Il mio zaino non è solo carico di materiali:
dentro ci sono la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi,
il mio carattere, la mia solitudine.
In montagna non porto il meglio di me stesso:
porto me stesso, nel bene e nel male
Renato Casarotto

mercoledì 24 febbraio 2016

La leggenda del lago di Garda

Nel luogo dove oggi si trova la placida distesa d'acqua di un grande lago, un tempo sorgeva l'antico paese di Garda.
Arrivò un giorno in paese un avido ingegnere che sosteneva di poter procurare acqua in quantità, semplicemente costruendo un pozzo nel punto che lui avrebbe indicato. In cambio dei suoi servigi si sarebbe accontentato di ricevere in dono gli arredi della chiesa e dell'altare. Nessuno si accorse che dietro le vesti dell'ingegnere si celava il diavolo in persona. I lavori iniziarono e si protrassero per lungo tempo senza ottenere alcun risultato: nemmeno una goccia d'acqua stillava dal pozzo che ormai aveva raggiunto una profondità inaudita.
L'impazienza e la delusione crebbero a tal punto che tutti furono concordi nel decretare la fine di quell'inutile sperpero di denaro ed energie se entro il giorno successivo dal pozzo non fosse sgorgata l'acqua. Ma quando fu convocato, l'astuto ingegnere sorprese tutti sostenendo che l'impresa era ormai terminata, non restava altro da fare che gettare nel profondo pozzo le campane benedette, ed allora sarebbe sgorgata tant'acqua da sommergere l'intero paese.
La gente di Garda, poco timorata di Dio ed esasperata dalla mancanza d'acqua e dall'inutile speranza, sacrificò senza ritegno le campane della chiesa.
Ma non appena l'ultima campana scomparve nelle profondità del pozzo, improvvisamente si apri un'immensa voragine da cui sgorgava una tale quantità d'acqua che in breve tempo tutto il paese fu sommerso, senza che gli abitanti avessero modo di mettersi in salvo. Le acque coprirono tutto e cancellarono ogni traccia del paese di Garda e dei suoi abitanti.


domenica 21 febbraio 2016

Il Monte Comer...un balcone sul Lago di Garda

Anello panoramico verso il Lago di Garda e le cime che lo circondano, con il Baldo in primo piano. La salita all'eremo di S. Valentino può essere già di per se stessa appagante, il proseguimento verso il pulpito, tramite il sentiero attrezzato, è riservato esclusivamente a escursionisti esperti (EE). Dalla Cima Comer al Monte Denervo è un susseguirsi di immagini straordinarie, che rimarranno per sempre impresse nella nostra mente.

