segnavia 134, fino a raggiungere la  fresca fontana di Sambiör con accanto una crocifisso. Si continua a scendere in direzione del fondovalle con una serie di svolte fino a raggiungere il ponte con il quale si attraversa nuovamente la Valle di Pegherolo. Sul lato opposto si inizia a percorrere una strada agro-silvo-pastorale per un breve tratto fino all'altezza di una fontana sulla sinistra. Abbandonata la sterrata si seguono le indicazioni sulla palina segnavia verso Piazzole, il sentiero inizia a salire fino a raggiungere nuovamente il bivio presso Malicco, da qui si ripercorre il tracciato dell’andata.
Malati di Montagna: Franco, Renzo, Lorenzo, Danilo e il Selvadego

Il guado del torrente...meno male che non è in piena...!!!


Non è importante la meta finale, ma le esperienze che si vivono lungo il percorso.




Prati di Pegherolo...un'oasi verde



un tratto di sentiero prima dell'arco...


dettagli e traccia gpx 

sabato 9 giugno 2018

Librerie Antiquarie di Montagna

Mostra Mercato Internazionale 2018
sabato 29 e domenica 30 settembre
Verrès, Valle D’Aosta

Giunta alla 16° edizione la mostra di Verrès: solo libri, insieme a stampe, manifesti e “memorabilia” cartacei che riguardino la montagna in tutti i suoi aspetti. Gli appassionati lo sanno e per questo sono felici di accorrere ogni anno: qui i libri di montagna non sono una buona, o una gran parte del materiale disponibile, no qui ci sono proprio solo libri di montagna! E questa è una gioia.
Chi conosce anche solo superficialmente il settore sa che intorno alla montagna si è scritto e stampato e illustrato moltissimo. E sicuramente, la montagna, è una delle tematiche più collezionate.
A Verrès gli espositori sono ogni anno almeno venti, italiani, francesi, svizzeri, austriaci, talvolta anche inglesi e tedeschi. Il numero non sembra grande, ma lo è, eccome.  In nessun altro posto si possono trovare in vendita contemporaneamente, visibili, sfogliabili e in qualche misura “contrattabili” tanti libri, stampe e manifesti di montagna, alpinismo, guide (alpinistiche, escursionistiche di arrampicata…), sci, storia dei paesi e delle genti, turismo alpino, artigianato, gastronomia, medicina e perfino guerra di montagna. Prezzi che sono nell’ordine delle poche decine di Euro più spesso che in quello delle centinaia e talvolta delle migliaia.


La storia della mostra di Verres nelle parole della organizzatrice, Luisella Di Stazio
In passato, con mio marito Raffaele Sitzia ogni anno partecipavamo con altri colleghi alla mostra delle librerie antiquarie di montagna nell’ambito del Film Festival di Trento. I primi anni eravamo in molti e a mio marito venne l’idea di organizzare una mostra simile, nella nostra zona. Il primo anno facemmo una prova di un solo giorno con alcuni amici. Fummo ospitati in una saletta del civico Museo P.A. Garda ad Ivrea. L’esperimento andò bene, fummo tutti entusiasti tanto che l’anno successivo prolungammo la mostra a due giorni (sabato e domenica) com’ è tuttora. Per alcuni anni continuammo ad Ivrea, poi ci trasferimmo a Verrès, presso il salone “Le Murasse”, messo a disposizione dalla Comunità montana “Evançon”. La collocazione è ideale e particolarmente adatta a questo tipo di mostra. Tra l’altro, all’esterno, si può godere di un panorama stupendo.
I Verreziesi ci hanno accolti benissimo. L’amministrazione comunale si è detta da subito entusiasta dell’idea, supportandoci nella parte logistica ed aiutandoci in tutti i modi possibili.
Qualche anno fa mio marito è mancato ed io ho deciso di continuare ad organizzare questa mostra, sostenuta da tutte le componenti del comune e dagli espositori, ma anche dall’entusiasmo dei visitatori, che arrivano ogni anno sempre più numerosi. Per me l’impegno è notevole, ogni anno cerco di promuovere e migliorare sempre più la mostra che ormai è divenuta la più importante del settore. L’amministrazione comunale mi supporta efficacemente mettendomi a disposizione materiale pubblicitario, manodopera, accessori e quant’altro utile alla buona riuscita della manifestazione.

16^ edizione a Verres (AO) – 22^ dalla nascita dell’evento ad Ivrea (TO).
Salone “Le Murasses” a duecento metri dal casello di Verres della autostrada della Valle d’Aosta la A5.
Orario:
Sabato 29 settembre dalle 10.00 alle 19.00
Domenica 30 settembre dalle 10.00 alle 18.00
Ingresso libero.
(con aggiornamenti e anteprime dei “pezzi” esposti).
Info: +39 3337406364

sabato 2 giugno 2018

Le Peonie di La Borney

In Valle d'Aosta esistono poche zone di fioritura della peonia, quella più conosciuta è quella del Col Finestra sopra a Perloz, questa zona tra Issogne ed Arnad invece è meno frequentata pur essendo altrettanto bella. Logicamente l'itinerario si può effettuare in qualsiasi periodo dell'anno ma se si vuole la fioritura della peonia il periodo è molto ristretto e può variare a seconda delle condizioni meteorologiche della primavera.


