Il mio zaino non è solo carico di materiali:
dentro ci sono la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi,
il mio carattere, la mia solitudine.
In montagna non porto il meglio di me stesso:
porto me stesso, nel bene e nel male
Renato Casarotto

lunedì 31 dicembre 2012

Buon compleanno Parco!

Il 3 dicembre 1922 veniva istituito il primo parco nazionale italiano,
quello del Gran Paradiso.
scarica l'articolo "90 anni di Parco Nazionale Gran Paradiso" sulla storia del Parco

Montagne. Rai 2. Maurizio Menicucci racconta la visita di James Watson, lo scienziato americano premio Nobel che ha scoperto la struttura del Dna, nel Parco nazionale del Gran Paradiso, che festeggia i 90 anni di vita. Watson ci era già stato nel 1960 ed ora ad accompagnarlo è il matematico Piergiorgio Odifreddi.

sabato 29 dicembre 2012

Sui passi dei primi uomini nelle Alpi

La partenza avviene da Mottaletta a 1380 m che si raggiunge in pochi minuti passando nel centro del grazioso paesino di Isola, durante recenti nevicate è consigliabile lasciare l'auto nel parcheggio all'ingresso del paese, la strada per arrivare è quella che da Chiavenna sale verso il Passo dello Spluga, dopo Campodolcino si trovano le indicazioni sulla sinistra.
Ci incamminiamo sulla carrareccia seguendo le indicazioni per la Val Febbraro, anche se la strada è innevata si riesce ugualmente a proseguire senza ciaspole, al primo tornate decidiamo comunque di indossarle in modo tale da poter tagliare dove è possibile la strada. Oltrepassiamo l'alpe Canto 1435 m e arrivati a Cà Raseri (Ca’ d’I’aser) svoltiamo a sinistra attraversando il ponte sul torrente Febbraro, su un pannello ci viene illustrata l'importanza dal punto di vista archeologico dei Piani dei Cavalli. Poco più a monte raggiungiamo una palina segnavia dalla quale proseguiamo seguendo le indicazioni. Continuiamo per lunghi tratti sulla carrareccia e dove ci è consentito passiamo in mezzo al bosco, per circa un'ora rimaniamo all'ombra ma girato l'angolo eccolo finalmente il sole. Un cartello ci da il benvenuto all'alpe Frondaglio 1760 m, passiamo sopra a una cappella raggiungendo in breve l'arrivo di un vecchio skilift in disuso da parecchi anni. Continuando sulla carrareccia con bella vista panoramica arriviamo ad un nucleo di baite ben conservate, accanto a una fontana c'è con una palina segnavia. Tralasciando l'indicazione a sinistra per Baituscio/Starleggia proseguiamo in salita verso il Pian dei Cavalli (C30). Puntiamo a un evidente intaglio alla cui fine svoltiamo a sinistra risalendo un dosso, il panorama attorno è splendido, sembra di stare all'interno di un grandissimo anfiteatro dove tutt'attorno ci sono altissime montagne, alcune delle quali come il Pizzo Stella, il Groppera e la Punta Timun che dominavano sull'abitato di Isola. Continuiamo per un breve tratto in falsopiano per poi riprendere a salire verso una vecchia baita sulla sinistra con accanto la stalla crollata. Siamo arrivati a quota 2000 m abbiamo davanti a noi l'ultimo ripido pendio, dopo una breve consultazione decidiamo di fermaci, la mancanza di una qualsiasi traccia, tranne quella di un paio di sci alpinisti e i numerosi salti di roccia ci fanno desistere nel proseguire.
Il vasto altopiano del Piano dei Cavalli si stende a una quota compresa tra i 2000 e 2300 m circa con una superficie di circa 3 km quadrati, ed è formato da rocce calcaree, dove il Prof.  Francesco Fedele, ordinario di Antropologia all'Università di Napoli, ha portato alla luce reperti che testimoniano una ripetuta frequentazione umana riconducibile almeno a 7000 anni or sono, si tratta di poche e deboli tracce, sufficienti a confermare che le Alpi furono abitate e percorse da tempi antichissimi.
Dalla baita proseguiamo in piano verso sinistra fino a un pianoro dove facciamo una sosta osservando il panorama tutt'attorno. Da destra, ammiriamo i già citati Pizzo Stella 3163 m e Pizzo Groppera 2968 m, dove sono anche ben visibili gli impianti di risalita di Medesimo, ed il pizzo Emet 3208. Proseguendo verso sinistra, cioè verso nord-est, ci si presenta la compatta compagine che va dal pizzo Spadolazzo 2722 m al pizzo Suretta 3027 m.. A nord si impone l’elegante profilo delle cime gemelle del pizzo dei Piani 3148 m e 3158 m. Alle sue spalle, sulla destra, è ben visibile anche il pizzo Ferrè 3103 m.
Per il ritorno nel primo tratto ci divertiamo a scendere lungo i dossi e all'interno del bosco, giunti alle prime baite ripercorriamo il medesimo itinerario fatto all'andata. Ciapolata da fare in condizioni di neve stabile.
Malati di Montagna: Danilo, Pg, Aldo e Fabio

