Il mio zaino non è solo carico di materiali:
dentro ci sono la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi,
il mio carattere, la mia solitudine.
In montagna non porto il meglio di me stesso:
porto me stesso, nel bene e nel male
Renato Casarotto

mercoledì 29 maggio 2013

Sessant’anni fa la conquista dell’Everest

«E adesso? Che ci resta da fare?», scriveva Dino Buzzati all’indomani della conquista dell’Everest, il 29 maggio 1953, da parte dell’alpinista neozelandese Edmund Hillary e dello sherpanepalese Tenzing Norgay.

Sir Edmund Hillary e Tenzing Norgay alle pendici del Monte Everest


Monte Everest – 8848 m


Edmund Hillary e Tenzing Norgay di ritorno dalla vetta dell'Everest

domenica 26 maggio 2013

all'ombra del Resegun...col naso all'insù...

Arrivati a Lecco seguiamo la SS639 in direzione Bergamo, raggiungendo i primi paesi della Val San Martino, Vercurago e Calolziocorte, da quest'ultimo imbocchiamo la provinciale 180 in direzione di Erve (numerose indicazioni stradali). Giunti a un bivio, svoltiamo a sinistra con uno stretto tornante (a destra si va a Carenno) e seguendo le indicazioni proseguiamo con un percorso panoramico in parte scavato nella roccia, arrivando in pochi minuti a Erve 598 m.
Parcheggiata l'auto in Piazza Unità d'Italia, ci dirigiamo a sinistra e attraversato il torrente Gallavesa su un piccolo ponticello in pietra arriviamo in Piazza Giorgio La Pira, da dove raggiungiamo il piazzale della chiesa dedica a Santa Maria Assunta, prima di proseguire ci fermiamo a bere un caffè nel vicino bar. Passiamo sul lato sinistro della chiesa arrivando in breve sulla strada asfalta, da dove seguiamo le indicazioni per Nesolio e continuando a salire arriviamo in pochi minuti in Via Butto. Proseguendo dopo pochi metri svoltiamo a sinistra e attraversato un torrente ci dirigiamo verso la parte alta del paese, oltrepassata una cappella votiva svoltiamo a destra iniziando a percorrere l'antica mulattiera per Nesolio. Guadagniamo quota agevolmente con alcuni tornanti e attraversato un ponte in pietra arriviamo nel piccolo nucleo di case di Nesolio 695 m (nucleo pi antico di Erve). Proseguendo verso sinistra arriviamo a una bella casa ristrutturata dove facciamo conoscenza di Roberto e la moglie, residenti da qualche anno in questo piccolo borgo dove le lancette dell'orologio sembrano che si siano fermate. Dopo un breve chiacchierata passiamo sotto a un portico e seguendo i segnavia gialli pieghiamo a destra imboccando il sentiero che si infila immediatamente nel bosco. Questo tratto di percorso fino a Piazzo anche se poco frequentato  a nostro giudizio davvero molto suggestivo e panoramico, giunti a un bivio proseguiamo verso sinistra (indicazioni su un sasso). Dopo alcuni saliscendi giungiamo a un poggio panoramico, nei cui pressi vi  un capanno di caccia, il sentiero prosegue in discesa giungendo in località la Sella 1095 m, un oasi di pace e serenità, dove al centro di un grande prato c'è una baita perfettamente ristrutturata. Dalla palina segnavia (sentiero 812) entriamo nel bosco della Valle di Munik, iniziando a guadagnare quota con diversi tornanti, purtroppo a causa del maltempo dei giorni precedenti l'ultimo tratto oltre a essere ripido l'abbiamo trovato particolarmente scivoloso.
Arrivati sul crinale proseguiamo verso sinistra, il sentiero si snoda sotto le Camozzere in un continuo saliscendi e congiunge i crinali che delimitano le valli dei torrenti affluenti di sinistra del Gallavesa. Arrivati in una piccola radura ci fermiamo qualche istante ammirando il panorama circostante, dalla palina segnavia proseguiamo seguendo ora il set. 802. Attraversiamo una radura erbosa, ricoperta parzialmente dalla neve caduta la notte precedente e proseguendo in falsopiano arriviamo alle baite ristrutturate di Piazzo. Seguendo le indicazioni in pochi minuti arriviamo al rifugio Alpinisti Monzesi posto a 1173 m sulla riva occidentale del canalone di val Negra, poco sotto il passo del Fo. Di proprietà della sezione di Monza del CAI che lo rilevò dalla Società Alpinisti Monzesi, venne incendiato dai nazi-fascisti nell'autunno del '44 e ricostruito nel dopoguerra. Dopo la doverosa pausa pranzo per il ritorno seguiamo il percorso classico per Erve, il sentiero n. 11 attraverso il canalone di val Negra e la valle della Gallavesa.
Dal rifugio scendiamo costeggiando un fitto bosco di abeti, oltrepassata una fontana in pochi minuti raggiungiamo una cappella con un crocifisso, a poca distanza da un bivio. Tralasciamo il "Sentiero Prà di Rat" e continuiamo a sinistra alternando tratti pianeggianti con tratti in discesa. Il sentiero riprende a scendere con decisione, all'interno di un bellissimo bosco, attraversiamo alcuni torrentelli, fino a raggiungere la sorgente San Carlo, dove ci dissetiamo. Proseguendo attraversiamo un bel ponticello in legno, chiamato ponte dei Bruchi, il sentiero continua in leggera discesa lungo il cosiddetto "Sentiero San Carlo" che consente di ammirare splendidi scenari caratterizzati dal torrente Gallavesa, fino alla baita Cà del Pra dove si trova un'altra fontana e dove ritroviamo il sentiero Prà di Rat evitato precedentemente. Proseguiamo in discesa lungo la valle della Gallavesa fino all'agriturismo "I due Camosci", attraversiamo il torrente su un passaggio formato da due tronchi per poi riattraversarlo subito dopo su di un ponticello in lamiera.
Ignorando le deviazioni a sinistra proseguiamo sulla carrareccia e attraversando nuovamente il torrente Gallavesa su un ultimo ponticello arriviamo ad Erve. Seguendo ora la strada asfaltata facciamo ritorno al parcheggio dove abbiamo lasciato l'auto. Percorso ad anello molto suggestivo, la prima parte dopo il borgo di Nesolio si svolge su sentieri poco battuti, ma comunque ben segnalati, una valida alternativa per salire al rifugio Alpinisti Monzesi, anche se molto più lunga...
Malati di Montagna: Luisa, Franco, Pg, Danilo e Fabio