Dall'autostrada A4 (Milano-Venezia) si prende l'uscita di Brescia est e si continua in direzione di Salò. Arrivati a Gargnano si percorre la suggestiva strada panoramica SP9, fino a raggiungere il parcheggio della frazione Sasso (550 m). Seguendo le indicazioni si percorrono i caratteristici vicoli acciottolati fino a raggiungere una vecchia fontana, da qui prende avvio la mulattiera segnalata con il n. 31 (Cima Comer/Briano/S. Valentino). Usciti dal paese si entra nel bosco e si inizia a salire fino a raggiungere un punto panoramico sul lago di Garda. Proseguendo in pochi minuti si arriva a un bivio, tralasciato il sentiero a sinistra da dove poi faremo ritorno (segnavia 31), si prosegue verso l'eremo di San Valentino. Scesi per un ripido e stretto canale roccioso, in breve si raggiunge la porta in legno che indica l'ingresso all'area dell'eremo di San Valentino, una pausa è d'obbligo per visitare l'interno della chiesa e l'eremo. Il silenzio (se si ha la fortuna di essere soli) e la splendida vista sul lago e sul monte Baldo, rendono questo luogo unico. Alla destra del complesso inizia il tratto attrezzato che conduce verso il Pulpito e la Cima Comer. Il sentiero è attrezzato con un cavo metallico, ed è riservato a chi ha un minimo di esperienza in montagna (attenzione alle eventuali cadute di sassi), ai meno esperti e ai bambini che vogliano salire alla cima Comer, si consiglia di ritornare al bivio. Terminato il tratto attrezzato si piega verso destra e percorsi pochi metri, si abbandona momentaneamente il sentiero, per salire con una breve deviazione a destra verso “il Pulpito” (787 m), un punto panoramico a picco sul Lago di Garda. Ritornati sul sentiero, poco dopo si tralascia il sentiero che scende verso "il Dito" e continuando a salire ci si innesta sul sentiero 31 proveniente da sinistra. Al bivio successivo si continua a salire diritti, seguendo l'indicazione per la Cima Comer, a sinistra il sentiero prosegue invece per Briano/rif. Alpini. Arrivati a un capanno di caccia in lamiera, si prosegue diritti seguendo il sentiero 31 indicato su un sasso, tralasciando i sentieri a sinistra per Briano e a destra per Muslone.
Dopo quest’ultimo tratto di salita, poco prima d'arrivare sulla cima, si raggiunge un osservatorio per il monitoraggio della migrazione dei rapaci diurni, con vicino un pannello didattico. Arrivati sul monte Comer (1279 m), oltre a una croce in metallo con accanto una statua della Madonna, la cima è caratterizzata da un cumulo di pietre, con appoggiate delle croci in legno. Grazie alla sua posizione centrale, si domina in tutta la sua vastità il lago, impressiona davanti a noi il gruppo del Baldo, con le sue vette ed i canaloni di origine glaciale. Per il ritorno scendiamo seguendo il crinale sul lato opposto da dove siamo saliti (segnavia 31). Al primo incrocio, si ignora il sentiero a destra per Muslone e quello a sinistra per Briano e al secondo incrocio si prosegue seguendo il segnavia 32 per la Cima Denervo, ignorando il segnavia 35 a destra per malga Premaur e il 32 a sinistra per Briano. Si riprende a salire ripidamente e dopo aver oltrepassato un traliccio, in breve si arriva sul Monte Denervo 1459 m, questa montagna non ha una cima vera e propria, ma una cresta allargata quasi pianeggiante. Continuando a seguire il sentiero, si raggiunge in pochi minuti un'antica cascina in pietra, forse ancora utilizzata oggi come ricovero per gli animali. Si rientra nel bosco per un breve tratto, per poi uscire nei pressi di una grande radura, dalla quale si inizia a scendere ripidamente fino a raggiungere le sottostanti baite della Malga Denervo 1373 m. Splendido il panorama verso il Tremalzo, Cima Caplone, Cima Tombea e le vette innevate del Carè Alto e delle Dolomiti del Brenta. Tralasciato a destra il segnavia 35 per Muslone e il 39 che prosegue diritto, si piega decisamente a sinistra seguendo il segnavia 32. Il sentiero scende all'interno del bosco e dopo una serie di ampi tornanti raggiunge la località Briano (1002 m). Costeggiando la recinzione sulla sinistra si prosegue in falsopiano fino a incrociare la strada asfaltata che si segue verso sinistra. Arrivati nei pressi di un colletto, si tralasciano le prime indicazioni a sinistra per cima Comer (31) - monte Denervo (32), per imboccare dopo pochi metri il sentiero indicato dalla palina segnavia per Sasso (31a). Si inizia a scendere nel bosco fino ad arrivare a un caratteristico ponticello in legno, oltre il quale in pochi minuti si arriva al bivio incontrato al mattino. Da qui in poi si ripercorre il medesimo sentiero fatto al mattino.
Malati di Montagna: Pg, Lorenzo, Danilo e l'Homo Selvadego

oggi era difficile non soffermarsi per ammirare il panorama...


Eremo di San Valentino
La storia narra che questa chiesa fu eretta dagli abitanti del paese come voto, dopo essere riusciti a scappare all’epidemia di peste che flagellò il paese nel 1630, rifugiandosi proprio sul Monte Comer, dietro al Denervo. L'eremo fu abitato tra tre eremiti: il primo visse qui nel 1684, il secondo nel 1760 e l’ultimo, Geremia Paladini, che si narra vivesse qui per fuggire agli obblighi di leva sotto la dominazione Austriaca.


dall'eremo uno sguardo verso il mondo esterno...


dal pulpito


Monte Comer 1279 m


Monte Denervo 1459 m


il solitario...



sabato 13 febbraio 2016

Sui sentieri degli ultimi Taragn a Sorzano

Si ripercorrono tracce di memoria collettiva, rimaste di generazioni che si sono succedute nell'area del Parco del Monte Fenera, per meglio comprendere quanto è importante la difesa del passato e l'armonioso equilibrio esistente tra l'ambiente, la natura e l'uomo.