la suggestione di un bosco imbiancato...


panorama verso il passo dello Spluga


il Groppera e il Pizzo Stella


Pizzo dei Piani e sulla destra il Pizzo Ferrè


Pg, Aldo e Danilo


niente impianti, niente sciatori...solo il silenzio della montagna... 

venerdì 28 dicembre 2012

fine anno senza botti nel rispetto degli animali...


LA FAUNA SELVATICA È LA PIÙ COLPITA DAI BOTTI, VIETARLA NEI GRANDI CENTRI ABITATI NON BASTA. 
Si stima che ogni anno in Italia 5000 almeno animali muoiano a causa dei botti di fine anno. Di questi circa l’80% sono animali selvatici, soprattutto uccelli, tra i quali non mancano casi di rapaci, che spaventati perdono il senso dell’orientamento ed effettuano una fuga istintiva rischiando di colpire mortalmente un ostacolo a causa della scarsa visibilità. Altri abbandonano il loro dormitorio invernale, vagano anche per chilometri, e non trovando altro rifugio muoiono per il freddo a causa dell’improvviso dispendio energetico a cui sono costretti in una stagione caratterizzata dalla scarsità di cibo che ne riduce l’autonomia. A ciò va aggiunto anche lo stress indotto dai botti e dagli effetti pirotecnici, anch’esso causa di morte frequente, che costringe gli uccelli acquatici, soprattutto anatre ed aironi ad abbandonare i corsi d’acqua, gli stagni e i laghi nei quali soggiornano, per farvi ritorno solo successivamente. Anche quest’anno molti grandi Comuni hanno proibito i botti, ma questo non basta. È necessario evitare tale pratica laddove la bassa densità permette l’utilizzo di prodotti pirotecnici classificati, ovvero in montagna, collina e pianura dove la fauna è più numerosa e maggiormente sensibile, poiché il danno è amplificato proprio dalla simultaneità dell’evento, quando intere vallate, dai comuni più piccoli sino ai grandi centri abitati, e chilometri di pianura sono “bersagliati” incessantemente per alcune ore consecutive. 

