Il mio zaino non è solo carico di materiali:
dentro ci sono la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi,
il mio carattere, la mia solitudine.
In montagna non porto il meglio di me stesso:
porto me stesso, nel bene e nel male
Renato Casarotto

martedì 31 dicembre 2013

Festeggia il 2014 in silenzio...rispetti la natura e risparmi i soldi...!!!



IN ITALIA OGNI ANNO ALMENO 5000 ANIMALI MUOIONO A CAUSA DEI BOTTI. DI QUESTI L’80% SONO ANIMALI SELVATICI
Si stima che ogni anno in Italia 5000 almeno animali muoiano a causa dei botti di fine anno. Di questi circa l’80% sono animali selvatici, soprattutto uccelli, tra i quali non mancano casi di rapaci, che spaventati perdono il senso dell’orientamento ed effettuano una fuga istintiva rischiando di colpire mortalmente un ostacolo a causa della scarsa visibilità. Altri abbandonano il loro dormitorio invernale, vagano anche per chilometri, e non trovando altro rifugio muoiono per il freddo a causa dell’improvviso dispendio energetico a cui sono costretti in una stagione caratterizzata dalla scarsità di cibo che ne riduce l’autonomia. A ciò va aggiunto anche lo stress indotto dai botti e dagli effetti pirotecnici, anch’esso causa di morte frequente, che costringe gli uccelli acquatici, soprattutto anatre ed aironi ad abbandonare i corsi d’acqua, gli stagni e i laghi nei quali soggiornano, per farvi ritorno solo successivamente. Anche quest’anno molti grandi Comuni hanno proibito i botti, ma questo non basta. È necessario evitare tale pratica laddove la bassa densità permette l’utilizzo di prodotti pirotecnici classificati, ovvero in montagna, collina e pianura dove la fauna è più numerosa e maggiormente sensibile, poiché il danno è amplificato proprio dalla simultaneità dell’evento, quando intere vallate, dai comuni più piccoli sino ai grandi centri abitati, e chilometri di pianura sono “bersagliati” incessantemente per alcune ore consecutive.

lunedì 30 dicembre 2013

Scorpacciata di panorami sul Monte Cucco tra Val Colla e Val Cavargna

Salendo da Carlazzo, dopo aver percorso una lunga gola stretta tra il monte Pidaggia ed il Sasso della Porta e resa ancor più cupa e selvaggia dal rumoreggiare del torrente Cuccio nel fondovalle, l'orizzonte si allarga ed il respiro esce più libero: si entra in Val Cavargna, una valle ancora incontaminata che si apre a ventaglio su uno sfondo di panorami incantevoli.

