Il mio zaino non è solo carico di materiali e di viveri: dentro ci sono la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi, il mio carattere, la mia solitudine. In montagna non porto il meglio di me stesso: porto me stesso, nel bene e nel male.
Renato Casarotto

Le montagne sono di tutti, ma non sono per tutti: sono per chi le ama e le rispetta, per chi vuole viverle e conoscerle, per chi non prevarica con il proprio io la loro esistenza e armonia.
Mario Rigoni Stern

sabato 16 marzo 2013

Un giro in giro nel Parco della Val Sanagra

L’urbanizzazione contenuta, l’ambiente selvaggio, la presenza di specie vegetali rare o endemiche, unite a un microclima particolare, fanno di questa zona uno dei territori più interessanti in ambito lariano.

Da Como seguiamo la SS340 "Regina", usciti dalla galleria di Menaggio, prendiamo la direzione per Plesio, giunti a Loveno svoltiamo a sinistra in direzione del centro sportivo e in pochi minuti giungiamo al cimitero in località Piamuro 374 m, dove parcheggiamo. Ultimati i preparativi, consultiamo, su un pannello didattico, la cartina del Parco Val Sanagra e iniziamo a percorre la carrareccia a lato di esso inoltrandoci in una pineta. Alla prima palina segnavia facciamo una breve deviazione a sinistra verso la Torre Galbiati. Fuori dal bosco ci ritroviamo in una piccola radura, proseguiamo verso un casolare con accanto una palina segnavia, per poi continuare verso desta dove imbocchiamo il sentiero segnalato da un paletto con una S simbolo del parco. In pochi minuti, risalita la collinetta, arriviamo sul promontorio dove sorge la Torre Galbiati 432 m. Questa torre ottocentesca, denominata Galbiati dal nome della famiglia che la fece realizzare, è stata costruita sul culmine di una collina in modo da permettere il godimento dall'alto sia del panorama del centro lago, sia della Villa Bagatti Valsecchi. Ritornati sulla carrareccia proseguiamo in piano, tralasciamo la deviazione a sinistra per Tobi che useremo al ritorno e, con una breve salita, giungiamo alla Cappella dell'Artus. Scendiamo ora lungo un acciottolato fino al ponte di Nogara 393 m sul fiume Sanagra. Questo ponte deve il suo appellativo ai proprietari del mulino adiacente e rimasto attivo fino al 1939, quando un frana danneggiò irrimediabilmente la roggia. Nei suoi pressi, tra il 1850 e il 1910, risultava attiva la Filanda Erba, opificio in cui si operava la riduzione in filo della seta e del cotone Le matasse di filo, trasportate su grossi carri attraverso le Pianure di Loveno, raggiungevano le tessiture del porlezzese.
Non attraversiamo il ponte, ma risaliamo il fiume sul sentiero alla sua sinistra orografica seguendo le indicazioni sulla palina segnavia per il Sass Curbèe. Oltrepassiamo la Fornace Galli arrivando in breve alla Vecchia Chioderia 412 m, ora agriturismo. Questo antico mulino, rimasto attivo fino al 1820, subì, nel corso degli anni, numerose trasformazioni ospitando dapprima una fabbrica di chiodi (attività dalla quale deriva l'attuale denominazione) e, dal 1943 al 1966, una manifattura di lucchetti gestita dalla Ditta Mascheroni di Milano. Proseguiamo a destra sulla carrareccia e raggiungiamo il piccolo nucleo del Mulino Carliseppi 458 m, dove un ponte ci conduce sul lato destro orografico. Continuiamo, ora