domenica 23 dicembre 2012

Buone Feste dall'Alpe Larecchio

Dall'autostrada A26 prendiamo l’uscita per Romagnano/Ghemme e continuiamo a sinistra sulla statale SS299. Poco prima di Alagna svoltiamo a sinistra giungendo a Riva Valdobbia, proseguendo oltrepassiamo la frazione Ca' di Janzo e in pochi minuti arriviamo in località S. Antonio 1381 m, dove lasciamo l'auto nel piccolo parcheggio a lato della chiesa.
Durante la notte ha nevischiato e l'ambiente attorno è alquanto fiabesco, non fa nemmeno tanto freddo anche se parte dell'escursione risulta all'ombra. Indossati i cappelli di Babbo Natale..., ci incamminiamo lungo l'ampia carrareccia, con bella vista sul gruppo del Corno Rosso. Costeggiamo le fitte foreste che ricoprono l'aspro versante orografico destro della valle, mentre sul lato opposto più docile e ondulato vi sono i bellissimi nuclei abitativi Walser, ancora perfettamente conservati. La strada innevata ben presto lascia il posto al sentiero, passiamo a volte nel cuore delle varie località Walser di Rabernardo, di Seletto, di Piane, di Peccia 1529 m con la sua bella chiesa che domina l'abitato. Oltrepassato il Ponte Napoleonico, tralasciamo il sentiero a sinistra e iniziamo a salire con sempre più pendenza verso destra raggiungendo il nucleo di baite di Montata 1739 m. Proseguiamo all'interno di un suggestivo bosco di larici su un sentiero piuttosto ripido, oltrepassando alcune baite e una cappelletta. Giunti ad un bivio svoltiamo a sinistra seguendo le indicazioni per l'alpe Larecchio, tralasciando a destra il sentiero per il rifugio Ospizio Sottile presso il Colle Valdobbia, che mette in comunicazione la Valle di Gressoney con la Val Vogna e la Valsesia, lo consiglio a tutti coloro che vogliano effettuare una lunga ma appagante escursione su un'antica via di comunicazione già percorsa dai viandanti nel '700. Dopo circa una decina di minuti usciamo dal bosco e arriviamo nella bellissima e suggestiva piana dell'Alpe Larecchio 1900 m, dove dopo aver effettuato un breve giretto ci concediamo una pausa sotto ai raggi caldi del sole. Al ritorno effettuiamo il medesimo percorso dell'andata.
Malati di Montagna

Danilo, Fabio, Franco, Piergiorgio, Simeone e Aldo vi augurano a tutti coloro 
che seguono questo nostro blog un sereno Natale e un Felice Anno Nuovo


by Aldo



by Simeone



babbi Natale all'alpe Larecchio


ma la slitta dov'è...???


finalmente a casa...!?!


la Lapponia è qui in Valsesia...

domenica 16 dicembre 2012

Time (Pink Floyd)

Time è uno dei più celebri brani dei Pink Floyd, contenuto nell'album The Dark Side of the Moon del 1973.
È l'ultimo dei rarissimi brani nella carriera dei Pink Floyd ad essere stato composto a "otto mani" dai quattro componenti della band (Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright, Nick Mason). Le strofe sono cantate da Gilmour, i ritornelli da Wright.


Scorrono via i momenti che costituiscono un giorno noioso 
Sperperi e sprechi le ore in maniera affrettata 
girovagando su un pezzo di terreno 
nella tua città natale 
aspettando qualcuno o qualcosa 
che ti indichi la via 

Stanco di giacere alla luce del sole, di stare a casa a guardare la pioggia 
Tu sei giovane e la vita è lunga e c'è ancora tempo da sprecare oggi 
Ma poi un giorno scopri che dieci anni sono trascorsi 
Nessuno ti aveva detto quando muoverti, hai perso lo sparo del via. 

E corri e corri per raggiungere il sole ma sta tramontando 
Correndo in circolo per emergere nuovamente dietro di te 
Il sole è lo stesso in maniera relativa, ma tu sei più vecchio 
fai respiri più brevi 
e sei un giorno più vicino alla morte 

Ogni anno sta diventando più breve, sembra di non trovare mai il tempo 
progetti che l'un l'altro si risolvono in nulla o in una mezza pagina 
di righe scribacchiate 
Aspettare in una quieta disperazione è alla maniera inglese 
Il tempo se n'è andato, la canzone è finita, pensato di avere qualcosa 
ancora da dire... 

Casa, casa di nuovo 
mi piace essere qui quando posso 
quando vengo a casa, infreddolito e stanco 
è bello riscaldarmi le ossa accanto al fuoco 
Lontano attraverso i campi 
Il rintoccare delle campane di ferro 
richiama i fedeli a stare in ginocchio 
a sentire le magiche formule sommessamente parlate 

giovedì 13 dicembre 2012

Alpi: tetto d’Europa al sicuro


domenica 9 dicembre 2012

La magia dell'alpe Solcio...