Dall'autostrada A9 usciamo a Como Nord e proseguiamo sulla statale 340 "Regina" fino a Menaggio, da qui proseguiamo verso Porlezza. Oltrepassato il comune di Grandola ed Uniti arriviamo alla località Ponte di Pino (Carlazzo), all'incrocio svoltiamo a destra proseguendo sulla strada provinciale della Val Cavargna. Arrivati a Cavargna 1120 m, oltrepassata la chiesa di S. Lorenzo, lasciamo l'auto nel parcheggio sulla destra.
La giornata si prospetta bene, cielo terso, visione ottima, temperatura gradevole e  il bello deve ancora arrivare...!!! Ritornati alla chiesa seguiamo le indicazioni per il Passo San Lucio, iniziamo a salire seguendo la mulattiera e in breve giungiamo a un bivio, tralasciate le indicazioni a destra per l'alpe Tabano e il M. Garzirola, continuiamo a salire passando davanti a una casa vacanze e costeggiando alcune reti para-sassi.
Dopo alcuni tratti ripidi passiamo vicino ad alcune baite diroccate per poi scendere raggiungendo il torrente Cuccio. Calziamo le ciaspole e attraversato il ponte iniziamo a salire attraversando un bel bosco di ripopolamento di abeti rossi. Usciti all'aperto, man mano che saliamo i panorami si ampliano e iniziamo a vedere il M. Pianchette e il Pizzo di Gino che ci accompagnerà per tutta la durata dell'escursione. Incrociamo una carrareccia che seguiamo verso destra raggiungendo dopo pochi minuti le abitazioni di Monti Colonè 1410 m, dove sulla destra è già visibile il campanile della chiesetta di San Lucio. Dopo alcuni saliscendi, proseguiamo in falsopiano in un bosco di faggi, al cui termine troviamo un grosso pannello con le varie indicazioni. Seguiamo la carrareccia a sinistra che lentamente sale giungendo ad alcune paline segnavia, tralasciamo l'indicazione per San Lucio e proseguiamo verso sinistra seguendo la traccia per la Bocchetta di S. Bernardo/Cima di Fiorina. Arrivati alla seguente palina segnavia iniziamo la salita verso il Monte Cucco, da qui in poi ognuno deve valutare il percorso più adatto, noi abbiamo preferito fare un piccolo traverso verso sinistra e poi iniziare la salita verso la cima. Arrivati sulla sommità del Monte Cucco a 1624 m, non c'è niente che fa pensare di essere arrivati in cima tranne il cippo di confine e lo straordinario panorama a 360°, a partire dalle Grigne, al Grona e la dorsale che va dal Bregagno al Pizzo di Gino, dietro la quale spunta la cima del Legnone e sull'altro versante il maestoso Monte Rosa, ad interrompere la morfologia dolce di questa zona, non potevo non citare i rocciosi Denti della Vecchia. Dopo aver fatto scorpacciata di panorami iniziamo a scendere ripercorrendo il medesimo itinerario fino alla palina segnavia, dalla quale iniziamo a percorrere la dorsale che con qualche saliscendi ci conduce all'antico oratorio romanico di San Lucio e al passo omonimo a 1542 m. Prima di proseguire raggiungiamo il rifugio San Lucio ricavato nel 2000 dalla ristrutturazione di una ex caserma delle Fiamme Gialle, dove ci fermiamo per mangiare qualcosa, pochi metri più sotto in territorio elvetico c'è l'altro rifugio, la Capanna San Lucio, ambedue oggi purtroppo chiusi. Per il ritorno percorriamo la carrareccia a lato della chiesetta, alla prima curva l'abbandoniamo e iniziamo a scendere ripidamente, prima su terreno aperto e poi all'interno del bosco, fino a  incrociare nuovamente la carrareccia fatta al mattino, da qui in poi ripercorriamo il medesimo itinerario.
Malati di Montagna: Pg, Silvio, Aldo e Fabio


Silvio, Pg e Aldo sul Monte Cucco 1624 m
alle spalle il Pizzo di Gino


Laudato sie, mi’ Signore,
cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cun grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatone.




Oratorio di San Lucio, posto sul valico omonimo che collega la Val Cavargna con l’elvetica Val Colla, risalente al XIII, XIV sec. 
San Lucio è patrono dei casari e degli alpigiani.




domenica 22 dicembre 2013

Tanti auguri di Buone Feste dal Lago della Serva

È un classico itinerario invernale nel Parco Naturale Mont Avic, quello che più ne evidenzia le peculiarità naturalistiche, una su tutte la foresta di pino uncinato della Serva. 

Dall’autostrada Torino-Aosta usciamo a Vèrres ed imbocchiamo la statale in direzione Aosta, dopo pochi minuti deviamo a sinistra sul ponte per Champdepraz e risaliamo la valle seguendo l’indicazione per il Parco Naturale del Mont Avic.
Arrivati all’ultimo paesino, Veulla, 1300 m, lasciamo l’auto nel parcheggio. 
Ci incamminiamo sulla strada sterrata seguendo le indicazioni sulla palina segnavia, poco dopo ci inoltriamo nel fitto bosco dove sono presenti alcuni pannelli didattici del parco che illustrano le peculiarità della zona. Raggiungiamo in breve la località Magazzino 1460 m, tralasciamo il sentiero per il lago Gelato e proseguiamo a sinistra seguendo i segnavia 5b-5c.
Dopo aver oltrepassato un ponte ai piedi di una suggestiva cascata, saliamo fino ad arrivare all'Alpe La Serva 1540 dove ha termine la strada sterrata. 
Il sentiero inizia a inerpicarsi ripido nel bosco di pini uncinati e dopo alcuni saliscendi entriamo nel vallone per poi scollinare e proseguendo in un tratto pianeggiante arriviamo al Lago della Serva 1835 m. Decidiamo di fare il giro del lago, che consigliamo però solo a persone che abbiano un minimo d'esperienza nel muoversi in ambienti innevati. Dopo la pausa pranzo ritorniamo sul medesimo sentiero accompagnati dalla nostra fedele guida sherpa Pedro che non ci ha accompagni sia all'andata che al ritorno, da dove sia venuto  non lo sappiamo ma vi assicuro che non mi era mai capitato in montagna d'avere una guida cosi tanto premurosa come Pedro, non appena rallentavo il passo o ci fermavamo ritornava indietro a verificare se tutto andava bene...GRAZIE Pedro...!!!
Auguriamo a tutti gli amici vicini e lontani Buone Natale e Felice Anno Nuovo
Malati di Montagna: Aldo, Silvio, Pg, Fabio e Pedro