su sentiero, rimanendo a lato del torrente e oltrepassato un ponticello metallico in breve arriviamo all Sass Curbèe 500 m. Alcuni piccoli scalini ricavati nella roccia con passamani ci permettono di superare l’enorme monolito, in seguito il sentiero si inoltra nella valle senza particolari difficoltà e solo nella prima parte bisogna porre un po' d'attenzione nell'attraversare alcuni tratti esposti. Il percorso si svolge in un bel bosco passando accanto ad alcune baite in gran parte ormai abbandonate al loro destino, seguendo i segnavia bianco/rossi giungiamo nella bella radura in località Monti di Madri 570 m, con bella vista sul Monte Grona. Continuiamo passando accanto a una baita isolata che sembra uscita da un libro di fiabe dei fratelli Grimm e dopo pochi minuti giungiamo al ponte in legno sul Sanagra. Lo attraversiamo proseguendo ora sul lato destro orografico della valle, in direzione opposta da dove siamo venuti. Arrivati a un bivio seguiamo la carrareccia a destra che gradatamente sale e, oltrepassata una radura, incrociamo una stretta strada asfaltata che seguiamo verso sinistra arrivando in breve alla chiesetta di S. Rocco 761 m. Seguiamo la strada asfaltata in discesa per qualche minuto e dopo una casa sulla sinistra, inizia un sentiero non segnalato, probabilmente la vecchia mulattiera che collegava il paese di Naggio a S. Rocco. Arrivati a Naggio scendiamo in Via ai Monti, il nostro consiglio prima di proseguire è di girare tra gli stretti vicoli acciottolati, molto bella la piazzetta centrale con una fontana al centro (piazza Maggiore). Dalla chiesa del paese proseguiamo diritti tralasciamo la strada per Menaggio e in breve arriviamo al cimitero con adiacente una chiesetta. Seguiamo la bella mulattiera indicata da un cartello giallo come "Strada vecchia per Codogna". L'abbandoniamo per un breve tratto seguendo la strada asfaltata, per poi riprenderla accanto a una cappella, il panorama sul lago e sul gruppo delle Grigne è davvero notevole. Arrivati a Codogna 430 m, proseguiamo seguendo la via acciottolata che costeggia la bella chiesa dedicata a S. Siro e in pochi minuti giungiamo a Villa Camozzi. Costruita presumibilmente intorno alla metà del XVIII sec. dalla nobile famiglia De Guaitis, la quale poi, dovendosi trasferire in Germania, la vendette a Luigi Camozzi, rimase di proprietà della famiglia fino al 1977. Nel 1986 l'intero complesso venne acquistato dall'Amministrazione Comunale che lo destinò a Municipio, Biblioteca, Centro Convegni e sede delle Museo Etnografico e Naturalistico Val Sanagra. Dall'entrata bassa della villa proseguiamo seguendo le indicazioni sulla palina segnavia per il Rogolone, la stradina passa accanto alla recinzione della villa per poi proseguire tra le case, usciti dal paese continuiamo alternando alcuni saliscendi, fino a raggiungere la radura dove si erge maestoso il Rugulun. Quercia secolare ed albero monumentale posto sotto tutela dal 1922, nato probabilmente nel 1710, alto 25 m, con una circonferenza di 8 m circa. La mirabile crescita del Rogolone è dovuta anche, oltre alla fortuna di essere sopravvissuto nel tempo all'ambiente favorevole. L'albero gode infatti di una buona radiazione solare, dell'esposizione meridionale e della costante disponibilità