Nesolio



sentieri suggestivi 


rifugio Capanna Alpinisti Monzesi








venerdì 17 maggio 2013

Relazione del TREKKING DEL LUPO dal 19 al 25 agosto 2012

19 agosto 2012
da “San Giacomo” (m. 1.213) al “Rifugio Soria-Ellena” (1.840 m.)
19 agosto, ore 6,40: è l’appuntamento  fissato per il nuovo tour estivo 2012 che si svilupperà sulle Alpi Marittime.
I protagonisti del “Trekking del Lupo” sono:
- Fabio – il Capogita;
- Danilo – il Tesoriere;
- Franco – il Relatore.
Da Legnano occorrono tre ore e mezzo di auto per giungere a San Giacomo nel comune di Entraque (CN).
Alle ore 9,45 siamo al parcheggio, preferendo quello a pagamento non volendo abbandonare l’auto per tutta la settimana lungo la strada. Costo per sei giorni di parcheggio: € 13,00.
Alle 10,08 ci incamminiamo per il sentiero che indica in h. 2,20 il rifugio Soria-Ellena da 1.213 m. sino a 1.840m.. Sarà una settimana molto calda; alle 10,00 il termometro segna già +27 gradi…. E tutto il percorso sarà sotto un sole rovente ad almeno 32 gradi, senza una nuvola all’orizzonte e senza un filo di vento, almeno sino al Piano del Praiet. Si supera la Baita Monte Gelas seguendo la strada sterrata che sale nella Valle Gesso della Barra, attraversata dall’omonimo torrente.
Io e Fabio siamo due spugne piene d’acqua e grondiamo letteralmente mentre Danilo, come sempre, patisce leggermente il caldo e ovviamente quasi non suda, leggermente sulla schiena …
Alla nostra destra, la sinistra orografica, troviamo la Cima Candlea, la Cima della Valletta, la Punta Laura, la Punta Ciamberline; cime dagli iniziali 2.479 m. di vetta sino ai 2.736 m. di Caire Ciamberline, che rivedremo all’ultimo giorno del giro.
Sulla sinistra invece la Punta della Cuccetta, il Bec dell’Aigné, la Punta del Sap, la Barra della Siula, la Cima di Pantacreus e la Punta della Siula; da 1.730 m. si arriva ai 2.672 metri di altezza delle cime.
Si passa il Gias della Siula a 1.473 m., si sale e si supera il Passo di Peirastretta (o Peirastreccia) a 1.626 m., arrivando al rifugio a m. 1.840 nel Piano del Praiet.
Poco sotto c’è una struttura in pietra di origine militare che dovrebbe fungere da bivacco invernale ma pare abbandonato o comunque molto poco attrezzato e arredato.
Il tempo segnalato è corretto: 2 ore e 20 minuti, tenuto conto anche del gran caldo.
Quanto stiamo intraprendendo è un percorso ad anello di suggestiva bellezza che percorre sulle “orme del lupo” due parchi naturali e relativi ecosistemi:
- il Parco Naturale delle Alpi Marittime (Piemonte);
- il Parco del Mercantour (Francia).
Entrambi i parchi hanno branchi stabili di lupi che sono tornati a popolare la zona dopo anni di assenza. L’uomo non è più al vertice della catena alimentare.
Novità per quest’anno del nostro diario sarà l’indicazione dei prezzi dei rifugi tenuto che il budget personale stimato si attesta su € 400,00, spese ed extra esclusi.
Il 2012 è l’anno del governo Monti, dello spread tra Italia e Germania ad oggi sui 430 punti, del sequestro penale degli impianti dell’ILVA di Taranto, della stima dell’aumento annuale dei costi di circa € 2.000,00 per famiglia, dei quasi due euro per un litro di benzina in autostrada nel periodo ferragostano, degli esodati della disoccupazione, delle retribuzioni che non crescono da anni con la perdita del potere di acquisto.
Tornando a noi ed al nostro rifugio, la sua storia è decisamente interessante.
Il nome del rifugio è per l’esattezza “Rifugio Dado Soria – Gianni Ellena” e questa valle ha vissuto la tragedia degli ebrei nel settembre del 1943. Tra l’8 e il 13 settembre, ottocento ebrei provenienti da tutta Europa arrivarono dalla Francia lungo la Valle del Gesso sino a San Giacomo e sino a Terme di Valdieri con i resti della IV Armata.
Nella zona di occupazione italiana in Francia gli ebrei non erano mai stati consegnati ai nazisti.
A seguito del caos generatosi con l’armistizio del 08 settembre 1943, Cuneo fu occupata dai tedeschi il 12 settembre. Il 18 il comando tedesco ordinò l’arresto di tutti gli stranieri e, il 21 novembre 1943, trecentoquarantanove ebrei furono deportati ad Auschwitz. Solo dodici dei trecentoquarantanove deportati sono sopravvissuti.
Ritorno dal passato al 2012, nel tardo pomeriggio il cielo si copre ed inizia una pioggia leggera, Qualche camoscio si  intravvede  sul lato opposto della valle, anche se i colori dell’ambiente e del loro manto sono talmente simili da poterli avvistare ad occhio nudo solo in movimento.
La cena è servita alle 19,00 ed il menù è così composto:
- risotto al dente con funghi porcini + bis;
- polenta, formaggio, fetta di melanzana fritta e salsiccia lunga;
- mezza fetta di crostata e mezza pesca con amaretto e cioccolato;
- vino e acqua;
- Genepy + grappa al Barolo;
- caffé.
La spesa della giornata, compresi gli extra, ammonta a complessivi euro 137,00. La mezza pensione è di euro 36,00 per persona per i soci CAI.
Al tavolo ci fa compagnia il sig. Botti che scopriamo essere un grande appassionato di montagna e che racconta di aver effettuato moltissime delle classiche Alte Vie. Tra queste, anche l’Alta Via n. 6 delle Dolomiti: l’Alta Via dei Silenzi. Un percorso difficile che molti lasciano durante il percorso. E’ la prima persona che conosciamo ad averla portata a termine e che, sempre per quanto sostiene, ha fatto tutte le sei Alte Vie.
Il gestore è di compagnia e racconta qualche aneddoto sulla zona e fornisce informazioni sul parco in genere, sui lupi e sugli animali che potremmo incontrare: il Gipeto, gli Stambecchi, i Caprioli ed i  Camosci.
Sul lato italiano del parco i lupi girano in coppia e temono l’essere umano. Sul lato francese, invece, i lupi hanno formato branchi fino a 10/11 elementi con non pochi problemi per  i greggi della zona ove la produzione di lana merinos costituisce un’importante attività. La formazione di branchi consente ai lupi di poter cacciare altri animali.
In Italia i lupi possono cacciare caprioli ed i piccoli dei cinghiali, mentre i camosci si sono appositamente spostati più in alto sulle rocce che i lupi non apprezzano molto. In Francia invece vi è abbondanza di pecore per la cui protezione, però, gli allevatori hanno inserito il Pastore dei Pirenei.
Alle 21,50 ci corichiamo. Franco e Danilo sfoderano il loro stupendo sacco lenzuolo in seta mentre l’uomo rude dei monti (Fabio) resta sempre con il suo lenzuolo di cotone. Nessun pare abbia faticato ad addormentarsi …

