IL MIO ZAINO NON È SOLO CARICO DI MATERIALI:
DENTRO CI SONO LA MIA EDUCAZIONE, I MIEI AFFETTI, I MIEI RICORDI,
IL MIO CARATTERE, LA MIA SOLITUDINE.
IN MONTAGNA NON PORTO IL MEGLIO DI ME STESSO:
PORTO ME STESSO, NEL BENE E NEL MALE.
Renato Casarotto

sabato 13 febbraio 2016

Sui sentieri degli ultimi Taragn a Sorzano

Si ripercorrono tracce di memoria collettiva, rimaste di generazioni che si sono succedute nell'area del Parco del Monte Fenera, per meglio comprendere quanto è importante la difesa del passato e l'armonioso equilibrio esistente tra l'ambiente, la natura e l'uomo.

Dall'autostrada A26 uscire a Ghemme/Romagnano Sesia e continuare sulla SS 299 in direzione di Romagnano Sesia. Oltrepassati i comuni di Romagnano Sesia, Grignasco, proseguire sulla SP 75 e superato il comune di Borgosesia, continuare sulla SP 76 seguendo le indicazioni per Valduggia. Dopo pochi minuti si svolta a destra verso le Località Cantone/Raschetto/Arlezze/Rasco/Castagnola.
Arrivati a Rasco (738 m) si lascia l'auto nella piazza Consorzio Boschivo Terrieri (pochi posti disponibili) o lungo la strada.
Si inizia percorrendo la strada carrozzabile in direzione di Castagnola che transita a poca distanza dal diroccato oratorio della Madonna della Rosàa. Dopo circa 10 minuti, un centinaio di metri prima di raggiungere Castagnola, in corrispondenza di una pannello didattico del Parco Monte Fenera, si imbocca sulla sinistra una ripida stradina sterrata per Sorzano, contrassegnata dal segnavia 795. Dopo qualche decina di metri raggiunto il serbatoio dell'acquedotto Castagnola-Maretti, la pendenza diminuisce e man mano che si procede la strada diventa quasi pianeggiante, snodandosi sul versante che guarda verso il comune novarese di Gargallo. Tra le fronde degli alberi, s'intravedono le frazioni meridionali di Valduggia: Valgemella, Cà Ciotino, Cavagliasche, Sizzone e Soliva, ora quasi tutte disabitate per gran parte dell'anno. Dopo un quarto d'ora si raggiunge la ormai diroccata chiesetta di S. Grato (810 m), quasi sepolta da una piantagione di abete rosso, dopo aver toccato il punto più alto di tutto il percorso (815 m). Si scende per un breve tratto e si prosegue ancora in piano con alcuni leggeri saliscendi arrivando a un'area aperta rivolta a sud, chiamata "Piana dei Ginepri", con vista sulla valle del Sizzone, il borgomanerese e l'alto novarese. Giunti ad un bivio segnalato da una croce in legno, costruita da Enrico Viotti l’ultimo degli abitanti di Sorzano, nel giorno dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II, si prosegue a destra verso Soliva.
Arrivati a Sorzano, tra secolari castagni da frutto si incontra un nucleo abitativo del 1700 caratterizzato da fabbricati rurali, con i caratteristici tetti ricoperti in paglia di segale, conosciuti col nome di "taragn". Dalla palina segnavia si segue il sentiero a destra passando accanto a uno dei taragn. Superati un paio di ruscelli, si inizia a scendere decisamente nel fitto bosco di castagno arrivando in corrispondenza del punto più basso del percorso. Attraversato il rio Fanteria su un ponte in legno, si riprende a salire raggiungendo la frazione Bertagnina costituita da più nuclei abitativi. Una breve deviazione a destra conduce alla cappella Prinetti, edificata a ricordo di un eccidio perpetrato dai nazifascisti nell'agosto del 1944. Ritornati sui propri passi in breve si raggiunge la cascina Lanfranchini e dopo aver visto la chiesa di San Carlo, dalla palina segnavia si prosegue sul sentiero 765 denominato "degli Ozenghi". Quasi in piano si arriva alla lapide del partigiano Arturo Biella, morto durante un'imboscata, accortosi che il suo comandante era stato ferito a morte, anziché porsi in salvo, rimaneva in suo aiuto cadendo così al suo fianco. Proseguendo all'ombra di vecchi castagni, faggi e betulle si arriva a un bivio, si prosegue sul sentiero a destra contrassegnato 765, con scorci panoramici su Valduggia, le sue frazioni e la valle di Cellio. In una quiete e un silenzio quasi irreali, si arriva sul sagrato della chiesa di S. Antonio a Rasco.
Malati di Montagna: Pg, Danilo e l'Homo Selvadego

I  “taragn” 
Sono edifici costituiti nella parte superiore da un particolare tetto in paglia di segale, molto spiovente per permettere lo scorrimento veloce dell’acqua piovana e lo scarico continuo della neve invernale; le mura perimetrali dell’abitazione sono di sasso “a secco” e la pavimentazione è in terra battuta; per quest’ultima particolarità si presume che il termine dialettale “taragn” possa derivare dal latino terraneus. L’origine dei “taragn” del Monte Fenera è molto antica. Alcuni documenti attestano l’esistenza nell’area di tale pratica costruttiva già nell’Alto Medioevo; del resto in tutta la bassa Valsesia questo tipo di costruzione venne mantenuta inalterata fino a tutto il Settecento. A causa della facile propensione alla combustione di queste coperture si iniziò a sostituirle con materiali più idonei, così questi esemplari di antichi abituri scomparvero piuttosto rapidamente. 




Oratorio di San Grato


l'incanto del bosco...



Oratorio della Madonna della Rosàa
All’altare, per un miracolo forse, un grazioso affresco con la Madonna e S. Francesco sembra essere l’unica cosa intatta del complesso. La sua posizione centrale e il suo staccarsi dalla rovina circostante non può non richiamare l’attenzione anche dell’osservatore più distratto, e il suo sfidare il tempo e l’incuria ha del prodigioso e del commovente.



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