idrica di una vicina sorgente, ingredienti primari per uno sviluppo sano e vigoroso. L’albero è il simbolo del Museo Etnografico e Naturalistico del Comune di Grandola ed Uniti. Accanto al Rogolone, si trova il Rogolino, altra quercia monumentale più giovane di circa 100 anni. Dopo la pausa sotto le fronde di questo grande e vecchio amico, ritorniamo in paese sul medesimo itinerario fino alla palina segnavia, da dove proseguiamo seguendo l'indicazione per Mulino della Valle (M. Nogara). Attraversiamo il paese seguendo Via 4 Novembre, per poi continuare su una larga mulattiera acciottolata che in pochi minuti scende al Mulino della Valle o Mulino Nogara 393 m. Attraversato il ponte ripercorriamo il percorso fatto al mattino fino alla palina segnavia sulla destra, da dove seguiamo le indicazioni per Tobi. Proseguendo in piano verso destra raggiungiamo un’altra palina segnavia dalla quale seguiamo il sentiero a sinistra che si inoltra nel bosco-parco. Poco prima di arrivare al ponte decidiamo di seguire il sentiero a destra, non segnalato, che in pochi minuti conduce ad una terrazza affacciata su una pozza alimentata da una bella cascata chiamato il "Bagno della Contessa".
L'accesso a questo suggestivo punto panoramico posto nella gola sottostante a Villa Bagatti Valsecchi avviene attraverso una galleria che il barone Galbiati fece scavare, nel corso del XIX sec., al fine di rendere ancor più ricco e interessante il bosco - parco romantico da lui progettato.
Torniamo al Ponte Tobi 330 m, un suggestivo ponte in pietra, arricchito da una piccola cappelletta dedicata alla Madonna, dalla palina segnavia tralasciamo le varie indicazioni e scendiamo seguendo un sentiero che poco dopo prosegue in piano sulla sinistra orografica del torrente.
Si raggiunge un ponte metallico in località Forni di Cardano e poco dopo, sempre sulla sinistra orografica, inizia il tratto dell’Orrido del Sanagra. Il percorso, a tratti scavato nella roccia, a tratti sostenuto da pilastri, si snoda su passerelle di metallo ad una ventina di metri sopra il torrente. Non ci sono pericoli grazie a ringhiere e reti metalliche di protezione che lo rendono sicuro: il percorso è stato realizzato per permettere la manutenzione delle tubazioni dell’acquedotto di Menaggio. A volte occorre piegarsi o togliersi lo zaino per superare passaggi scavati nella roccia, ma questo aggiunge un po’ d fascino alla bellezza di un percorso sospeso in un canyon con il fiume che scorre tumultuoso sotto i nostri piedi. Alla fine sbuchiamo davanti ad una ripida scala, scendiamo su un ponte di servizio dell’acquedotto che ci porta sull'altra sponda. Proseguiamo nel bosco costeggiando il torrente fino alla località Burgatto e riattraversiamo un ponte sul Sanaqgra davanti alle seterie Mantero.
Proseguiamo in salita  seguendo uno stretto vicolo acciottolato e, una volta arrivati sulla strada asfaltata svoltiamo a sinistra seguendo una via dal fondo acciottolato. Intersechiamo nuovamente la strada asfaltata proseguendo in salita in via Catulla Mylius Vigoni. Oltrepassata la chiesa dei SS. Lorenzo e Agnese e in seguito il campo sportivo, in breve arriviamo a Piamuro dove abbiamo lasciato l'auto.
CARTINA DEL PARCO (si richiede Acrobat Reader)
Malati di Montagna: Pg, Danilo e Fabio