20 agosto 2012
dal “Rifugio Soria-Ellena” (1.840 m.) al “Gite d’Etape – Rèfuge du Boreon” (1.460 m.)
Alle 7,00 è pronta la colazione, sinceramente non abbondante, ed i nostri ghirotti che hanno dormito profondamente alle 7,35 si incamminano lungo la Via Alpina M11 che si incrocia discendendo nel pianoro. Dall’incrocio, il cartello segnavia indica il tempo di un’ora e cinquanta minuti per giungere sino al Colle di Finestra a m. 2.471.
La via è la mulattiera principale che taglia ampie pietraie per arrivare al valico.
Risalendo, sulla sinistra, si può vedere il Monte Gelas di 3.143 m. ed ai suoi piedi a 2.142 m. si trova il ricovero Malariva, abbandonato e con il tetto parzialmente crollato.
Sulla destra di chi risale si trova la Cima Cougourda, la Cima dei Gaisses,  la Cima del Lombard.  Vette che apprezzeremo meglio dal Lac de Trecolpas sull’altro versante francese.
In prossimità del Colle di Finestra scorgiamo due camosci che paiono sorvegliarci seguendoci venti metri sopra di noi lungo il percorso.
Comprendiamo perché quando giungiamo al passo e ci troviamo nel mezzo di un numeroso branco di camosci, alcuni molto giovani ed accompagnati dai loro genitori. In realtà abbiamo tagliato loro la strada perché il colle è un collo di bottiglia e pure i camosci vogliono superare il valico per ricongiungersi con altri camosci già sul versante francese. Prima del colle è situata una casermetta abbandonata ed i camosci ci superano passando sul tetto della costruzione.
Al fine di evitare allarmismi ulteriori, ci fermiamo e facendoli passare possiamo ammirarli così da vicino che a memoria non ricordiamo di aver mai avuto una tale occasione e fortuna. Un vero spettacolo anche perché alcuni, soprattutto giovani, sono a loro volta curiosi e sembrano mettersi in posa per un vero book fotografico a distanze veramente ravvicinate ed impensabili.
Superato il colle si entra in Francia e tenendo la destra puntiamo al Pas de Ladres a 2.448 m. A seguire della ripida discesa si tocca il Lac de Trecolpas a 2.158 m., dall’alto ha un colore azzurro incantevole e risulta caratterizzato da un penisolotto alberato. La sosta al lago è d’obbligo ed è molto frequentata dai francesi che pure vi si immergono.
Siamo sul sentiero GR52, evitiamo il Rèfuge de Cougourde e puntiamo su Le Boreon attraversando la Val du Haut Boreon. Verso le 14.00 arriviamo alla Gite d’Etape dopo aver superato lo Chalet Vidron e la Vacherie du Boreon direttamente collegata con la strada asfaltata.
In prossimità del centro abitato, lungo la discesa, affianchiamo il centro faunistico Alpha – Les Loups du Mercantour.
Apprendiamo che il lupo è presente nel Massiccio del Mercantour dal 1992 e rappresenta l’animale mitico per eccellenza, attore principale di tanti racconti e leggende dell’infanzia. La visita del parco dura mediamente due ore e mezzo ed il costo per l’ingresso è di dodici euro.
Al rifugio di tappa c’è rete e riusciamo a telefonare con i nostro cellulari. Franco riesce a parlare con Luisa, sentendola molto stanca. In realtà soffre di calcoli alla cistifellea che dovrà essere asportata nel mese di settembre, dopo una serie di rinvii da parte dei medici. Un velo invisibile di preoccupazione aleggiava sin dal momento della partenza per il quale si era ipotizzato anche di non partire.
Al rifugio la cena è servita alle 19,00, la colazione tra le 6,30 e le 7,30. Il costo per persona è di € 45 per la mezza pensione. Riusciamo a fare la doccia e ne siamo grati perché il caldo e l’umidità sono stati notevoli, ovviamente per Franco e Fabio.
A causa di precedenti esperienze presso rifugi sul territorio francese, abbiamo qualche preoccupazione sulla qualità della cena che ovviamente è sempre un momento importante della giornata. Anche questo pomeriggio verso le 17,00, come ieri, il cielo si rannuvola, minaccia temporale ma nulla accade. Notiamo che le nuvole si formano verso le 14,00 per poi coprire il cielo. Sul tardo pomeriggio si diradano e per sera il cielo torna sereno, limpido e stellato.
Siamo i primi ad essere arrivati ma per cena scopriamo che il rifugio è pieno di francesi e noi  siamo gli unici tre stranieri. L’ospitalità è buona e la cena è così servita:
- passato di verdure;
- lasagne come secondo;
- torta di ricotta al limone.
Al contrario di quanto temuto, la cena è gradevole e le lasagne sono servite ai commensali in abbondanza. Io che ho problemi di digestione, sono anche riuscito a digerire senza fatica il ragù che solitamente rappresenta un serio problema.
Alle 21,15 siamo in branda e poco prima arriva un gruppo di venti persone, molti giovanissimi che ci osservano un po’ intimoriti. Sarà per la presente dell’uomo rude della montagna?
Cenano velocemente e poi organizzano balli e canti, spostando con gran fragore tavoli e sedie nella sala da pranzo sopra la nostra camerata ove conosciamo un ragazzo svizzero a cui Fabio dona il suo accendino perché è in giro per le Alpi da tempo e deve proseguire per almeno un altro mese, preparando una sorta di tesi/relazione universitaria sulle Alpi ed i suoi vari ambienti. Ci fa sfogliare il suo quaderno su cui ha riportato tutti gli appunti di viaggio con una quantità innumerevole di dettagli e schizzi delle montagne e dei rifugi visitati, anche ben eseguiti.
Curiosità:
Il gestore prima di cena illustra in francese ai commensali le norme per la sicurezza del rifugio, le vie d’uscita ed il punto di incontro (vicino alla motoslitta), oltre alle regole e gli orari del rifugio e le regole per la colazione spiegando anche l’utilizzo corretto dei cucchiaini che avremmo trovato la  mattina seguente e per i quali avremmo dovuto distinguere quelli per la marmellata da quelli per la tazza di ciascuno.
Oltre che curioso, ci corichiamo un po’ preoccupati al pensiero di dover bere solo una tazza di caffè a colazione.
I nostri vicini commensali risultano molto cordiali. A parte certi atteggiamenti della signora seduta davanti a noi, notiamo che i francesi sono decisamente fragorosi a tavola, chiacchierando con notevole vitalità pur, riteniamo, non conoscendosi tutti tra loro. La loro curiosità si spinge a chiedere ove siamo diretti e restano colpiti dalla destinazione del Colle del Mercantour a piedi e non risalendo l’altra valle con il supporto del loro furgone di appoggio per la numerosa comitiva.
Il gestore peraltro ha confermato, e giudicato direi meglio, il nostro itinerario molto bello anche perché il sentiero che affronteremo l’indomani ha una minima segnaletica, quasi le autorità francesi del parco vogliano farla sparire definitivamente, pensiamo, per preservare maggiormente l’integrità ambientale del parco.