dopo tanti anni che vado per terre alte,
riesco ancora a emozionarmi davanti a immagini come questa...



Pg, Silvio e Aldo...


Pedro  il nostro sherpa


anche Pedro vuol bene a Babbo Natale




giovedì 19 dicembre 2013

Montagna da vivere, montagna da conoscere


Quasi mille pagine e 28 capitoli per divulgare la conoscenza della montagna secondo il messaggio culturale del Club alpino italiano. Sono questi i contenuti di "Montagna da vivere, montagna da conoscere" , l’ultima pubblicazione del CAI che è stata presentata oggi presso la sua Sede Centrale a Milano.
Una sintesi e un manifesto del sapere delle Terre alte, frutto di 150 anni di esperienza, la cui compilazione è stata affidata agli Organi tecnici centrali del Sodalizio. I capitoli rappresentano uno strumento divulgativo della conoscenza attuale sulle Terre alte, approfondendo tematiche quali alpinismo, escursionismo, speleologia, geologia, meteorologia, e ambiente.
Lo scopo è quello di fornire una informazione che rappresenti un quadro sufficientemente ampio e significativo della complessa realtà della montagna sia come entità naturale, sia in relazione alle interazioni con essa dell’uomo, nel passato, nel presente e nel futuro.
Nell’occasione, il Presidente generale del CAI Umberto Martini ha spiegato che  «l’esigenza di un testo divulgativo destinato ai neofiti è stata avvertita fin dagli inizi della diffusione dell’alpinismo a livello popolare. A cinquant’anni di distanza dall’ultima edizione, risalente al 1963, anno del centenario, l’approccio alla materia relativa alla cultura della montagna ha richiesto una revisione di metodo e contenuti. Era necessario dare una visione di sintesi unica del messaggio che il CAI intende divulgare, soprattutto all’esterno dell’Associazione, nella prospettiva di quell’ ”aprirsi al mondo” che è uno degli elementi qualificanti del nuovo ruolo del Sodalizio nella società del terzo millennio. La collaborazione trasversale tra gli Organi tecnici centrali e le scuole del CAI ha dato vita all’opera che qui presentiamo. Ci auspichiamo che, oggi 11 dicembre nella giornata internazionale della montagna, questa pubblicazione possa contribuire a elevare il livello della conoscenza e della consapevolezza della cultura media nazionale della montagna, in funzione di una fruizione rispettosa e responsabile del territorio.»
Sulla stessa lunghezza d’onda del Presidente Martini, anche gli altri rappresentanti del CAI intervenuti alla presentazione: Maurizio Dalla Libera, (Presidente Commissione nazionale scuole di alpinismo e scialpinismo CAI e coordinatore del Gruppo di lavoro), Walter Brambilla (Presidente Commissione centrale alpinismo giovanile del CAI e coordinatore del Gruppo di lavoro), Lorenzo Maritan (Consigliere centrale CAI e componente del Gruppo di lavoro), Paolo Valoti (Consigliere centrale CAI e componente del Gruppo di lavoro), che si sono uniti al Presidente generale anche nel dedicare il volume alla memoria di Rossana Podestà, attrice e moglie dell’alpinista Walter Bonatti, recentemente scomparsa.
Il libro sarà disponibile in tutte le librerie a partire da gennaio 2014, con un prezzo al pubblico di 34 euro. I  Soci CAI potranno effettuare l'acquisto a un prezzo di 22 euro.

lunedì 16 dicembre 2013

La voce degli uomini freddi


Quello era un paese di neve, nevicava anche d’estate. E anche nelle altre stagioni nevicava. Lassù nevicava sempre...