Ponte Nogara


Madri e il Monte Grona


il Rugulon 300 anni e non sentirli...!!!
Un rovere monumentale tra i più maestosi d'Europa,
unico albero in provincia di Como riconosciuto
come Munumento Naturale e simbolo 
del Museo Etnografico e Naturalistico Val Sanagra


la Cascata o "Bagno della Contessa"


Orrido del Sanagra


passaggio angusto...





mercoledì 13 marzo 2013

Montagna amica e sicura

i "Malati di Montagna" su Montagne360

Nel numero di marzo di Montagne360, rivista ufficiale del Club Alpino Italiano, è stato pubblicato un bellissimo articolo riguardante questo blog, naturalmente ci fa molto piacere e ci rende particolarmente orgogliosi, essendo soci del CAI.
GRAZIE




domenica 10 marzo 2013

Lungo la costiera occidentale del Lago Maggiore

Percorriamo la Milano-Laghi in direzione del Lago Maggiore e proseguiamo sulla A26 Voltri-Gravellona Toce. Usciamo a Baveno, passiamo per Verbania e costeggiando il lago ci dirigiamo verso il confine elvetico sino a Cannero Riviera. Svoltiamo a destra in Via Dante e ancora a destra in Via Cap. Nico Lazzaro, dopo aver attraversato il rio Cannaro sul Ponte della Vittoria, quindi svoltiamo a sinistra e parcheggiamo l'auto. Ritornati in Via Dante scendiamo verso il lago e dalla piccola rotonda proseguiamo a sinistra seguendo la via acciottolata fino al suo termine. Ci inoltriamo tra gli stretti vicoli, svoltiamo a destra passando sotto a un porticato e oltrepassato un suggestivo porticciolo, pieghiamo nuovamente a destra in leggera salita fin sulla statale. Proseguiamo diritti per alcuni metri e attraversata la statale imbocchiamo la mulattiera per Cheggio/Carmine Superiore. Dopo un tratto in salita il percorso si fa pianeggiante con degli scorci sul lago e sui castelli di Cannero. Raggiunte le case di Cheggio 281 m continuiamo tra muretti a secco iniziando a guadagnare quota su un'ampia mulattiera lastricata. Raggiunto il punto più elevato con una piccola deviazione sulla destra arriviamo a un buon punto panoramico. Proseguiamo per un tratto in falsopiano per poi iniziare a scendere nel bosco di castagno fino ad un bivio. Continuiamo a sinistra seguendo le indicazioni sulla palina segnavia e in pochi minuti arriviamo a Carmine Superiore 305 m. Ci dirigiamo all'interno del borgo e, tralasciando momentaneamente le indicazioni per Viggiona, proseguiamo verso la chiesetta. Il villaggio di origine medioevale, ottimamente conservato e raggiungibile soltanto a piedi. Il paese è costituito da un piccolo numero di case in pietra costruite intorno alla graziosa chiesetta di San Gottardo. La chiesetta, realizzata tra il 1332 e il 1431, posta in bella posizione panoramica, è adornata da vari affreschi che illustrano la vita di San Gottardo. Gli affreschi, durante l'epidemia di peste del 1630, furono ricoperti di calce in quanto la Chiesa divenne rifugio di numerosi appestati; il restauro avvenne nel 1932 e successivamente nel 2001. Carmine Superiore sorge su uno sperone roccioso che si affaccia sulla sponda occidentale del Lago Maggiore offrendo una splendida vista sul lago e sui monti lombardi. La disposizione e la solida struttura degli edifici è quella tipica del ricetto medioevale, un eccellente sistema difensivo ricavato su un balcone naturale. Carmine Superiore fu infatti fondata intorno all'anno mille per difendere la via d'accesso di Cannobbio e ospitare, in caso di pericolo, gli abitanti delle aree sottostanti. Dopo la visita al borgo ritorniamo alla palina segnavia da dove seguiamo le indicazioni per Viggiona. Il sentiero sale nel bosco e nel primo tratto è molto ripido. Notiamo alcuni muretti dei terrazzamenti, segno che un tempo questo versante era utilizzato, mentre ora la vegetazione invadente rende praticamente impossibile muoversi fuori dal sentiero. In questo primo tratto pian piano la pendenza si fa più dolce e giungiamo alle porte di Viggiona 686 m. Prima di proseguire verso la grande chiesa, decidiamo di fare una piccola deviazione verso destra seguendo la Via Crucis, realizzata negli anni sessanta da studenti dell’Accademia d’Arte di Stoccarda, che porta al Cimitero di Viggiona dove si trova l’antica Chiesa Monumentale in stile romanico, dichiarata monumento nazionale. Arrivati alla bella Chiesa di San Maurizio del XVII sec. facciamo una sosta, accomodandoci sui tavoli in legno accanto a un parco giochi. Il borgo di Viggiona è molto antico e la sua storia si confonde con quella delle parrocchie