21 agosto 2012
da “Gite d’Etape – Rèfuge du Boreon” (1.460 m.)  al “Rifugio Remondino” (2.465 m.)
Alle ore 6.00 siamo già svegli mentre i nostri compagni di camerata ancora dormono pesantemente. Il giro di oggi sarà impegnativo e vogliamo prepararci bene e concentrarci a dovere; Con il senno del poi devo dire che abbiamo fatto proprio bene. La colazione è servita alla 6,50. Il famoso gruppo di viaggiatori francesi che doveva far colazione assolutamente per le 6,30 è ancora in branda, e sulla scorta dei bagordi della sera precedente ne avranno ancora per un  po’…
Qualche zombie si affaccia nella sala della colazione e noi ce la caviamo benissimo con tutti i cucchiaini…
Alle 7,15 ci incamminiamo lungo la strada ovviamente in salita che parte direttamente dal rifugio. Il primo obiettivo è il Colle di Mercantour a 2.635 metri.
Siamo nel Parco Nazionale del Mercantour ma non troviamo un cartello, un segnavia o qualsivoglia indicazione che porti al Colle di Mercantour. Affidandoci alle mappe ed alle indicazioni del gestore, risaliamo il Vallone des Erps.
Al segnavia per il Colle di Ciriegia non proseguire a sinistra ma diritto lungo la destra orografica del torrente.
A 1.947 m. si trova la Vacherie des Erps, si prosegue diritto e non si trova alcun cartello  ma ad un certo punto solo dei tratti di vernice bianca sulla corteccia di alcuni pini. Uscendo dal bosco, restiamo impressionati dalle verticali pareti di roccia sulla nostra destra ove si trova il Monte Pelago e le Caire Nègres du Pelago.
Il sentiero è stretto e battuto, la via si complica sopra quota 2.000 metri quando proseguendo nel vallone ci addentriamo nella pietraia ove sono collocati degli omini di pietra.  Ci era stato consigliato di non fare questa via con le nuvole basse e adesso ne comprendiamo e condividiamo il motivo.
Incontriamo ancora sette camosci, di cui tre piccoli, ma non hanno la stessa confidenza con gli esseri umani e con le macchine fotografiche come i loro cugini del Colle di Finestra.
Alle 7,00 del mattino era già molto caldo. Tutta la salita è sotto il sole cocente  e ovviamente Danilo ha solo “la schiena leggermente sudata”.  …E ovviamente io e Fabio risparmiamo i commenti, forse più per l’invidia che altro.
Alle 10,45 arriviamo al Colle di Mercantour a 2.635 metri e nonostante l’altezza non c’è un filo d’aria.
Su un masso è riportata con vernice rossa l’indicazione per il Rifugio Remondino e l’Argentera su rocce laterali alla forcella e non per il sentiero in discesa. Provo a seguirne le tracce e pare effettivamente un sentiero tratteggiato con tratti di vernice rossa.
Non essendo documentati in merito, preferiamo seguire la via già concordata e studiata sulla cartina lungo la Valle di Balma Ghiliè, Sentiero n. 12.
Pietraie a non finire. All’inizio della discesa non agevole nella parte iniziale mi accorgo che la caviglia sinistra non tiene più. In realtà la parte posteriore sinistra della suola si sta staccando e solo i simboli dei fumetti possono rappresentare pensieri e parole del momento.
Sul versante italiano troviamo omini di pietra più grossi e tratti d vernice rossa sulle rocce.
Il sentiero entra nella Valle di Nasta, attraversiamo il suo torrente per scendere lungo un sentiero ripido sino al n. 11 in Valle Assedras.
Break per la pausa pranzo (si fa per dire) sul fianco di un bel torrente ed alle 13,30 risaliamo il sentiero il cui cartello indica in un’ora e quarantacinque il tempo per giungere al rifugio, che sembra così vicino.
E’ ancora molto caldo e dei nuvoloni cominciano ad addensarsi, diventando minacciosi con qualche goccia di poggia che, fortunatamente, non si trasforma in acquazzone estivo.
Durante la salita al Remondino, esattamente al bivio, Fabio dichiara solennemente di avere le “chiappe gelate”. Premesso che pare arduo col caldo che fa, io e Danilo gli chiediamo se ci fa la cortesia di rinfrescare le nostre borracce.
Le altre considerazioni non sono trascrivibili.
Alle 14,26 siamo al rifugio e ci attacchiamo letteralmente alla fontana esterna al rifugio da cui sgorga fantastica acqua gelata in abbondanza.
Il Rifugio Remondino è moderno con una struttura interessante. Prendiamo possesso del posto letto e provvedo subito a richiedere della colla per  lo scarpone nel tentativo di poterlo recuperare per la fine del tour. I gestori sono molto gentili e disponibili.
Alle 15,30 inizia un forte e severo temporale ed in poco tempo il  rifugio diventa caotico per tutti gli escursionisti che vi giungono di corsa, affaticati e fradici. Lascio all’immaginazione di chi legge il caos di un rifugio pieno con tutti gli indumenti stesi ovunque nel rifugio e nelle camerate nel tentativo di asciugarli. Tentativo!
Non riusciamo a fare la doccia nonostante pare che il rifugio ne sia fornito. Di fatto l’unico spazio utilizzabile è la toilette al piano terreno con due lavandini e due turche.
Dal rifugio, dalla sinistra alla destra, si trovano le seguenti vette:
la Madre di Dio, la Cima Maubert, la Cima Purtscheller, la Cima Genova, la Cima Nord Argentera, la Cima Sud Argentera, la Cima Paganini e la Cima di Nasta.
Questa giornata è stata faticosa, sul versante francese non si trovano indicazioni sino al cartello al Colle di Mercantour; sul versante italiano le segnalazioni migliorano ma l’unico cartello che indica il Colle è al bivio N.11 – N.12 con il Remondino. Sulle mappe, il sentiero francese è puntinato senza alcun cartello lungo il percorso che indichi il colle stesso che peraltro con la sua cima da il nome al Parco Nazionale. Evidentemente le autorità locali ritengono di dirottare il movimento umano più verso il Colle di Ciriegia.
Il temporale finisce verso le 18,00 e ci godiamo il tramonto, volenti o nolenti, perché dalla sala principale hanno fatto uscire tutti per pulire la sala ed apparecchiare. Pensare di stare in camera è difficile perché i letti a castello a tre piani sono così bassi da non poter stare quasi seduti nel letto e l’ambiente è troppo chiuso ed angusto. Unito poi alla confusione ed all’umidità di tutti gli indumenti ad asciugare ….
In quella zona non v’è copertura per i cellulari e non si riesce a telefonare a casa anche a causa del temporale.
La cena viene servita alle 18,44 e possiamo ancora goderci il tramonto ed il diradarsi delle nuvole ancora piene di pioggia. La sala è a momenti illuminatissima da dover chiudere gli occhi dall’intensità della luce e in brevissimo buia:
- minestrone con orzo in abbondanza;
- arrosto con purè;
- acqua/vino;
- genepy.
Costo a persona della mezza pensione: 36 euro per i soci CAI.
Le tavolate sono miste con molti tedeschi, italiani e francesi. Fabio a tavola esordisce (senza aver ancora bevuto un goccio di vino) sostenendo di avere gli addominali come quelli di Balotelli. Alla ovvia e conseguente ilarità, io e Danilo contestiamo la “panza tanta che tiene” molto più simile alla tartaruga “al contrario”.
Fabio, sempre magnanimo con gli sconosciuti e mai con noi, fa un origami, un airone, e lo dona a Ettore, un bambino piccolo che con il papà è salito al rifugio per fuggire due giorni dalla calura della pianura.
Alle 22,00 ci corichiamo anche se per me e Fabio sarà una lunga notte in uno spazio tanto angusto mentre Danilo non fa tempo a togliersi gli occhiali che sta già dormendo.

22 agosto 2012
dal “Rifugio Remondino” (2.430 m.) al “Rifugio E. Questa” (2.388 m.)
Sveglia alle 6,30.
Lo scarpone incollato sembra abbastanza “solido” per affrontare il giro di oggi che sarà un’altra “mazzata” in previsione del grande caldo, confidando sulla colla applicata e su quella del prossimo rifugio, sperando che ne abbiano.
Alle 7,34 iniziamo la discesa nel Vallone Assedras. Cielo limpido, azzurro intenso e già caldo per essere le sette del mattino a 2.400 metri sul livello del mare.
Si scende verso la Valle della Valletta ed al Piano della Casa del Re a 1.762 m. si supera un ponticello in legno. Riteniamo inutile salire al Rifugio Regina Elena, apparentemente chiuso, e tagliamo il Piano della Casa del Re. Si risale nel bosco sino al Sentiero n. 10 e ci si addentra nella Valle Culatta sovrastata dalle Cime Ovest ed Est di Pagari.
Seguiamo il segnavia per il Colle di Fremamorta, evitando un primo sentiero che,  a detta di un signore incontrato lungo la via poco prima, è più ripido. Il percorso dal pianoro in poi è tutto sotto il sole. Bello, caldo, inesorabile. Non un filo di vento.
Alle 10,30 giungiamo al cartello, ovviamente io e Fabio siamo fradici per il sudore: due fontanelle. Danilo è leggermente accaldato! O andiamo al Bivacco Guiglia o verso il Colle Fremamorta. In realtà avevamo ipotizzato la salita alla Cima di Fremamorta. Il cartello da’ quale tempo di percorrenza due ore sino al colle e poi aggiungiamo tre quarti d’ora per la cima a 2.731 metri.
Rinunciamo per vari motivi:
- il giro di oggi è lungo;
- i temporali si stanno verificando sempre più presto nel pomeriggio e ieri è iniziato alle 15,30;
- nell’aria, per quanto bello e soleggiato, si intravvede forte umidità;
- oggi le nuvole hanno cominciato già ad addensarsi e irrobustirsi;
- il mio scarpone non mi può concedere tale diversivo dovendo già stare attento a come mi muovo ed a come appoggio la gamba, evitando il più possibile e per quanto possibile le asperità del terreno. Sarà già un piccolo miracolo se arriverò al rifugio senza problemi.
In un’ora e un quarto arriviamo sopra al Lago Superiore di Fremamorta ove poco sopra vi è il Bivacco Guiglia in metallo con all’interno cinque posti letto.
I laghi sono molto belli, attraenti per il gran caldo i cui colori dell’acqua trasparente, ora azzurra ora verde o blu, e delle rive richiamano certe insenature del mare in Sardegna o Corsica.
Nel secondo lago c’è una persona in acqua con un canotto! Che invidia!
Sostiamo al terzo lago superiore, ai piedi della Testa di Bresses Nord e Sud, e ci refrigeriamo mettendo i piedi a mollo nell’acqua fredda  ma non gelida; è veramente un piccolo angolo di Paradiso. Dal nostro angolo riusciamo ad ammirare tutto il Gruppo dell’Argentera, della Cima di Nasta, il Bastione e la Cima di Brocan.
Dal terzo lago prendiamo il Sentiero n. 7 verso il Piano del Valasco. Si supera il Colletto di Valasco a 2.429 m. e bussiamo alla porta d’ingresso della Valle Morta. Sarà il nome o l’ambiente assolutamente unico e dolomitico: affascinante!
Il sentiero è costituito dalla strada militare larga, ormai però non più mantenuta. Sulla destra abbiamo la Cima di Valcuca (2.605 m.), alla sinistra vediamo la Testa di Bresses Nord (2.830 m.), la Testa di Tablesses (2.851 m.), la Punta di Prefouns (2.694 m.).
Alle 14,00 giungiamo al Bivio Rifugio Questa (ad un’ora dal bivio) ed il sentiero per il Piano del Valasco.
Sosta per l’acqua (quasi finita), formazioni nuvolose in movimento e stupende nelle loro movenze ma immaginiamo che tra non molto non saranno così affascinanti. Ripartiamo alle 14,20 per toccare il rifugio alle 15,10 mentre si sta coprendo e le nuvole sono sempre più basse e gonfie.
L’unico camoscio della giornata è stato avvistato poco prima del rifugio.
Temporale con tutti i sacri crismi alle 16,00.
Prima del rifugio, merita esser menzionato il Vallone di Prefouns con l’omonimo passo e la salita alla caserma abbandonata poco sotto, la Caire del Prefouns (2.831 m.) e la Cresta di Savoia.
Sul fondo della valle si può ben vedere la Casa di Caccia del Re all’inizio del Piano del Valasco.
Il nostro rifugio invece, il Rifugio Questa, è a 2.388 metri ed ha ai suoi piedi il Lago delle Portette (2.361 m.).
Anche questo non è il solito lago a cui siamo abituato dai colori plumbei, ha l’acqua di un azzurro intenso se non blu, a seconda anche dei giochi di luce. Poco avanti si vede il Passo delle Portette Nord a 2.619 m., contraddistinto dall’ennesima casermetta abbandonata.
Il rifugio è piccolo ed è stato un bene prenotare, però è dotato di telefono e di una doccia.
Sarà per il maltempo, ma in breve il rifugio è pieno ed è un vero piccolo porto di mare Gente che entra ed esce in continuazione. Arriva anche un gruppo di francesi a cavallo sotto l’acquazzone interminabile.
La situazione all’interno del rifugio si fa curiosa: vi sono pochi italiani, due ragazze inglesi, dei tedeschi attempati e molti francesi.
Essendo quasi tutti fradici, si fatica a muoversi. Panni stesi, fili improvvisati per appendere gli indumenti fradici. Io e Fabio, per recuperare liquidi e zuccheri, beviamo tre lattine una dietro l’altra di non sappiamo nemmeno cosa. Basta bere e dissetarsi.
Oltre alle piccole camere sul fianco della stanza principale di soggiorno/ristoro vi è una camerata sopra la sala principale raggiungibile con una scala verticale fissata al  muro.
Nei tempi morti della fine del pomeriggio, in attesa della cena, l’intrattenimento non manca. Dall’accesso del piano superiore cade di tutto, vestiti bagnati, teli, cappelli ed infradito. Il movimento è quasi frenetico con un sali/scendi continuo con signore che mettono in evidenza i propri posteriori (alcuni gradevoli altri meno) in mutande senza il minimo problema.
Se vi trovaste in una situazione simile, state attenti a passarci sotto!
La cena è servita alle 19,30 con menù fisso della mezza pensione:
- primo: minestrone;
- secondo: spezzatino di vitello con polenta;
- dolce.
Verso la fine della cena il tempo si è rimesso e del temporale non c’è più traccia.
Siamo riusciti a telefonare dal fisso del rifugio (non c’è rete per i cellulari). Franco apprende che la sua compagna è stata ricoverata d’urgenza al pronto soccorso il giorno precedente e l’indomani verrà operata. Organizza quindi il rientro anticipato per farsi recuperare alle Terme di Valdieri.
La notte sarà lunga.