D'inverno la neve trasforma l'alpe Solcio ed il rifugio P. Crosta in luoghi magici. 
La strada diventa un percorso praticabile esclusivamente a piedi, camminare nei boschi calpestando la neve fresca e ascoltare il silenzio ovattato interrotto solo dal cinguettio degli uccelli e dei suoi scricchiolii invernali, il manto di neve immobile, è un’esperienza che entra nel cuore per rimanervi. E poi ci sono loro Enrico e Marina gestori del rifugio che vi faranno subito sentire a vostro agio e tornare a casa poi sarà davvero molto difficile...
(la descrizione del percorso la troverete all'interno del blog) 
Malati di Montagna: Marco, Simeone, Pg, Danilo, Aldo, Kiran e Fabio

il rifugio P. Crosta...


...è al centro del mondo!!!


La vita è come uno specchio: ti sorride se la guardi sorridendo.
Jim Morrison


ultimi caldi raggi di sole...


le luci della sera...


avevano proprio fame...!!!


by Aldo


Simeone e papà Marco


tutti in fila...



by Simeone, fotoreporter ufficiale dei MALATI DI MONTAGNA



vita da ciaspolatori...





sguardo furbetto...


gruppo al completo...con tanto di cane...!!!


al lupo solitario non piace stare in fila...


sguardi fieri...!!! 


i magnifici tre...!!!

sabato 8 dicembre 2012

...educazione


martedì 4 dicembre 2012

La più bella dichiarazione sull’ambiente

Risposta del Capo indiano Seattle al grande Capo di Washington che voleva comprare le terre indiane e promise di istituirvi  una grande riserva per i pellerossa (1854)