più antiche della Pieve di Cannobio. Il paese sorge su un vasto altipiano morenico dell’ultima Glaciazione e il panorama spazia oltre il termine del lago, verso la Svizzera. Da Piazza Pasquè ci dirigiamo a sinistra seguendo le indicazioni per Trarego. Saliamo tra le vie del paese e dopo poco intersechiamo la strada asfaltata, quindi, seguendo le indicazioni per Cheglio/Trarego (sentiero n. 9), la percorriamo sino al bivio sulla sinistra per Cheglio/Trarego. Dopo una breve salita arriviamo a Cheglio 773 m, un minuscolo villaggio dall’atmosfera di antico borgo rurale con i suoi vicoli stretti tra le abitazioni di pietra, riscoperto negli ultimi anni da chi ama la serenità dei luoghi. La conca morenica esposta a mezzogiorno in cui sorge l’abitato di Cheglio permette di godere di un’abbondante insolazione anche nel periodo invernale, caratteristica che, unita all’amenità del luogo ne fa un’attrattiva per il turismo residenziale. In breve giungiamo al borgo di Trarego 771 m caratterizzato da strette strade e scalinate lastricate in pietra che creano angoli suggestivi, antiche abitazioni e ville ristrutturate affacciate sulla verde e piana campagna sottostante. Trarego, anticamente “Trargho”, deriva dal latino “tradigum” che significa passaggio: molto probabilmente sta ad indicare la zona di transito da cui si dipartiva il sentiero per Oggiogno e la via per salire la montagna. Dalla piazza della chiesa parrocchiale consacrata a San Martino costruita nel 1635, scendiamo in via Dante per poi incrociare via Principale che seguiamo verso sinistra in leggera discesa, dalla palina segnavia proseguiamo verso destra in piano per qualche minuto, arrivati in località Crosai imbocchiamo il sentiero n. 10 Trarego/Oggiogno, che fiancheggia nel primo tratto il rio della Chiesa.
ATTENZIONE: poco prima di giungere sul ponte che sovrasta il profondo canyon dove scorre il torrente Cannero, una frana ha fatto cadere alcuni alberi proprio sul ponte che attraversa il rio Piumesc. La frana è segnalata con divieto di transito all'inizio del sentiero e poco prima del ponte. Decidiamo di dare un'occhiata e, dopo attenta valutazione, attraversiamo, naturalmente prestando particolare attenzione. In alternativa da Trarego si può seguire il sentiero che scende a Piancassone, per poi proseguire per Cannero.
Oltrepassato il bellissimo ponte sulla valle del Rio Cannero riprendiamo a salire. Dopo pochi minuti il sentiero è interrotto da una rete paramassi, a protezione dei lavori sulla centralina idroelettrica sottostante. Proseguiamo quindi a destra su un sentiero contrassegnato da alcuni bolli blu, che risale il ripido versante della montagna, nella prima parte a protezione da eventuali cadute è stata collocata una fune legata ad alcuni paletti in ferro conficcati nel terreno. Dopo una serie di tornanti, seguendo un'evidente freccia blu su un sasso pieghiamo leggermente a destra, la salita ora si fa meno dura e in breve arriviamo su un'ampia traccia, continuiamo ora in discesa all'interno di un bel bosco di grossi castagni, tralasciato il sentiero a destra per l'alpe Faiet e il Colle in pochi minuti giungiamo alle prime case di Oggiogno 515 m. Incontriamo un simpatico signore con cui ci fermiamo a chiacchierare per qualche minuto. Prima di scendere a Cannero merita sicuramente una visita il Torchio dei Terrieri, testimonianza dell’antica attività rurale, costruito nel 1742. Il torchio è costituito da un’enorme trave di castagno del peso di parecchie tonnellate e lunga 9,20 metri. È sicuramente stato dapprima realizzato e messo in opera il torchio e quindi è stato costruito attorno il vano che lo ospita, realizzato in pietra del luogo. Seguendo i segnavia passiamo tra le strette viuzze del borgo sino all'inizio della bella mulattiera selciata che percorre il versante montuoso con dolce pendenza offrendo una continua panoramica sul lago che occhieggia tra i rami dei castagni. Dopo la Cappella di San Maurizio recentemente restaurata, arriviamo a Ronché e in breve sulla statale, attraversata la strada proseguiamo verso destra, per poi scendere lungo uno stretto vicolo dal fondo selciato, giungendo in una caratteristica piazzetta con una bella fontana dove ci dissetiamo. Dalla vicina piazza del comune proseguiamo verso la chiesa di San Giorgio che costeggiamo sulla sinistra e in pochi minuti arriviamo al parcheggio dove abbiamo lasciato l'auto.
Malati di Montagna: Pg, Danilo e Fabio