Il libro: Un paese lontano, sperduto tra le montagne, fatto di anime solitarie appese alle rocce, dove nevica in ogni stagione dell’anno, dove la gente ha la faccia bianca di chi sta sempre al chiuso, e il carattere silenzioso e gelido delle nevicate. Lassù vivono donne e uomini soffiati nella neve, statue di ghiaccio che nessun fuoco potrà mai sciogliere. Si allenano a resistere alla vita sfidando le avversità, il freddo, le difficoltà di coltivare la terra, il pericolo delle valanghe. Ogni sera si riuniscono accanto alle stufe e i vecchi, a voce bassa, cantano ai giovani i fatti che hanno accompagnato le loro giornate. Una storia che non deve essere dimenticata. La storia di un paese dove nevica anche d’estate e gli uomini hanno la pelle fredda...
Mauro Corona regala a tutti i suoi lettori un nuovo, intenso romanzo, lirico e profondamente poetico, in cui racconta la vita di un paese di montagna trasformandola in una fiaba contemporanea che esplora gli abissi e le vette delle esistenze di tutti noi.

Autore: MAURO CORONA è nato a Erto (Pordenone) nel 1950. È autore di Il volo della martora, Le voci del bosco, Finché il cuculo canta, Gocce di resina, La montagna, Nel legno e nella pietra, Aspro e dolce, L’ombra del bastone, Vajont: quelli del dopo, I fantasmi di pietra, Cani, camosci, cuculi (e un corvo), Storia di Neve, Il canto delle manére, La fine del mondo storto (premio Bancarella 2011), La ballata della donna ertana, Come sasso nella corrente, Venti racconti allegri e uno triste, delle raccolte di fiabe Storie del bosco antico e Torneranno le quattro stagioni, tutti editi da Mondadori, e di La casa dei sette ponti (Feltrinelli 2012) e Confessioni ultime (Chiarelettere 2013).
Su gentile richiesta della Mondadori

domenica 15 dicembre 2013

Armonia con la natura...

Le frazioni di Cannobio si allineano  lungo un percorso che anticamente costituiva  la via, situata a mezza costa, per raggiungere la Svizzera. Prima della costruzione della strada a lago (primi decenni dell’ottocento), le mulattiere da Sant’Agata a San Bartolomeo Valmara, costituivano l’ultimo tratto di una via di comunicazione che, sviluppandosi sul fianco della montagna, da Intra raggiungeva il Ticino.