Come si può comprare e vendere il firmamento o il calore della terra ?
Noi non conosciamo questa idea. Se non siamo padroni del fresco dell’aria nè della purezza delle acque, voi come potete comprarli ? Ogni pezzetto di questa terra è sacro per il mio popolo; ogni granello di sabbia della spiaggia, ogni goccia di rugiada dei boschi e perfino il ronzio di ogni insetto è sacro per la memoria ed il passato del mio popolo.
La linfa che circola nelle vene degli alberi porta con sè la memoria dei pellerossa. I morti dell’uomo bianco, quando iniziano il loro cammino fra le stelle dimenticano il loro paese di origine; in cambio i nostri morti non possono mai dimenticare questa terra buona, dato che è la madre dei pellerossa. Noi siamo parte della terra ed allo stesso tempo la terra è parte di noi.
I fiori profumati sono nostri fratelli; la selvaggina, il cavallo, la grande aquila: sono tutti nostri fratelli. Le montagne scoscese, i prati umidi, il calore del corpo del cavallo e l’uomo appartengono tutti alla stessa famiglia.
Perciò quando il grande capo di Washington nel suo messaggio ci dice di voler comprare le nostre terre, ci sta domandando troppo.
Ma il Grande Capo ci dice anche che ci lascierà un luogo dove poter vivere confortevolmente fra di noi. Lui diventerà il nostro padre e noi i suoi figli. Per questo prendiamo in considerazione la sua offerta di comprare le nostre terre. Non è facile, perchè questa terra per noi è sacra. L’acqua che scorre nei fiumi e nei torrenti, non è acqua solamente, ma rappresenta anche il sangue dei nostri antenati.
Se vendiamo le terre, dovete ricordarvi che sono sacre ed allo stesso tempo glielo dovete insegnare ai vostri figli; e gli dovete insegnare che ogni riflesso fantasmagorico nelle acque limpide dei laghi racconta la storia e le memorie della vita della nostra gente. Il mormorio dell’acqua è la voce del padre di mio padre. I fiumi sono nostri fratelli e saziano la nostra sete; portano le nostre canoe ed alimentano i nostri figli. Se vendiamo le nostre terre, dovete ricordare ed insegnare ai vostri figli che i fiumi sono nostri fratelli e quindi dovete trattarli con la stessa dolcezza con cui si tratta un fratello.
Sappiamo che l’uomo bianco non capisce il nostro modo di vivere. Lui non sa distinguere fra un pezzo di terra ed un altro, perchè è come un estraneo che arriva di notte e prende dalla terra ciò di cui ha bisogno. La terra non gli è sorella, ma nemica, ed una volta conquistata prosegue il suo cammino lasciandosi dietro la tomba dei suoi padri, e non gli importa niente. Sequestra la terra ai suoi figli: ed anche questo non gli importa. Dimentica sia la tomba dei suoi padri sia il patrimonio dei suoi figli. Tratta sua madre, la terra, e suo fratello, il firmamento, come oggetti che si comprano, si sfruttano e si vendono come pecore.
La sua fame divorerà la terra e lascierà dietro di sè solo il deserto.
Non so, ma il nostro modo di vivere è diverso dal vostro. Solamente il vedere le vostre città rattrista i pellerossa. Ma forse sarà perchè il pellerossa è un selvaggio e non capisce niente.
Nella città dell’uomo bianco non esiste un uomo tranquillo, nè un luogo dove ascoltare come si aprono le foglie degli alberi in primavera o come volano gli insetti. Ma anche questo dev’essere perchè sono solo un selvaggio che non capisce niente.
Il rumore sembra un insulto alle nostre orecchie. E dopotutto, a che serve la vita se l’uomo non può ascoltare il grido solitario del gufo, nè le discussioni notturne delle rane sulla riva della palude?