Escursione ad anello su sentieri discretamente segnalati, attraversando zone molto selvagge e pochissimo frequentate dagli escursionisti.

Dall’autostrada A5 si prende l'uscita di Verrès, per poi svoltare svoltare a destra in direzione di Torino. Oltrepassata una rotonda e un semaforo, alla successiva rotonda svoltare a destra in direzione di Issogne. Si attraversa l'abitato passando accanto al castello e alla chiesa di S. Rocco, per poi proseguire a monte dell’abitato in direzione di Pianfey. Giunti a un bivio con una piccola cappella votiva, si tralascia la strada a destra e si inizia a salire con diversi tornanti il versante boscoso della montagna, fino a raggiungere un ampio tornante con una fontana sulla sinistra e una piccola cappella votiva (980 m). Parcheggiata l'auto nei pochi posti disponibili, dalla palina segnavia si inizia a seguire le indicazioni per il Col de Plan Fenetre (2A). Dopo aver percorso un breve tratto di strada sterrata si arriva a un bivio, seguendo l’indicazione a sinistra per Cresta/Maison Sala/Borney, si imbocca il sentiero che sale a mezzacosta. Dopo pochi minuti si raggiungere una zona molto ripida, che si supera grazie a una serie di ripidi tornanti costruiti con delle passerelle in legno, oltre le quali in breve si arriva alla radura dove è posta l’alpe Cresta (1000 m). Dalla palina segnavia si abbandona il sentiero che prosegue diritto e dal quale poi si farà ritorno e si svolta decisamente a destra in direzione dell'Alpe La Borney/Col de Plan Fenetre (1C). Si sale per un breve tratto nell'erba, per poi proseguire verso sinistra in un bel bosco di faggi. Dopo alcuni minuti si tralascia il sentiero a destra per l'Alpe Montagna/Col de Plan Fenetre (2B), per poi proseguire in uno stretto valloncello. Attraversato il torrente su una passerella in legno alquanto scivolosa, si riprende a salire raggiungendo una baita in legno. Il sentiero continua nel bosco fino a raggiungere la fontana di Maison Sala, prima della quale il sentiero svolta decisamente a destra. Con alcuni tornanti si guadagna quota ripidamente, per poi proseguire in falsopiano fino a raggiungere la radura dell'alpe Borney (1520 m). Nella stagione della fioritura, sopra alla bella baita ristrutturata e sul pendio sottostante, si possono trovare alcune specie floreali, tra cui un notevole numero di Peonie, splendido il panorama verso il fondovalle, con sullo sfondo la catena del Monte Rosa. Per il ritorno dalla palina segnavia si tralascia il sentiero 2A che sale verso il Col de Plan-Fenetre (EE) e si scende verso la fontana seguendo una labile traccia tra i rododendri. Raggiunte le sottostanti baite adossate alla roccia, il sentiero ora diventa evidente e scende con diverse svolte nel bosco, fino a raggiungere Chavanne (1248 m). Dalla fontana si svolta a sinistra e dopo aver perso leggermente quota, si sale per un breve tratto verso sinistra, per poi proseguire fino a raggiungere la baita ristrutturata di Gran Perloz (1266 m). Si attraversa il prato verso destra in direzione della teleferica, prima della quale si riprende a scendere seguendo il sentiero a destra che in pochi minuti conduce alle baite di Petit Perloz (1187 m), con una splendida baita in legno. Dalla palina segnavia si scende a sinistra seguendo le indicazioni per Issogne (1). Dopo aver attraversato un torrente su un ponticello in legno, si sale per un breve tratto arrivando nuovamente all'alpe Cresta. Da qui si ripercorre il medesimo itinerario fino alla macchina.
Malati di Montagna: Patrizia, Giuseppe, Renzo, Pg e il selvadego

La Peonia (paeonia officinalis L. subsp. Officinalis) specie europeo-caucasica, vive nei boschi chiari di latifoglie, è rara e distribuita in pochi siti nell’arco alpino e nell’Appennino fino all’Abruzzo.



La Peonia è sicuramente una delle perle botaniche delle Alpi, non solo perché così rara, ma anche per la grandezza e la bellezza dei suoi fiori. Fiorisce in centinaia di esemplari da fine maggio a metà giugno colorando di intense macchie rosso fucsia il brillante verde dei prati e le grigie pietraie intervallate da conifere e faggi. Chiamata “Rosa pasqua” dagli abitanti del luogo può essere a giusto titolo considerata la Regina dei Pascoli anche se evitata dagli animali.


La Peonia è protetta da una legge della Regione Valle d’Aosta del 1977 che ne vieta la raccolta e il Corpo Forestale ne assicura il rispetto sorvegliando costantemente questa zona.


Borney



non solo peonie...


punti panoramici...



belle cascatelle...


sentieri suggestivi...




boschi rilassanti



con l'arrivo dell'estate arrivano anche loro


by Giuseppe




dettagli e traccia gpx