Dall'autostrada A26 usciamo in direzione di Verbania e proseguiamo lungo la SS34 del Lago Maggiore raggiungendo Cannobio. All'entrata del paese svoltiamo a sinistra seguendo la strada per la Valle Cannobina, dopo pochi minuti l'abbandoniamo svoltando a destra e seguendo le indicazioni raggiungiamo la chiesa dedicata alla Ss. Vergine purificata di Traffiume 245 m, frazione di Cannobio. La macchina la lasciamo nell'ampio parcheggio accanto alla chiesa.
Dalla chiesa passiamo accanto al cimitero e iniziamo a percorrere una sterrata marcata con segnavia bianco/rossi. Dopo aver costeggiato alcuni orti giungiamo a una palina segnavia, continuiamo seguendo il sentiero a sinistra che si alza tra terrazzamenti in un bosco di castagno, quercia, tasso e agrifoglio. Con alcuni tratti scalinati superiamo  i punti più ripidi, nel periodo in cui l'abbiamo percorso noi abbiamo trovato alcuni alberi caduti sul sentiero, superabili tranquillamente con un minimo d'attenzione. Arrivati alla periferia di S. Agata 464 m, in breve giungiamo sul sagrato dell'imponente chiesa, un eccezionale punto panoramico su Cannobio, Maccagno e sui monti che circondano il lago. La chiesa fu fondata da San Carlo Borromeo nel 1556 allora Arcivescovo di Milano e da cui dipendeva il territorio dell’Alto Verbano.
Proseguiamo seguendo la strada asfaltata, poco dopo tralasciamo la mulattiera a destra che scende verso Campeglio e continuiamo diritti raggiungendo dopo circa un chilometro Socragno 472 m e dopo pochi minuti il borgo di Cinzago 501 m, con la sua chiesetta dal caratteristico campanile a forma triangolare. Dalla piazzetta caratterizzata da una meridiana data 1839, seguiamo le indicazioni sulla palina segnavia addentrandoci tra le strette viuzze. Dietro ad ogni angolo di questo borgo sembra che il tempo si sia fermato, il nostro consiglio è di procedere senza fretta, per poter osservare con attenzione, senza perdere nessun dettaglio.
Rientrati nel bosco proseguiamo seguendo la mulattiera, oltrepassata una cappella, attraversiamo il torrente Cinzago su un ponte, per poi continuare in falsopiano. Tralasciato il sentiero a sinistra per Branscio/Sunlach, giungiamo all'antico pianoro di S. Bortolomeo "in Montibus" 523 m. La chiesa romanica risale al XIII secolo ed stata consacrata nel 1546. La facciata presenta un portico con due pilastri centrali e copertura in piode a tre falde. L'interno, a navata unica, conserva affreschi cinquecenteschi, opera di Battista e Gerardo de Saliis realizzati nel 1540 ed un battistero in stile trecentesco. L'altare maggiore in legno e di raffinata fattura è diviso dalla navata da una robusta cancellata alta circa due metri. Sulla destra della chiesa è situato l'antico cimitero. Per la sua posizione isolata, vicino ai pascoli e agli alpeggi, la chiesa era particolarmente cara ai pastori per i quali, anticamente, si celebrava la benedizione del bestiame.
Dopo una breve pausa seguiamo le indicazioni sulla palina segnavia verso Formine, attraversato il ponte in breve arriviamo a una cappella, poco prima sulla sinistra inizia il sentiero che sale verso il M. Faierone/l'Agher. La mulattiera ora inizia a scendere in maniera decisa arrivando a Formine 441 m. Abbandoniamo la mulattiera che prosegue diritta scendendo verso la frazione S. Bartolomeo e dalla palina segnavia seguendo per Ronco/Nizzolino scendiamo tra le case, per poi dirigerci a destra in leggera discesa. Attraversiamo la valle di Cinzago e dopo qualche minuto incrociamo la mulattiera che scende a Marchile che tralasciamo, superato un breve tratto roccioso con una catena, proseguiamo in discesa uscendo nei prati di Signago, oltre la radura continuiamo verso una valletta entrando nuovamente nel bosco per poi arrivare a Ronco 326 m.
Strane figure appaiono curiosamente lungo le vie, sono realizzate da Santo che crea da tanti anni sculture in legno, ferro e altri materiali, anche qui vale la pena perdere qualche minuto gironzolando...
Attraversiamo il piccolo nucleo, lasciando la mulattiera che dal fianco della chiesetta di San Sebastiano Martire scende verso la carrozzabile e risaliamo verso destra seguendo le indicazioni per Campeglio/S. Agata. Raggiunta una radura con panchine facciamo una pausa, stupendo il panorama sul lago Maggiore, a farci compagnia ci sono alcuni strani personaggi...!!!
A malincuore lasciamo Ronco e dopo un breve tratto in salita, iniziamo a scendere fino ad incrociare la strada, la risaliamo per circa una ventina di metri per poi lasciarla. Seguiamo a sinistra i segnavia bianco/rossi e attraversato il ponte saliamo alla chiesetta di S. Giuseppe di Campeglio 351 m. Dalla palina segnavia continuiamo verso destra seguendo le indicazioni per Cannobio, la bella mulattiera lastricata scende dolcemente e dopo un tornante l'abbandoniamo per seguire il sentiero sulla destra indicato da una palina segnavia verso Campeglio/Cinzago. Dopo un tratto in discesa passiamo accanto a una bella cascatella e oltrepassato il torrente su un ponticello in pietra, proseguiamo in falsopiano nel bosco di castagno, per poi iniziare a scendere, raggiungendo l'abitato di Lignago al Ronco e quindi la strada asfaltata. La seguiamo verso destra per alcune decina di metri e poco prima che la strada si restringa fra alcune case scendiamo a sinistra su una scala in ferro raggiungendo la pista ciclabile, per chi vuole abbreviare il percorso può eventualmente proseguire diritto. Noi abbiamo voluto allungare il percorso per poter andare a vedere il "Ponte Ballerino" che si raggiunge in pochi minuti, seguendo la pista ciclabile. La passerella sospesa sul torrente Cannobino, viene popolarmente chiamata ponte ballerino per il caratteristico dondolio, quasi un ponte tibetano. Il ponte pensile fu realizzato nel 1933. Costo preventivato all'epoca: 22 mila lire. Pagate per la metà da privati e per l'altra metà dal Comune. Per il ritorno non attraversiamo il ponte, ma proseguiamo verso destra seguendo per Casali Masserecci, allo stop continuiamo a sinistra in Via Madonna delle Grazie e raggiunta la zona industriale, pieghiamo verso destra in direzione del campanile della chiesa dove abbiamo lasciato l'auto.
Malati di Montagna: Pg, Aldo, Danilo e Fabio