Dall'autostrada A26 uscire a Ghemme/Romagnano Sesia e continuare sulla SS 299 in direzione di Romagnano Sesia. Oltrepassati i comuni di Romagnano Sesia, Grignasco, proseguire sulla SP 75 e superato il comune di Borgosesia, continuare sulla SP 76 seguendo le indicazioni per Valduggia. Dopo pochi minuti si svolta a destra verso le Località Cantone/Raschetto/Arlezze/Rasco/Castagnola.
Arrivati a Rasco (738 m) si lascia l'auto nella piazza Consorzio Boschivo Terrieri (pochi posti disponibili) o lungo la strada.
Si inizia percorrendo la strada carrozzabile in direzione di Castagnola che transita a poca distanza dal diroccato oratorio della Madonna della Rosàa. Dopo circa 10 minuti, un centinaio di metri prima di raggiungere Castagnola, in corrispondenza di una pannello didattico del Parco Monte Fenera, si imbocca sulla sinistra una ripida stradina sterrata per Sorzano, contrassegnata dal segnavia 795. Dopo qualche decina di metri raggiunto il serbatoio dell'acquedotto Castagnola-Maretti, la pendenza diminuisce e man mano che si procede la strada diventa quasi pianeggiante, snodandosi sul versante che guarda verso il comune novarese di Gargallo. Tra le fronde degli alberi, s'intravedono le frazioni meridionali di Valduggia: Valgemella, Cà Ciotino, Cavagliasche, Sizzone e Soliva, ora quasi tutte disabitate per gran parte dell'anno. Dopo un quarto d'ora si raggiunge la ormai diroccata chiesetta di S. Grato (810 m), quasi sepolta da una piantagione di abete rosso, dopo aver toccato il punto più alto di tutto il percorso (815 m). Si scende per un breve tratto e si prosegue ancora in piano con alcuni leggeri saliscendi arrivando a un'area aperta rivolta a sud, chiamata "Piana dei Ginepri", con vista sulla valle del Sizzone, il borgomanerese e l'alto novarese. Giunti ad un bivio segnalato da una croce in legno, costruita da Enrico Viotti l’ultimo degli abitanti di Sorzano, nel giorno dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II, si prosegue a destra verso Soliva.
Arrivati a Sorzano, tra secolari castagni da frutto si incontra un nucleo abitativo del 1700 caratterizzato da fabbricati rurali, con i caratteristici tetti ricoperti in paglia di segale, conosciuti col nome di "taragn". Dalla palina segnavia si segue il sentiero a destra passando accanto a uno dei taragn. Superati un paio di ruscelli, si inizia a scendere decisamente nel fitto bosco di castagno arrivando in corrispondenza del punto più basso del percorso. Attraversato il rio Fanteria su un ponte in legno, si riprende a salire raggiungendo la frazione Bertagnina costituita da più nuclei abitativi. Una breve deviazione a destra conduce alla cappella Prinetti, edificata a ricordo di un eccidio perpetrato dai nazifascisti nell'agosto del 1944. Ritornati sui propri passi in breve si raggiunge la cascina Lanfranchini e dopo aver visto la chiesa di San Carlo, dalla palina segnavia si prosegue sul sentiero 765 denominato "degli Ozenghi". Quasi in piano si arriva alla lapide del partigiano Arturo Biella, morto durante un'imboscata, accortosi che il suo comandante era stato ferito a morte, anziché porsi in salvo, rimaneva in suo aiuto cadendo così al suo fianco. Proseguendo all'ombra di vecchi castagni, faggi e betulle si arriva a un bivio, si prosegue sul sentiero a destra contrassegnato 765, con scorci panoramici su Valduggia, le sue frazioni e la valle di Cellio. In una quiete e un silenzio quasi irreali, si arriva sul sagrato della chiesa di S. Antonio a Rasco.
Malati di Montagna: Pg, Danilo e l'Homo Selvadego