23 agosto 2012
dal “Rifugio Questa” (2.388 m.) al “Grand Hotel Royal “ (1.368 m.)
Dopo una notte agitata con poco sonno e molto russare, grazie al compagno francese di stanza, rimettiamo insieme le nostre cose per la partenza verso le Terme di Valdieri.
Finita la colazione, salutiamo i gestori (tutte ragazze) ed i nostri commensali italiani (una simpatica coppia di Firenze/Genova) con cui abbiamo chiacchierato sia a cena sia a colazione.
Foto di rito di noi tre ed ultima insieme perché Franco deve tornare a casa per urgenze familiari non preventivate.
Partiamo insieme ed al bivio sottostante il rifugio salutiamo “mestamente” l’amico Franco. Rimaniamo noi due, Fabio e Danilo, e saliamo al Lago del Claus (2.344 m.) seguendo la mulattiera militare. In seguito incontriamo il Lago Inferiore di Valscura (2.274m.) e quindi risaliamo sulla destra del lago sino al Lago Superiore di Valscura (2.450 m.). Qui troviamo una imponente costruzione, più precisamente la caserma del I Reggimento Alpini (presumiamo della Brigata Cuneo).
Ci fermiamo senza più seguire il sentiero che prosegue verso il Colletto di Valscura a 2.520 metri.
A valle scopriremo che il territorio del Parco è caratterizzato dalle antiche vie del sale, dai sentieri per la transumanza, da mulattiere di caccia, dalle strade militari in un reticolo che si sviluppa per centinaia di chilometri.
L’esempio più stupefacente di intervento dell’uomo lo si incontra percorrendo la rotabile, realizzata dagli alpini all’inizio del novecento, tra i laghi di Valscura ed il Lago del Claus: è il lungo tratto lastricato che permette di oltrepassare un tormentato ammasso di blocchi e sfaciumi.
Una superficie perfettamente modellata, integra ad un secolo dalla sua costruzione.
Riprendiamo la strada del ritorno sino al lago inferiore e proseguiamo lungo la strada militare che, curva dopo curva, ci porta nel Piano del Valasco al Rifugio Reale, casa di caccia del re d’Italia Vittorio Emanuele II costruita a metà dell’ottocento.
Tale casa dalla forma singolare, “fortino con torri merlate”, è stata restaurata ed è possibile dormire e mangiare come il re!
Il Piano del Valasco è un grande pianoro pascolivo. Il fondo di un lago nei millenni si è trasformato in una distesa verdeggiante al centro di un catino di rocce rotte, scivoli di pietra. Il cuore del Parco.
Seguiamo un po’ la strada un po’ i sentieri che abbreviano il percorso per arrivare alle Terme di Valdieri a quota 1.368 metri.
Il posto tappa GTA di oggi sorge nel cuore dell’area termale vicino al torrente Gesso ed agli ottocenteschi casini di caccia fatti costruire da Vittorio Emanuele II all’ombra di alcune sequoie giganti.
Siamo al Grand Hotel Royal per la registrazione e per avere l’alloggio del posto tappa GTA il cui costo per la mezza pensione  è di € 45,00.
L’ambiente del posto tappa è confortevole, pulito e con docce calde; può ospitare fino a venticinque persone.
Nell’imbarazzo iniziale di presentarsi in un ambiente così curato conciati da sbatter via, con zaino e scarponi, il concierge dell’hotel ci comunica che per oggi siamo solo noi mentre nei giorni scorsi l’afflusso è stato molto più numeroso.
Il posto tappa è tutto per noi!
Dopo esserci sistemati e rinfrancati con una doccia interminabile, visti i precedenti rifugi, piccoli, tutti pieni con camere piccole, docce precarie e quant’altro, facciamo un giro nel paesino passando anche dal centro informazioni e visite dove sono esposti numerose fotografie e pannelli informativi, con l’occasione di poter vedere il documentario sulla nascita in cattività del Gipeto, seguito dall’inserimento sulle Alpi.
Alle 19,20 facciamo il nostro ingresso nell’enorme sala da pranzo dell’hotel. “Probabilmente” il nostro abbigliamento ci tradisce (anche se Danilo sostiene che la sua giacca è qualitativamente ed economicamente più  preziosa degli abiti da sera) ed una graziosa cameriera ci indica il tavolo riservato a chi pernotta al posto tappa. Contrariamente alle nostre aspettative, la cena è abbondante e gustosa:
- primo: ravioli ai quattro formaggi e conditi con sugo di pomodoro (senza riuscire a vuotare la teglia);
- secondo: bistecca ai ferri con contorno di carote al burro e soufflé di patate e verdure (finiti a stento);
- dolce: tre pesche sciroppate con amaretto e cioccolato a testa + una fetta di torta di mele ciascuno.
Dopo l’abbondante cena decidiamo di fare quattro passi alla ricerca di un bar dove poter gustare un goccio di genepy. La ricerca è vana, i bar sono chiusi e non c’è anima viva per le strade. Solo alcuni solitari lampioni rischiarano la notte.  Ritorniamo sobri e felici di avere il posto tappa tutto per noi. Ci diverte l’idea di poter scegliere qualunque letto di qualunque stanza, ipotizzando anche di dormire ciascuno nella propria stanza.