fermarsi...pochi istanti...


...solamente per ascoltare...


tra i vicoli di Cinzago


fa pensare...


San Bartolomeo "in Montibus"
chiesa romanica risalente al XIII secolo
consacrata nel 1546



Ronco
Pg, Danilo e Aldo con accanto alcune sculture
e alle loro spalle una splendida veduta sul Lago Maggiore




by Aldo







domenica 8 dicembre 2013

Quater pass sulla "Via del Monscera"

La via del Monscera è un itinerario affascinante che da Domodossola in tre giorni permette di arrivare a Briga. Oggi ne abbiamo percorso un tratto, questa mulattiera era anche il principale collegamento tra il fondovalle e Bognanco, prima che la strada costruita sull'altro versante nel 1877 ne riducesse la frequentazione.

Percorriamo l'autostrada A26 Gravellona Toce, per poi proseguire sulla Statale del Sempione fino all'uscita di Domodossola. Continuiamo ora verso destra sulla Statale in direzione di Domodossola, per poi continuare seguendo le indicazioni per la Val Bognanco. All'inizio della valle svoltiamo a destra seguendo le indicazioni per Crevoladossola/Sempione, attraversato il ponte sul Bogna, lasciamo la macchina nell'ampio parcheggio a destra antistante il paese di Mocogna 330 m.
Dalla vicina palina segnavia ci addentriamo fra le viuzze del paese passiamo accanto all'oratorio di San Rocco e poco dopo arriviamo a una fontana con accanto una palina segnavia. Ci avviamo sulla sinistra seguendo il sentiero D0, su un viottolo che diventa ben presto una mulattiera, alzandoci dolcemente fra i prati e lasciando alle nostre spalle le case del paese.
Dopo aver oltrepassato il vecchio lavatoio, raggiungiamo in breve la Cappella della Madonna della Consolata, compiamo ora un ampio giro per poi alzarci in diagonale sulla bella mulattiera acciottolata. Proseguiamo per un lungo tratto in falsopiano sfiorando alcuni prati e terrazzamenti ancora ben tenuti e volgendo decisamente a destra passiamo sotto alla strada entrando quindi nella borgata di Cisore 437 m.
Arrivati nella piazzetta si può notare che la fontana è sormontata da una protone in pietra oliare raffigurante una testa umana. Un tempo era in uso collocare anche sulle fontane elementi decorativi in rilievo di questo tipo che avessero forma di testa, umana o animale. Ciò veniva fatto perché si riteneva che questi manufatti litici svolgessero una funzione apotropaica, cioè servissero a proteggere il luogo, allontanandone gli influssi negativi.
Tralasciamo i segnavia bianco/rossi sulla sinistra da dove poi faremo ritorno e continuiamo diritti passando sotto il portico di alcune case. Usciti dal paese camminiamo sul bel acciottolato per un centinaio di metri sino a raggiungere una palina segnavia, dalla quale seguiamo le indicazioni a sinistra per Monteossolano/Ca' Monsignore.
Attraversiamo i prati lungo un sentiero abbondantemente segnalato, raggiungendo delle baite, attraverso le quali ci alziamo ripidamente a sinistra sbucando nuovamente sulla vecchia mulattiera.
Entriamo in un valloncello per poi uscire in una piccola radura che conduce ad un dosso spoglio e ripido, il sentiero si addentra in una tetra valle dove scorre un ruscello, attraversiamo una ripida parete rocciosa dove oltre a un cavo d'acciaio sulla sinistra di protezione, troviamo anche alcune catene recentemente collocate in caso di terreno ghiacciato o scivoloso.
Attraversato il torrente riprendiamo a salire in costa, per poi proseguire in falsopiano fino alla borgata di Pregliasca, oltrepassate le case il sentiero si innesta sulla strada asfaltata che seguiamo per qualche centinaio di metri arrivando a Monteossolano 784 m.
Saliamo sull'ultimo tratto asfaltato per poi mantenerci sulla sinistra, attraversando la frazione in direzione della chiesa dedicata a San Gottardo, dominata dall'alto dall'ardito campanile. Dopo una breve pausa seguendo le indicazioni sulla palina segnavia usciamo dal paese compiendo un ampio giro sulla bella mulattiera che passa al di sotto del cimitero, proseguiamo fra i filari di vite inoltrandoci nella valle. Lasciate sulla destra il gruppo di abitazioni di Case Piccioni, attraversiamo una piccola condotta forzata in fase di manutenzione e oltrepassati un paio di ruscelli, iniziamo a scendere leggermente sul dosso dove sono adagiate alcune baite che preannunciano l'oratorio del Dagliano. Oltrepassata una cappella recentemente ristrutturata, datata 1897, scendiamo verso destra e dopo un ampio tornante raggiungiamo l'ardito ponte in pietra sul Rio Dagliano.
Nelle vicinanze della forra ci sono due cappellette devozionali, dove la gente accendeva un cero e recitava una preghiera prima di affrontare il tratto più pericoloso della strada della valle.