se la giornata inizia cosi...!!!


Cannero Riviera


scorci sul lago


Carmine Superiore


affreschi sulla chiesa di San Gottardo


panorama verso la Svizzera...


...e verso la sponda lombarda


viuzze a Cheglio


castagni secolari sulla via per Oggiogno


Torchio dei Terrieri


Il filmato del "Trekking del Lupo"

domenica 3 marzo 2013

Beautiful day in Valvarrone

A distanza di cinque mesi ritorniamo al rifugio Casera Vecchia di Varrone, ma questa volta con la neve...
Una giornata fantastica, il cielo oggi era di un azzurro intenso, il Pizzo Varrone e il Pizzo Trona sembravano ancora più alti e imponenti, le ciaspole sono rimaste praticamente quasi sempre a riposo attaccate allo zaino, la strada anche se innevata era comunque ben battuta, utili eventualmente un paio di ramponcini, il reportage dell'escursione è la medesima fatta in ottobre.
Malati di Montagna: Pg, Franco e Fabio

alpe Casarsa 1180 m


Strada del Ferro innevata


che dire...!!!


Pg e Franco poco prima di arrivare al rifugio


rifugio Casera Vecchia di Varrone


Pizzo Trona e Pizzo Varrone


by Franco
Fabio in action


Pg in action

sabato 23 febbraio 2013

UCCISO IL POVERO ORSO M13 – IL WWF CONDANNA


Alla fine le autorità svizzere hanno scelto la strada più semplice e che faceva spendere meno.
Data la visibile presenza dell'innocuo orso, che aveva il solo difetto di manifestarsi, tanto che in Val Poschiavo qualcuno intelligentemente pensava di farne un'attrattiva turistica, e dati gli irrazionali timori di qualche cittadino, tra tutte le opzioni possibili per rassicurare i tremebondi valligiani, tra cui addormentare l'orso e trasportarlo altrove, hanno scelto l'opzione più umana: una pallottola e via, secondo la cruda norma elvetica. A quanto pare sarà imbalsamato ed esposto in un museo, così potrà contribuire con la sua presenza ad aumentarne gli introiti. Geniali le autorità svizzere: invece di spendere quattro soldi e un po' di tempo per spostare l'orso, trovano il modo di eliminarlo a poco prezzo e trarne degli utili. Per certe cose bisogna essere portati.

domenica 17 febbraio 2013

Al rifugio Grand Tournalin...con nevischio e sole...!?!

Dall'uscita del casello autostradale  di Verrès seguire le indicazioni per Champoluc e Brusson e dopo aver attraversato parte dell'abitato di Verrès immettersi sulla strada regionale che risale tutta la Valle d'Ayas fino all'abitato di Saint-Jacques 1689 m. Davanti alla graziosa chiesetta del borgo si può lasciare l'auto nel piccolo parcheggio, meglio non arrivare troppo tardi per non trovare posto.
Oggi il meteo non è dalla nostra parte lo si capisce subito appena scesi dall'auto, peccato perché l'escursione sarebbe stata un eccezionale balcone panoramico sulla catena del Rosa. Il percorso si svolge quasi interamente sulla strada sterrata che d'estate sale fino al rifugio, abbiamo constato che vi sono due possibilità per poterla raggiungere. La prima consiste nel proseguire sulla stradina asfaltata a lato della chiesetta e dopo una decina di metri dalla palina segnavia attraversare il ponte sull'Evançon e subito dopo seguire la mulattiera a destra contrassegnata con il simbolo dell'Alta Via n. 1-4-4A. Raggiunto il piccolo abitato di Pelioz 1722 m, dove è localizzato il Bed & Breakfast Alta Via, seguendo i segnavia riportandoci a sinistra e costeggiato uno steccato raggiungiamo i pascoli sottostanti i graziosi chalets di Droles 1760 m, ritrovati i segnavia, in pochi minuti continuando verso destra dopo un breve tratto di ripida salita arriviamo sulla sovrastante strada sterrata. La seconda possibilità anche se più lunga è a nostro parere la meno faticosa e anche la più battuta, per cui la più semplice, dal parcheggio si prosegue sulla medesima strada giungendo in fondo al paese, in prossimità di una cappella svoltiamo a sinistra attraversando il ponte, poco dopo tralasciamo lo stradina a sinistra per il B&B Alta Via e proseguendo in leggera salita arriviamo a un bivio, dove sulla sinistra di fronte a una cappella inizia la strada sterrata che conduce al rifugio. In entrambi i casi il percorso si sviluppa in un bel bosco di larici, oltrepassata l'alpe Croués 1870 m, per abbreviare il tragitto sfruttiamo alcuni tagli, sbucando nei pascoli sottostanti l'alpe Nannaz desot 2049 m. Continuiamo a salire seguendo la strada e in breve giungiamo in un bel pianoro, costeggiamo il torrente e mantenendo la destra orografica attraversiamo l'ameno pianoro al cospetto della Bec de Nannaz. Al termine del pianoro attraversiamo un ponticello in legno e proseguendo verso sinistra andiamo nuovamente a incrociare la strada che seguiamo fino all'alpe Nannaz damon 2193 m. Da qui in poi  bisogna proseguire solo avendo precedentemente acquisito informazioni sullo stato della neve, consultando il bollettino valanghe ed eventualmente avendo chiesto anche al gestore del rifugio. Proseguiamo a sinistra delle baite seguendo le evidenti tracce degli sci alpinisti, passati alti sul sottostante alpeggio Tournalin desot 2278 m, pieghiamo decisamente a destra entrando in un'ampia conca. Inizia a nevischiare, ma le nuvole rimangono alte garantendoci una buona visibilità, lentamente saliamo arrivando all'alpeggio Tournalin damon dove è situato il rifugio Grand Tournalin 2535 m, costruito nel 1994 dalla famiglia Becquet. Siamo soli, anche gli ultimi sciatori sono scesi, dopo aver sorseggiato un bicchiere di tè, decidiamo di scendere, prima di allontanarci le nuvole si diradano e solo per pochi istanti il sole illumina la conca…da ritornarci magari senza neve...
La discesa la effettuiamo sullo stesso itinerario dell'andata.
Malati di Montagna: Pg, Danilo e Fabio