I  “taragn” 
Sono edifici costituiti nella parte superiore da un particolare tetto in paglia di segale, molto spiovente per permettere lo scorrimento veloce dell’acqua piovana e lo scarico continuo della neve invernale; le mura perimetrali dell’abitazione sono di sasso “a secco” e la pavimentazione è in terra battuta; per quest’ultima particolarità si presume che il termine dialettale “taragn” possa derivare dal latino terraneus. L’origine dei “taragn” del Monte Fenera è molto antica. Alcuni documenti attestano l’esistenza nell’area di tale pratica costruttiva già nell’Alto Medioevo; del resto in tutta la bassa Valsesia questo tipo di costruzione venne mantenuta inalterata fino a tutto il Settecento. A causa della facile propensione alla combustione di queste coperture si iniziò a sostituirle con materiali più idonei, così questi esemplari di antichi abituri scomparvero piuttosto rapidamente. 




Oratorio di San Grato


l'incanto del bosco...



Oratorio della Madonna della Rosàa
All’altare, per un miracolo forse, un grazioso affresco con la Madonna e S. Francesco sembra essere l’unica cosa intatta del complesso. La sua posizione centrale e il suo staccarsi dalla rovina circostante non può non richiamare l’attenzione anche dell’osservatore più distratto, e il suo sfidare il tempo e l’incuria ha del prodigioso e del commovente.



sabato 6 febbraio 2016

Sgambata sulla panoramica cima del Linzone

Il monte Linzone o Linzù in bergamasco fa parte delle Prealpi Bergamasche, la cima anche se di poco inferiore ai 1400 m offre un bellissimo panorama a 360°.

Dall’autostrada A4 si esce a Dalmine, per poi proseguire in direzione della Valle Imagna. Al km 12 lungo la SS342, prendere l'uscita Valle Imagna e raggiunto l'abitato di Almenno S. Bartolomeo, seguire le indicazioni per Roncola.
Arrivati a Roncola proseguire sulla strada principale raggiungendo la parte alta del paese. Seguendo a sinistra Via Roncola Alta si tralascia un primo parcheggio sulla sinistra e si continua fino ad arrivare a un ulteriore piccolo parcheggio, a poca distanza da un pannello raffigurante una cartina con i principali sentieri della zona.
Si prosegue per un breve tratto sulla strada asfalta, per poi abbandonarla in prossimità di una palina segnavia. Continuando ora sulla strada sterrata verso Piazzola/Curtafè/Sentiero dei Pascoli, in pochi minuti si arriva a Piazzola (1050 m). Imboccato il sentiero a sinistra verso di Ruch/Curtafè, in leggera pendenza tra due muretti a secco si arriva a Ruch (1055 m). Tralasciato il sentiero a destra da dove poi faremo ritorno, si continua per un breve tratto diritti, per poi piegare verso sinistra. Dopo pochi minuti, oltrepassato il Roccolo, si giunge alla palina segnavia in località Curtafè (1060 m). Seguendo ora alcuni bolli verdi si riprende a salire in direzione del M. Linzone e giunti alla seguente palina segnavia si svolta a destra imboccando il sentiero 571. Si risale il pendio boscoso tra bellissime fioriture di elleboro (Rosa di Natale), fino a incrociare in il frequentatissimo sentiero che sale dal cimitero di Roncola.
Oltrepassato un ripido canale sdrucciolevole, si prosegue sull'ampio crinale raggiungendo in pochi minuti la Cascina Cat, per poi continuare con facile percorso in direzione del Santuario della Santa Famiglia (1334 m). Tralasciato il sentiero che prosegue verso il santuario, si riprende nuovamente a salire seguendo il crinale, arrivando in breve alla croce in ferro del Monte Linzone o Linzù in bergamasco (1392 m). Una rosa dei venti aiuta il riconoscimento delle montagne, dal lontano M. Bianco al più vicino Disgrazia…
Dalla cima si continua a seguire il crinale alternando alcuni saliscendi e oltrepassati alcuni orrendi ripetitori, si scende fino al valico stradale (1340 m) sopra Valcava. 
Per il ritorno seguiamo un vecchio sentiero che si imbocca in prossimità della curva prima di arrivare al valico. Facendo attenzione a non smarrire la traccia, si prosegue con un lungo mezzacosta, sotto al crinale appena percorso. Arrivati a monte delle baite in località Sclapa, si inizia a scendere in maniera più decisa, fino a raggiungerle. Da qui si prosegue sull'evidente sentiero proveniente da Cà Teresa, marcato con segnavia bianco/rossi, che costeggia alcune suggestive pareti di roccia. Raggiunto il bivio in località Runch si ritorna in breve a Roncola Alta seguendo le indicazioni sulle paline segnavia
Malati di Montagna: Danilo e l'Homo Selvadego