24 agosto 2012
Dal “Grand Hotel Royal“ (1.368 m.) al “Rifugio Genova – Figari” (2.015 m.)
Dopo l’abbondante colazione al “Grand Hotel Royal” ove ci siamo imposti di limitarci per il duro cammino della giornata e non potevamo concederci il lusso di un’abbuffata, alle otto circa seguiamo le indicazioni per il Rifugio Morelli - Buzzi.
Anche oggi il bel tempo ci assiste e, a differenza dei giorni scorsi, soffia un forte vento che ci allieta la giornata rischiando anche una bella scottatura sulle braccia ben arrossate.
La salita è lungo una agevole mulattiera che ci fa guadagnare quota lentamente, con innumerevoli tornanti. Raggiungo il Gias Lagarot (1.917) si apre davanti a noi il Vallone di Lourousa e raggiungiamo il segnavia che indica a destra il Bivacco Varrone (2.235 m.) e a sinistra il rifugio ed il sovrastante colle.
Il sentiero raggiunge la base della morena che superiamo con un ripido percorso a zig-zag. In poco tempo arriviamo al Rifugio Morelli-Buzzi a 2.351 metri.
Al rifugio rimaniamo a bocca aperta davanti ai mille metri di rocce vertiginose del Monte Stella, mentre verso valle, inquadrato dal profilo di tipica valle glaciale, s’innalza il Monte Matto, castello di cime superiori ai tre mila metri.
Durante una sosta al rifugio assistiamo ad una scenetta curiosa: una femmina di camoscio con il suo piccolo accanto che leccano indisturbati il salnitro che affiora tra i massi della base del rifugio.
Affrontiamo la salita che si inerpica tra grossi massi fino ad arrivare al Colle di Chiapous (2.526 m.). Sul colle veniamo accolti da un camoscio che anziché allontanarsi ci viene incontro, guardandoci incuriosito a sua volta.
Dopo una breve pausa iniziamo la discesa nel Vallone di Chiapous. L’inizio del sentiero è agevole ma ben presto il percorso diventa difficoltoso a causa di diversi cedimenti del sentiero e della presenza di numerosi massi che ci ostacolano, procedendo con molta attenzione.
Arrivati alla carrareccia che porta alla diga guardiamo con stupore due ragazzi che, in sella a due mountain bike “non particolarmente evolute”, tentano la risalita. Non crediamo proprio possano essere andati molto lontano.
Raggiunta la diga del lago artificiale del Chiotas (1978 m.), l’attraversiamo raggiungendo la strada asfaltata. Dopo un breve tratto in discesa, seguendo le indicazioni, risaliamo percorrendo un tratto sterrato e quindi il sentiero più basso per raggiungere il Rifugio Genova – Figari (2.015 m.) a metà pomeriggio.
Osserviamo e ci confermano che, in questo anno di particolare siccità, anche questo lago è stato in parte svuotato per fornire acqua per l’agricoltura della bassa valle.
Lasciamo lo zaino nella camera e raggiungiamo il lago Brocan a pochi metri dal rifugio. Ci fermiamo un po’ di tempo sulla riva osservando il paesaggio e chiacchierando in un tardo pomeriggio pigro e fresco.
La cena è servita alle 19,00 e oltre al minestrone di Danilo, alla pasta asciutta di Fabio e carne per secondo aggiungiamo vino, genepy e caffé
La spesa della giornata, compresi gli extra, ammonta a complessivi euro 85,00. La mezza pensione è di euro 35,00 per persona per i soci CAI.
Il Rifugio Genova - Figari sorge ai piedi del versante orientale del Massiccio dell’Argentera ed è circondato dalle acque blu dei laghi Brocan e Chiotas. Quest’ultimo invaso artificiale alimenta una delle centrali idroelettriche più grandi d’Europa.

21 agosto 2010
dal “Rifugio Genova – Figari” (2.015 m.) a San Giacomo  (1.213 m.)
Ultimo giorno! Colazione classica alle 7 e alle 7,30 siamo già in cammino.
L’aria questa mattina è più fresca del solito ed il cielo non è più sgombro come nei giorni precedenti. L’estate volge al termine?!?
Dal Rifugio Genova - Figari seguiamo la carreggiata che scende al bacino del Chiotas, per circa cinquecento metri, poi deviamo a destra seguendo le indicazioni riportate sulla palina segnavia. Il sentiero si alza con ampi tornanti sugli ondulati pendii erbosi del Vallone di Fenestrelle.
Dopo il ripiano, ove sono visibili i resti di un alpeggio, la traccia piega bruscamente a nord avvicinandosi sempre più al costone delle Rocce di Laura (2.246 m.) che forma il versante settentrionale del vallone.
Proseguiamo per terrazze erbose e pietraie, volgendo ancore verso destra per attraversare a mezza costa le ripide falde delle Rocce di Laura. Attraversati in quota i numerosi valloncelli che solcano le pendici della Punta Ciamberline e della Punta di Fenestrelle, il sentiero piega verso sud scendendo al centro del valloncello, quindi con un’ultima serie di tornanti risale il macereto che adduce al Colle di Fenestrelle. Dal colle scendiamo sul versante opposto, il sentiero passa nelle vicinanze di un suggestivo laghetto da dove siamo in quadratura stupenda del massiccio del Gèlas e dei suoi ghiacciai.
Sempre sul sentiero si raggiungono i ruderi del Gias Balmetta (2.157 m.); con numerosi tornanti su pendio pascolivo si arriva sulla carreggiata che porta al Piano del Praiet.
Prima di far ritorno a San Giacomo decidiamo si risalire al vicino Rifugio Soria- Ellena, primo rifugio del nostro tour.
Ci rinfreschiamo e Danilo realizza l’idea che tutti e tre abbiamo avuto sin dal primo giorno ed acquista l’ultimo zaino in offerta ad un prezzo decisamente interessante di una nota marca di articoli per la montagna. Probabilmente se ci fosse stato anche Franco, il gestore lo avrebbe messo all’asta ed aggiudicato al miglior offerente…
Nell’aria aleggia odore di soffritto: a pranzo è previsto il risotto coi funghi. L’idea di fermarsi a pranzo è molto allettante, ma sono solo le 11,30 per cui decidiamo di mangiare un panino veloce (veloce è il tempo impiegato a mangiare non il nome del panino) e riprendiamo la discesa.
Il rientro avviene sulla strada sterrata percorsa il primo giorno ed nel primo pomeriggio siamo a San Giacomo, rientrando “dal mondo parallelo nel mondo normale”.
Siamo partiti in tre, tornati in due mentre il compare entra ed esce dall’ospedale e con l’immaginazione vive e vede le montagne che poi vedrà in foto, nell’invidia anche di sapere che dalla sua partenza sono seguiti giorni tranquilli con ottime condizioni meteo e rifugi molto belli, accoglienti e soprattutto non pieni come i precedenti.
Così è la vita, non può essere gestita e programmata a proprio uso e consumo.
Alla fine resta il dispiacere di aver già finito ma soprattutto l’amicizia, quel filo sottile che ci lega anche quando si è distanti e che non crea sovrapposizioni e problemi quando siamo insieme per i monti. Le decisioni si condividono sempre e tutti insieme.
Rimane la voglia di organizzare, programmare e riprendere un nuovo giro per le montagne chissà dove…
Ma questa è un’altra storia.
 Scritto magistralmente da Franco - un vero malato di montagna
e da Fabio e Danilo per gli ultimi tre giorni

domenica 12 maggio 2013

alla Punta Arbella "sentinella di Pont"

Salire all'Arbella è una classica escursione primaverile/autunnale, molto appagante per il sentiero di risalita e per la sua posizione centrale, da dove si può godere di uno straordinario panorama a 360° sulla catena alpina, dal M. Colombo, alle Tre Levanne, alla Rosa dei Banchi, alla Tersiva...