avendo dimenticato di accendere il gps, considerare la quota di partenza, la quota minima
dislivello 840 m

mercoledì 13 febbraio 2013

Amare la montagna


domenica 10 febbraio 2013

Attrazione Val Grande

Dall'autostrada A26 - Gravellona Toce, continuiamo sulla SS33 del Sempione fino all'uscita di Piedimulera, seguiamo le indicazioni per Vogogna oltrepassando un paio di rotonde e dopo aver attraversato il fiume Toce svoltiamo a sinistra entrando in una piccola galleria, dopo qualche chilometro arriviamo a Prata 231 m.
Parcheggiamo nel piazzale antistante la chiesa, la temperatura è particolarmente rigida ma di nuvole non se ne vede nemmeno l'ombra… Ci incamminiamo verso sinistra sulla strada asfalta, in direzione opposta da dove siamo venuti, dopo pochi minuti in corrispondenza del cartello stradale "Regione Canale" svoltiamo a destra e dopo una decina metri sulla sinistra accanto a una chiesetta troviamo l'inizio dell'itinerario segnalato da una palina segnavia. Il primo tratto si svolge su un'ampia mulattiera lastricata che conduce a una casa, dietro la quale inizia il sentiero segnalato con segni di vernice bianco/rossi che in breve giunge sui prati ai piedi della torre del Bulfer 325 m, risalente al XIII sec.
Proseguiamo sulla sinistra, dove ritroviamo il sentiero e una palina segnavia che ci indica la giusta direzione da tenere. Ci inoltriamo nel bosco guadagnando quota costantemente senza particolari difficoltà, raggiungendo la solitaria baita Runcass. Dopo un breve tratto in piano riprendiamo a salire arrivando brevemente ai ruderi dell'alpe Bisigunsc 480 m, all'esterno di una delle baite è stato posto un pannello del CAI di Villadossola che descrive la storia del luogo in cui ci troviamo. A destra appoggiata sul terreno possiamo notare una "preia", pietra che fungeva da contrappeso del torchio presumibilmente del 1700 e che ha funzionato fino al 1900 circa, queste zone oltre a essere coltivate a vigneto, veniva anche prodotta la segala, pianta seminata in autunno ed in luglio raccolta dalle donne che caricavano sulla caula per trasportarla in un posto chiamato "arial".
Continuando sulla sinistra incontriamo vicino al sentiero alcuni sostegni in pietra usati le vigne, oltrepassiamo altre baite e senza quasi accorgercene ci ritroviamo all'alpe Fonten 557 m, con la sua cappella del 1700 circa, ormai ridotta quasi a un rudere, le immagini all'interno sono quasi completamente cancellate dal tempo.
Passiamo tra le baite ormai inglobate nel bosco, per poi piegare verso destra e attraversato alcuni ruscelletti riprendiamo a salire con più decisione, ci meravigliamo come abbiano potuto realizzare questo sentiero in questi luoghi selvaggi e apparentemente ostili. Con un percorso tortuoso saliamo a delle baite diroccate, riprendiamo a salire e seguendo attentamente i segni di vernice bianco/rossi sulle rocce e sugli alberi, in pochi minuti ci ritroviamo fuori dal bosco in prossimità di una palina segnavia che ci indica che siamo all'alpe Aurinasca dentro 976 m, in breve proseguendo a sinistra arriviamo all'alpe