Sono un pellerossa e non capisco niente. Noi preferiamo il lieve sussurro del vento sulla superficie della palude e pure l’odore dello stesso vento purificato dalla pioggia del mezzogiorno o profumato dall’aroma del pino.
L’aria ha un valore incalcolabile per il pellerossa, perchè tutti gli esseri partecipano della stessa aria: la bestia, l’albero, l’uomo, tutti respirano la stessa aria. L’uomo bianco non sembra consapevole dell’aria che respira: come un moribondo durante un’agonia molto lunga egli è insensibile alla puzza.
Ma se vendiamo le nostre terre dovete ricordarvi che l’aria per noi è inestimabile. Il vento che ha dato il primo respiro di vita ai nostri nonni riceve anche il loro ultimo respiro.
E se vi vendiamo le nostre terre, voi dovete conservarle come qualcosa di diverso e sacro, come un luogo dove anche l’uomo bianco possa assaporare il vento profumato dei fiori dei prati.
Per questo prendiamo in considerazione la vostra offerta di comprare le nostre terre. Se decidiamo di accettarla, io porrò delle condizioni: l’uomo bianco dovrà trattare gli animali di questa terra come suoi fratelli.
Sono un selvaggio e non capisco altro modo di vivere.
Ho visto migliaia di bufali marcire nelle praterie, uccisi dalle pallottole dell’uomo bianco, sparate da un treno in marcia. Sono un selvaggio e non capisco come una macchina fumante possa interessare di più del bufalo che noi ammazziamo solo per sopravvivere.
Che sarebbe dell’uomo bianco senza gli animali? Se fossero sterminati tutti, anche l’uomo bianco morirebbe di solitudine spirituale perchè ciò che succede agli animali, succederà anche all’uomo.
Tutto è collegato.
Dovete insegnare ai vostri figli che la terra che voi calpestate è la cenere dei nostri padri. Inculcate ai vostri figli, come noi abbiamo insegnato ai nostri, che la terra è la nostra madre.
Tutto ciò che accade alla terra, accadrà ai figli della terra.
Se gli uomini sputano in terra, sputano su sè stessi.
Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, ma è l’uomo che appartiene alla terra.
Questo è ciò che sappiamo. Tutto è collegato, come il sangue che unisce una famiglia. Tutto è collegato.
Non è stato l’uomo a tessere la trama della vita: egli è soltanto un filo. Quello che fa alla trama, lo fa a sè stesso.
Neppure l’uomo bianco, il cui Dio passeggia e parla con lui da amico ad amico, sfuggirà al destino comune.
Nonostante tutto, forse siamo fratelli. Lo vedremo.
Sappiamo una cosa che forse l’uomo bianco un giorno scoprirà: il nostro Dio è lo stesso Dio.
Voi adesso potete pensare che vi appartenga così come desiderate che vi appartengano le nostre terre. Ma non è così.
Egli è il Dio degli uomini e la sua compassione si distribuisce nella stessa misura fra il pellerossa e l’uomo bianco.
Questa terra ha un valore inestimabile per Lui e se viene danneggiata si provocherebbe l’ira del Creatore.
Anche i bianchi perirebbero, forse prima delle altre tribù.
Contaminate i vostri letti ed una notte perirete affogati nei vostri stessi residui.
Ma voi camminerete verso la vostra distruzione circondati di gloria, ispirati dalla forza del Dio che vi ha guidati a questa terra e che a causa di qualche destino speciale vi ha dato il dominio su di essa e sopra i pellerossa.
Questo destino è per noi un mistero, in quanto non capiamo perchè vengono sterminati i bufali, perchè si domano i cavalli selvaggi, perchè vengono saturati gli angoli segreti dei boschi con il respiro di tanti uomini e si riempie il paesaggio delle colline lussureggianti con cavi parlanti.
Dov’è la pianura ? Distrutta
Dov’è l’aquila ? E’ scomparsa.
Finisce la vita ed incomincia la sopravvivenza