Dall'autostrada A5 (Torino-Aosta) usciamo al casello di Ivrea e proseguiamo seguendo le indicazioni per Cuorgnè/Castellamonte. Continuiamo sulla SS 565 di Castellamonte, denominata "Pedemontana", poco oltre Cuorgnè, all’inizio della valle dell'Orco, in prossimità di una grande rotonda, seguiamo a destra le indicazioni per Pont Canavese. Attraversato il paese seguiamo la provinciale per Campiglia e dopo circa 3,5 km poco prima di una galleria, svoltiamo drasticamente a sinistra, per Lutta, Poetti, Monte Arbelia. Superata Poetti continuiamo sulla stretta strada asfaltata, ad un bivio teniamo la destra e in breve arriviamo a Campidaglio 1121 m, dove parcheggiamo in qualche spiazzo, prestando attenzione a non arrecare intralcio agli abitanti della borgata.
Una freccia recante la scritta "Arbella" sul parete di una casa indica I'inizio dei sentiero., attraversati alcuni prati sovrastanti l'abitato, continuiamo in un bel bosco, tra betulle, noccioli e faggi. Alle nostre spalle possiamo già godere di un bello scorcio verso l’ingresso della valle e la pianura sino al torinese. A 1228 m attraversiamo le baite di Lumberto e proseguendo raggiungiamo Pian Russa, attraversato un piccolo torrente in breve giungiamo ai piedi di un ben visibile spuntone roccioso. Da qui iniziamo a risalire il pascolo e seguendo attentamente i numerosi segni gialli arriviamo all’alpe Nivolaj 1386 m, dove ci fermiamo qualche minuto per dissetarci alla fontana e per ammirare l'ottimo panorama verso valle. Il sentiero oltrepassa il bosco raggiungendo la cresta spartiacque, percorrendola raggiungiamo La Ca dal Paul e l’alpe Colmetto 1735 m, appena oltrepassato I'alpeggio si può ammirare un bellissimo abbeveratoio ricavato da un unico blocco in pietra.
Seguendo i segni gialli, con un percorso che non presenta alcuna difficoltà, arriviamo alla croce posta sulla Punta dell'Arbella e quindi continuando sull'ampia cresta rocciosa in pochi minuti arriviamo alla "rosa dei venti". Da questo punto di osservazione si ha uno straordinario panorama sulla pianura canavesana e sulle montagne delle Valli Orco e Soana. La discesa e per il medesimo itinerario di salita.
Malati di Montagna: Giuseppe, Patrizia, Fabio, Franco, Deborah e Fabio

...i panorami non mancano...


...ma anche le vecchie baite...


...se poi ci aggiungiamo una cresta...


...ecco che poi arriva la cima...


...seguita dalla dorsale...


...e da un magnifico panorama...!!!


Fabio, Deborah, Franco, Giuseppe e Patrizia




sabato 4 maggio 2013

Tra gli spiriti del bosco...

A chi passa di qui
Sei su un sentiero che ha in sé una magia,
che ti guarda e capisce se sei in sintonia.
Ha in sé un elemento sveglio giorno e notte,
che controlla tutto e non gli scappa niente.
È ovunque: vicino a un sasso, sopra un ramo,
dietro una pianta, tra fili d'erba, nell'acqua di una pozza;
brontola col tuono, soffia col vento
s'illumina col lampo, continua fuori e dentro.
È lo Spirito del bosco, che ogni tanto appare,
da dove è nascosto esce, compare.
Ma non è così facile portarlo alla vista:
con le mani e col cuore ci riesce un artista.
Un piccolo tronco nel bosco e l'uomo lì vicino:
si guardano, si studiano, “si leggono il sentimento”
che è poi quello che guida lo scalpello e il mazzuolo
e dal legno esce un folletto, un piccolo animale.
E questi li vedi a lato del sentiero,
ma c'è tutto il resto nascosto lì dietro:
se vuoi vederlo quando passi da qui,
devi riuscire ad essere… un po' artista anche tu
Tiziano Corti

Viaggiamo sull’autostrada A9 verso la Svizzera, usciamo a Como/Sud, per poi proseguire seguendo le indicazioni per Erba. Usciti da Como seguiamo le indicazioni per Lecco/Bergamo finché, giunti ad un incrocio, svoltiamo a sinistra per Pontelambro Canzo/Asso.
Una volta arrivati a Canzo decidiamo di lasciare la macchina nell'ampio parcheggio in Via Gajum vicino alla chiesa di S. Francesco (420 m slm circa). Si potrebbe proseguire fino alla località Gajum, ma, in questo caso, potremmo avere difficoltà per il parcheggio, soprattutto nei giorni festivi.
Una bella fontana in un arco di pietra posta in fondo al parcheggio, ci permette di riempire le borracce con acqua freschissima. Seguendo Via Gajum in salita, in circa 10 minuti arriviamo in località Fonte Gayum a 483 m, punto di partenza per le diverse mete possibili.
Prendiamo a sinistra l'acciottolata dal suggestivo nome di "Via delle Alpi", vera spina dorsale della Val Ravella, Con pochi tornanti siamo al grande prato e al nucleo di Prim'Alpe o alpe Grasso 718 m. Prima di proseguire consigliamo una visita al Centro Visitatori della Riserva Sasso Malascarpa, all'interno dell'antico edificio ristrutturato dall'ERSAF, sono esposti pannelli informativi e reperti naturali specifici dell'area protetta riguardanti la geologia, la vegetazione e la fauna. Tralasciata la strada acciottolata proseguiamo verso destra seguendo le indicazioni per il "Sentiero dello spirito del bosco". È un sentiero molto particolare, da percorrere in punta di piedi, dove si può fare la conoscenza dello Gnomo Gnogno e del Saggio del Bosco, incontrare a tu per tu il famigerato Homo Salvadego e il suo bizzarro asinello, provare la paura di perdersi nel labirinto dei tronchi morti o la rassicurante sensazione di essere accolti nel grembo di Madre Terra. Ma soprattutto è il luogo dove si può allenare la propria sensibilità all’ascolto e all’osservazione.
Terminato il sentiero ci ritroviamo a Terz'Alpe, 793 m. Questa antica cascina, che sembra una fortezza, nasconde nella corte interna un'accogliente agriturismo. Dalla palina segnavia proseguiamo a sinistra seguendo il sentiero n. 3 per "la Colma". Al  bivio successivo continuiamo in costa, lungo il sentiero che prende quota ai piedi della parete meridionale del Corno Occidentale e che, tra boscaglie e radure, termina alla Colma di Ravella 1000 m, tra la Val Ravella e la Val Gatton. Pieghiamo a destra e iniziamo a salire la cresta nord del M. Prasanto, prima in una fitta pineta di rimboschimento, poi per pascoli e roccette che ora si aggirano, ora si superano direttamente con facili passaggi. Mentre proseguiamo godendo di una bella vista a destra sulla Val Ravella e a sinistra sulla Valle Inferno, incrociamo un sentierino a sinistra che seguiamo arrivando in breve al punto panoramico sui famosi "Campi selciati". Un curioso fenomeno carsico, caratterizzato da profonde scanalature scavate dall'acqua nella roccia calcarea, che ricordano i segni lasciati dai carri sul terreno. Riprendiamo il sentiero principale giungendo al Sasso Malascarpa 1187 m, che si presenta come un grande muro a secco costruito dall'uomo ed invece è un lastrone di bianco calcare tagliato da solchi carsici paralleli in blocchi quasi regolari. Qui si possono osservare i Conchodon, grossi Molluschi Lamellibranchi visibili soprattutto nella parte culminale dell'area, nel Calcare di Zu, l'inconfondibile forma "a cuore" di questo fossile è diventata oggi il simbolo della Riserva. Proseguiamo in piano fino al piazzale del grande ripetitore, evitiamo di salire alla cima del M. Prasanto a poche decine di metri dal ripetitore, per cui scendiamo per qualche minuto seguendo la strada sterrata per poi svoltare a sinistra seguendo le indicazioni sulla palina segnavia per la Bocchetta di San Miro che raggiungiamo velocemente. Dalla palina segnavia volgendo a destra per pascoli saliamo fino alla vetta del M. Rai 1259 m, punto panoramico sulla valle dell'Oro e sulla sottostante Basilica di San Pietro. Deviamo dal nostro percorso seguendo il sentiero a sinistra verso il Corno Birone, arriviamo alla palina segnavia e ritorniamo indietro. Scendiamo a sinistra lungo la dorsale e incrociata la strada sterrata arriviamo al rifugio SEC Marisa Consiglieri nei pressi del Culmen 1110 m.
Dal rifugio rimontiamo i pascoli seguendo un'evidente traccia, raggiunto il crestone Nord lo seguiamo fino all'anticima del M. Pesurra e dopo una insellatura eccoci finalmente in cima al M. Cornizzolo 1241 m. La croce alta nove metri fu posta nel 1933 per commemorare i caduti della Brianza nella Grande Guerra. Dopo la pausa pranzo scendiamo per la stessa via fino alla Culmen. Passiamo il rifugio sulla destra e, subito dopo,  sulla sinistra troviamo il sentiero n. 7 indicato su una palina segnavia. Scendiamo nel bosco, prima dolcemente arrivando all'antico nucleo dell'Alpetto 1047 m e poi, dopo una secca curva a destra, molto più ripidamente. Dopo un lungo traverso arriviamo ad una sella, oltrepassata la quale entriamo in una profonda valle dove il sentiero corre parallelo ad un piccolo torrente.  Raggiungiamo un bivio e prendiamo a sinistra, verso il torrente Ravella che guadiamo. Sulla destra orografica del torrente scendiamo lungo il Sentiero Geologico e in pochi minuti ritorniamo in località Gajum.
Il depliant "La geologia della Riserva Naturale Sasso Malascarpa" e la
Cartina Riserva Sasso Malascarpa, richiedono l'utilizzo di Acrobat Reader
Malati di Montagna: Simeone, Danilo e Fabio