"Vi è osservabile un ponte ad un solo arco posto su due montagne in tal guisa, che sembra sospeso in aria per magico potere al dissopra di un burrone, nel cui fondo corre un rivo o torrente appellato Dagliano. Casalis, XIX sec."

Saliamo ripidamente con alcuni tornanti sull'altro lato e tralasciando la pista che si stacca sulla destra, arriviamo a una cappella. Proseguiamo con alcuni saliscendi e oltrepassata la Cappella della Madonna del Rosario in breve raggiungiamo la frazione di Cà Monsignore, dove negli anni '30 del Novecento visse una piccola comunità di religione protestante. Nel 1913 sul settimanale locale "Il Popolo dell'Ossola" viene raccontata una leggenda che ne spiega l'etimologia del nome.

"È noto che in una località di questo comune vi sono alcuni casolari detti Monsignore. Chi bramasse sapere l'etimologia di questo nome, sappia che tempi delle persecuzioni degli Ariani un Vescovo fuggiasco, vestito da borghese, capitò in uno dei detti casolari e domando ospitalità ad un contadino, padrone di una di quelle catapecchie. Il contadino l'accolse cortesissimamente, gli diede cena ed alloggio. La mattina seguente il borghese, prima di proseguire il suo viaggio alla volta del Vallese, disse di essere il vescovo tale dei tali e ringraziò il suo ospite, dicendogli: grazie, mille grazie, buon signore. Il contadino quasi impazzito dalla gioia, diceva in sua favella con Virgilio: non sono degno di tanto onore. E nello stesso tempo continuava a dire a tutti: che la mia casa è la casa del bon Signore. Di qui il nome del casolare e degli altri che ci erano allora o sorsero dopo".