domenica 2 dicembre 2012

Al Sasso di San Martino a picco sul lago di Como

Percorriamo l'autostrada A9 verso la Svizzera, usciti a Como Nord seguiamo la sponda occidentale del Lario arrivati a Cadenabbia, svoltiamo a sinistra e passando tra le case, arriviamo in breve a Griante, dopo il cimitero, all'altezza del campo sportivo seguiamo la strada a sinistra arrivando in breve al parcheggio adiacente alla graziosa chiesa di San Rocco 255 m, da dove è già ben visibile la rupe con la chiesa di San Martino.
Ci incamminiamo seguendo una stradina con l'indicazione per San Martino, arrivati sulla strada asfaltata svoltiamo a sinistra e dopo pochi metri scendiamo alcuni gradini sulla destra, attraversato il torrente dei Ronconi su un ponticello, iniziamo a salire su una larga mulattiera acciottolata costellata dalle cappelle della Via Crucis. A circa metà strada incontriamo la Cappella degli Alpini dedicata a San Carlo, in breve arriviamo a un bivio, trascuriamo momentaneamente il sentiero Pilone/Forcolette (indicazione sulla roccia), e proseguiamo a mezza costa verso destra. Superato un valloncello in pochi minuti giungiamo  sul poggio erboso su cui sorge la graziosa cappella di San Martino: l´oratorio, noto anche come Santuario della Madonna delle Grazie 475 m, risalente al XVI secolo.
Tale denominazione pare sia legata al ritrovamento, in questo luogo, di una statua della Madonna, probabilmente nascosta in un anfratto roccioso da un abitante locale, per sottrarla alla furia iconoclasta dei calvinisti grigioni che imperversarono qui nel 1523. Pare, così come suggerisce l´evidente posizione strategica, che l’edificio sacro sia stato costruito sui ruderi di una fortezza tardo medioevale, o sia il rifacimento di un oratorio inserito nella fortificazione stessa. Sicuramente la posizione offre un impareggiabile panorama sul Lago di Como e sulla bella sponda occidentale.
Abbandoniamo questo luogo di pace e silenzio ripercorrendo a ritroso il sentiero fino al bivio. Dapprima piacevolmente ombreggiato da betulle e faggi, il sentiero avanza con ampi tornanti, facendoci guadagnare quota quasi senza fatica. È veramente un tracciato perfetto, ben disegnato e costruito; osservando meglio si intuisce che un tempo il sentiero di oggi doveva essere una larga mulattiera, gradualmente abbandonata e in buona parte "riassorbita" dalla montagna.
La salita ci porta all'inizio di un lungo tratto che incide a zig zag i ripidi prati, allo scoperto dalla vegetazione d'alto fusto. Numerosi tornanti si succedono ma il procedere resta assai agevole. Più in alto un lungo mezza costa verso Nord porta alle spalle di un torrione roccioso che segna l'inizio del valloncello adducente alle Forcolette. Da qui il percorso diviene un po' meno agevole, ma pur sempre facile: l'erosione del suolo, e lo scorrere delle acque che hanno scelto il sentiero come loro letto, hanno un po' rovinato il camminamento.
Rientrati nel bosco saliamo ancora qualche tornante fino a sbucare nel bel prato sottostante la sella delle Forcolette. Un grande faggio sorveglia la zona occupata, nella parte superiore della radura, da alcune baite. Raggiunte le case lasciamo momentaneamente la deviazione sulla sinistra verso i Monti di Nava, per procedere nella direzione opposta, passando fra gli edifici. Un'ultima salitina porta, infine, sul ciglio di un altro prato, posto proprio sulla sella delle Forcolette. La prosecuzione per la vicina vetta del Sasso di San Martino è un po' mascherata dalla vegetazione, ma si ritrova facilmente: basta seguire a destra il margine del prato per riemmettersi subito nel bosco, dove compare la larga mulattiera. Alcuni tornanti permettono di guadagnare quota e di raggiungere facilmente la vetta 862 m, da dove si apre un magnifico panorama, dalla bella piramide del Monte Legnone al gruppo delle Grigne.
Ritorniamo sui nostri passi fino al bivio, per poi proseguire verso i Monti di Nava,  il sentiero si stringe e sale con  ripidi tornanti, raggiungendo la costa della montagna. Superata una recinzione, proseguiamo dritti in discesa su un sentiero non segnalato, attraversando due radure e seguendo una traccia segnalata da vernice rossa scolorita sui sassi, scendiamo a sinistra in un boschetto. Dopo qualche minuto incontriamo un’altra recinzione e in breve arriviamo su uno sterrato in località Monti di Nava 885 m all’altezza di una cappella votiva. Proseguiamo a sinistra seguendo un breve  tratto della “Via dei Monti Lariani” sentiero n° 2 (percorso di trekking lungo 125 km che collega i monti sulla sponda ovest del lago). Dopo circa 400 m, all’altezza dell’ultima casa dei monti di Nava, lasciamo la “Via dei Monti Lariani”, e prendiamo a sinistra imboccando la strada in cemento che costeggia l’ultimo abitato dei monti di Nava (segnavia Griante).
Scendiamo a tornanti verso il lago con ampia vista sul promontorio di Lavedo e i paesi di Tremezzo, Mezzegra e Lenno. Poco più avanti la strada militare tenderà sul versante sovrastante Griante con una bella vista sul Sasso San Martino e l’omonima chiesetta. Tralasciata la deviazione per la cappella degli alpini, in breve giungiamo ad un altro bivio, teniamo la sinistra arrivando in breve sulla strada asfaltata dove è posta una palina segnavia. Proseguiamo a sinistra in leggera salita e dopo un breve tratto in piano costeggiando una coltivazione di oliveti, iniziamo a scendere. Alla prima curva, vicino all'entrata di una villa, svoltiamo a destra scendendo ripidamente lungo una mulattiera gradinata e in men che non si dica arriviamo al parcheggio adiacente alla chiesetta di San Rocco dove abbiamo lasciato l'auto.
I celti anticamente chiamavano Griante "Griant Tir" ovvero Terra del sole e dopo questa giornata trascorsa direi che avevano davvero ragione... !!!
Malati di Montagna: Pg, Franco e Fabio

una balconata sul lago...


le "Grigne"


da San Martino...


giochi di luce sul lago