alla partenza...


giochi di luce...



verso la cima...



Monte Linzone 1392 m



Elleboro o Rosa di Natale


dettagli e traccia gpx


mercoledì 3 febbraio 2016

Così la guardaparco del Gran Paradiso ha salvato il cane Dana

Avevano piazzato in quota, a Cà Bianca, sopra Ceresole Reale, anche delle trappole con le fotocellule, in grado di bloccare autonomamente il cane. Ma Dana, nonostante gli otto mesi e mezzo trascorsi a 2000 metri, il freddo, la neve e l'assenza di cibo, dentro quelle trappole non è mai entrata. Forse voleva farsi salvare diversamente. E così è stato. Domenica mattina, il labrador nero è entrato in una baita che, d'inverno, è disabitata, trovando rifugio dal freddo. Ed è allora che Raffaella Miravalle, guardaparco del Gran Paradiso, sentendo dei rumori all'interno della baita, ha capito che, forse, era arrivato quel momento tanto atteso.

«L'abbiamo seguita per mesi ma lei non ha mai voluto avvicinarsi. Aveva paura, era terrorizzata - racconta la guardaparco che da 16 anni lavora nel Gran Paradiso - ho preso a cuore la vicenda colpita anche dalla tenacia dei proprietari del cane che, per otto mesi, sono saliti a Ceresole tutti i weekend alla ricerca di Dana». La costanza, alla fine, è stata premiata. «Stavo andando a correre per tenermi allenata - dice la Miravalle - ho sentito dei rumori e ho chiuso porte e finestre della baita. Sapevo che Dana andava a dormire lì da qualche tempo. Così ho chiamato i colleghi. Poi dalle fessure delle finestre ho visto che effettivamente era lei. L'abbiamo sedata e siamo riusciti a portarla giù, a spalle». Stremata, Dana (che ha perso oltre qundici chili in questi otto mesi e mezzo) è stata poi riconsegnata alla proprietaria, Sabrina Mannarino di Cuorgnè. «Una storia toccante - dice il sindaco cuorgnatese Beppe Pezzetto - che vorremmo trasformare in una fiaba. Ci stiamo lavorando».

«Non ho mai perso la speranza - dice invece Sabrina - ma è chiaro che senza l'aiuto di tutti quelli che, in questi mesi, mi hanno dato una mano, sarebbe stato impossibile ritrovare Dana. E poi c'è Raffaella che, per noi, è stata un vero e proprio angelo». Alle ricerche, in questi mesi (Dana era scappata il 10 maggio del 2015) hanno partecipato decine e decine di volontari. Compresi quelli dei canili di Caluso e Rivarolo Canavese. «Sapendo che era a Cà Bianca le portavamo del cibo che ci forniva Sabrina - dice ancora la guardaparco - questo l'ha aiutata a combattere l'inverno. In estate, invece, si deve essere nutrita di carcasse e altri animali morti. Ha dimostrato un istinto di sopravvivenza fuori dal comune».

Mesi di fatica, di ricerche, di tentativi falliti. Alla fine l'impegno è stato premiato: Dana è tornata a casa. «Lo sguardo che ho colto nei suoi occhi domenica, dopo il salvataggio - dice invece Raffaella Miravalle - mi ripaga di tutti gli sforzi che abbiamo profuso in questi mesi».
dal quotidianocanavese.it