Subito dopo le prime case del villaggio ci abbassiamo sul sentiero a sinistra raggiungendo una palina segnavia, il sentiero prosegue per un breve tratto in piano entrando in una valletta. Scendiamo con un paio di tornanti e oltrepassate un gruppo di baite in pochi minuti arriviamo al ponticello che attraversa il rio Rabianca su alcune forre. Dall'altra sponda risaliamo rapidamente per circa una cinquantina di metri per poi scendere verso sinistra percorrendo un lungo traverso fino ad arrivare su una strada che seguiamo per alcuni minuti in discesa giungendo a Bognanco Fonti. Da qui proseguiamo verso valle seguendo la strada asfaltata per circa 20/30 minuti fino alla frazione Torno. All'inizio delle case seguiamo il sentiero a sinistra per Barro, indicato da un cartello segnavia. Iniziamo nuovamente a salire e attraversato un ponticello, seguendo i segnavia bianco rossi raggiungiamo una cappella, continuiamo ora in piano fino a raggiungere alcune case in rovina. Attraversato il ponte sulla destra seguiamo l'ampia mulattiera che in breve ci conduce a Barro, arrivati alla palina segnavia pieghiamo a sinistra e attraversato un ponticello in cemento, in breve arriviamo sulla strada asfaltata. Continuiamo verso destra e in pochi istanti arriviamo all'oratorio di Barro, dal piazzale imbocchiamo sulla destra il sentiero dedicato dalla SEO-CAI di Domodossola a Giuseppe (Pino) Cattaneo socio di questa sezione e grande appassionato di montagna.
Dopo un tratto alquanto ripido, proseguiamo a mezza costa in leggera discesa, contornando il fianco della montagna, attraversando ruscelli e piccoli rivoli. Sul nostro cammino abbiamo la fortuna di poter incontrare due abitanti del bosco una cerva e un capriolo, dopo un breve tratto in salita ritorniamo sulla strada asfaltata. Seguiamo la carrabile verso destra e superata una curva, dopo dopo metri l'abbandoniamo per salire a sinistra raggiungendo una cappella. Continuiamo tra le case di Cisore raggiungendo nuovamente la piazzetta con la fontana, da qui in poi ritorniamo a Mocogna percorrendo il medesimo itinerario fatto al mattino. Il primo tratto di sentiero è esposto al sole e quindi adatto anche nella stagionale invernale, splendidi i panorami sulle montagne attorno.
Malati di Montagna: Silvio, Pg, Danilo e Fabio


ridere fa bene alla salute...!!!


...sentieri, mulattiere...arterie di un mondo che sta scomparendo...




therapeutic mountain





venerdì 6 dicembre 2013

"Addio Madiba"


Nelson Mandela aveva 95 anni, di cui 27 trascorsi nelle prigioni del regime sudafricano, prima della liberazione dall'apartheid e dell'elezione a presidente.
"Madiba", così lo chiamavano tutti, soprannome che deriva dal suo clan di appartenenza. Un uomo cresciuto nello spietato regime dell'apartheid razzista che oppresse il Sudafrica dal 1948 al 1994; un leader che ha abbracciato e guidato la lotta armata, ha trascorso quasi un terzo della vita in carcere e ne è uscito come un 'Gandhi nero', che con il suo messaggio di perdono e riconciliazione ha saputo trattenere il suo Paese dal precipitare in un temuto baratro di vendetta e di sangue.

domenica 1 dicembre 2013

da Marina e Enrico...

Dentro quel mondo ibernato, s’alzava nel gelo siderale un paesaggio fiabesco. Fiori di brina crescevano qua e là come spume di mare congelate. Gli alberi erano coperti di zucchero filato, un piccolo torrente sussurrava appena sotto la coperta di ghiaccio, mentre un ciuffolotto intirizzito salutava i due temerari con un tenue “pit pit”
da Venti Racconti Allegri e Uno Triste di Mauro Corona

Malati di Montagna: Lorenzo, Antonio, Adriana, Raffaella, Andrea, Silvio, Franco, Aldo, Pg, Danilo e Fabio
La descrizione del percorso la si può trovare nel post del 20 febbraio 2011

tutti in fila si parte...


certo che se la giornata inizia così...!!!


il Rifugio con la erre maiuscola...naturalmente il mio preferito...!!!


particolari all'interno del rifugio




aspettando...


oggi anticipando di un giorno, festeggiamo il compleanno di Adriana
la torta di Marina è praticamente svanita...troppo buona...


qualcuno ci osserva...chissà a cosa pensa...!!!


ci si diverte...



mi piaceva...


by Aldo