attenzione comportatevi bene all'interno del mio bosco...!!!


salve visitatori, benvenuti nel mio regno...


si, si, lo so, le dita nel naso non si mettono...


portate sempre rispetto a ogni creatura che incontrate...


bene, bene, siete già a buon punto...!!!


non abbiate paura...


in cresta...


i l Sasso Malascarpa
L'origine del nome "Malascarpa", dal dialetto sass de la mascarpa, non è certa, ma probabilmente va collegata al significato di masca (strega) ed alle tradizioni popolari che legavano rocce e sassi dalla forma particolare a elementi negativi e pericolosi.


dal M. Rai...verso il...


...M. Cornizzolo


by Simeone









giovedì 2 maggio 2013

PREALPI iEdition 08

É uscito il nuovo numero di PREALPI, con interessanti suggerimenti per i migliori trekking, divertenti pedalate in MTB, e tante news sul mondo della montagna.
In questo numero: mtb alla Forcella di Spettino, trekking al Parco della Val Sanagra, escursioni nei Parchi Naturali del Tirolo, il Sentiero della Pace, mtb in Val di Sole, nordic walking.
In collaborazione con fabio-trekker.blogspot.it - malatidimontagna
http://prealpi.wordpress.com/2013/05/01/prealpi-iedition-08/


mercoledì 1 maggio 2013

Al Monte Antola, estremo lembo del Piemonte

Il Parco dell’Antola è una tra le zone più suggestive dell’Appennino ligure. Il territorio confina a nord con il Piemonte, ad est con l’Emilia Romagna, è dominato dall'omonimo monte che fa da spartiacque tra due valli principali: la Valle Scrivia e la Val Trebbia.
Il M. Antola è sicuramente uno dei rilievi più conosciuti della Val Trebbia. Ottimi sentieri e mulattiere risalgono infatti sia dal versante ligure che dal versante piemontese della montagna, noi abbiamo scelto quello che parte da Vallenzona, frazione del Comune di Vobbia.

Dall'autostrada A7 (Milano-Genova) prendiamo l'uscita per Isola del Cantone, proseguiamo seguendo le indicazioni per Vobbia e in seguito per Vigogna da dove in breve arriviamo alla frazione Vallenzona dove parcheggiamo nella piccola piazzetta davanti al campo sportivo.
Seguendo le scritte gialle sul muro (M. Antola) a destra rispetto alle indicazioni stradali, saliamo verso la parte alta del paese. Usciti dal paese proseguiamo seguendo il sentiero contrassegnato da un quadrato giallo pieno, oltrepassati alcuni ruderi con accanto una fontana, dove è meglio rifornirsi d'acqua vista la totale assenza durante tutto il percorso,  giungiamo nei pressi di una bella cascata. Guadato il torrente iniziamo a salire nel bosco incrociando più volte una sterrata, man mano che ci allontaniamo dalla civiltà veniamo avvolti dal silenzio interrotto solo da rumori provenienti dal sottobosco, forse il vento o qualche piccolo animale …
Raggiunto il quadrivio denominato Passo Sesenelle 1254 m, tralasciamo il sentiero proveniente dalla chiesa di San Fermo e quello centrale da cui faremo ritorno e continuiamo verso destra seguendo il sentiero 200 contrassegnato bianco/rosso su un albero.
Il percorso dapprima si snoda a larghe curve all'interno di un bosco misto di latifoglie, poi diventa più impegnativo e con un susseguirsi di stretti tornanti tra begli esemplari di faggio. Finalmente il sentiero giunge sui pascoli alti, denominati "Prati del Prete" e in breve alla grande croce del Monte Buio 1403 m. Siamo sul confine tra le provincie di Genova e Alessandria e anche se ci sono le nuvole il panorama è notevole, oltre alla Val Borbera si riesce a riconoscere il Monte Tobbio e il Monte delle Figne.
Dopo una breve pausa scendiamo fino ad una piccola croce che rappresenta l'antica vetta del M. Buio, tralasciamo  il sentiero principale verso destra da cui faremo ritorno e proseguiamo diritti seguendo un'esile traccia. Il percorso segue la dorsale sulla sinistra per poi piegare verso destra ricongiungendosi con il sentiero principale, con questa deviazione si ha la possibilità di poter aver una visuale più ampia sulle montagne circostanti (occorre prestare attenzione alla traccia che è poco visibile).
Rientrati nel bosco proseguiamo in falsopiano fino a giungere alla Capanna di Tonno 1302 m, piccola area attrezzata al coperto, posta in un bellissimo punto panoramico. Proseguiamo tra saliscendi arrivando in una fitta faggeta, il sentiero ora riprende a salire e aggirando le pendici meridionali dell'Antola arriviamo a incrociare il tracciato dell'Alta Via dei Monti Liguri. Proseguiamo passando alla sinistra del vecchio rifugio Musante, costruito da quattro abitanti di Bavastrelli con il concorso della "Società Club Alpino sezione Ligure" (che provvide la somma di mille lire) tra il 1894 e il 1895, il primo custode e comproprietario fu Giovanni Musante, un emigrante di Bavastrelli allora rientrato dall'America. Poco dopo tralasciata una piccola chiesetta a destra con largo sentiero saliamo in pochi minuti in cima al Monte Antola 1597 m, dal greco "anthos" che significa fiore. Nelle giornate limpide si può vedere il porto di Genova e verso nord-ovest l'Appenino, purtroppo oggi ci dobbiamo accontentare...
Per la via del ritorno seguiamo il medesimo itinerario, tralasciando le due varianti effettuate all'andata, la salita al M. Buio e la dorsale successiva. Attenzione al bivio sotto alle pendici del M. Buio: occorre seguire il sentiero di destra in salita contrassegnato da un quadrato pieno giallo, tralasciando quello che prosegue diritto verso Crocefieschi contrassegnato da due linee gialle.
Malati di Montagna: Pg, Danilo e Fabio

quattro passi in montagna...!!!




suggestivi sentieri...



Lago del Brugneto