Aurinasca Sopra. Rimaniamo estasiati dal panorama sulla piana Ossolana, ma soprattutto sul gruppo del Rosa che si erge nella sua maestosità verso il cielo azzurro. Ci fermiamo per una meritata sosta accanto alla cappella edificata nel 1928, nel frattempo veniamo raggiunti da un cordiale signore proprietario di una delle baite, il quale ci racconta di come una volta tutto questo versante era coltivato e che si potevano scorgere le baite dell'alpe Aurinasca anche dal fondovalle. A malincuore lasciamo questo angolo di paradiso e riprendiamo il cammino, dalla palina segnavia iniziamo a scendere in direzione di Cuzzego, subito dopo aver oltrepassato le baite di Aurinasca di Fuori, il sentiero inizia a scendere ripidamente lungo il fianco roccioso della montagna, all'interno del bosco alcuni singoli esemplari di larice si ergono isolati al confine del cielo. Il larice è un albero forte e tenace. Solitario come il camoscio che qui in Val Grande è di casa.
Ben presto arriviamo all'alpe Luera 901 m (le luere erano fosse scavate dai montanari a cielo aperto con un'esca viva oppure coperte da rami per farvi cadere dentro il lupo e quindi ucciderlo), anche da qui il panorama è splendido e vale la pena soffermarsi qualche istante. Il sentiero prosegue a destra rientrando nel bosco, vi sono molte tracce, per cui bisogna stare attenti ai rari segni di vernice, rimanendo il più possibile sul sentiero principale che a volte è ricoperto dal folto fogliame. Giungiamo sugli ampi prati dell'alpe Cortigo 722 m e proseguendo arriviamo al nucleo di baite di Buretti 429 m, l'ultimo abitante fu una certa Rulanda che abitò questa località fino al 1910 circa. Dopo l'immancabile cappelletta ci ritroviamo a un bivio, proseguiamo verso sinistra, ritrovandoci ormai sopra ai tetti delle case di Cuzzego, oltrepassa un'ulteriore cappella, l'unica incontrata oggi in cui si possono ancora ben distinguere i dipinti all'interno, arriviamo in paese. Continuiamo tra le strette vie, arrivando alla chiesa dedicata a San Giovanni Battista, da qui raggiungiamo la strada principale e proseguendo verso sinistra, in poco meno di 15 minuti ritorniamo a Prata dove abbiamo lasciato l'auto.
Percorso che si svolge su sentieri che, benché segnalati, richiedono un minimo di preparazione sia alle camminate che all'ambiente montano.
Malati di Montagna: Pg, Danilo e Fabio

Andavo a fare erba in Valgranda: erba dura, pesante, che scivolava dalle mani e tagliava la pelle. Dovevi tenerla stretta perché se no ti davi di quelle meulate. Era buona, durava tanto e le mucche la mangiavano volentieri quando pioveva.
Ricorda un'alpigiana di questi monti

sostegni in pietra usati per le vigne


vecchie baite...vecchi sentieri


alpe Aurinasca


lo splendido panorama da Aurinasca Sopra


verso Aurinasca di Fuori


Danilo e Pg e sullo sfondo il Pizzo Camino


la chiesa di Prata

sabato 9 febbraio 2013

Giorno del Ricordo

Il 10 febbraio è il giorno che l'Italia dedica alla memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle Foibe e dell'Esodo dalle loro terre degli Istriani, Fiumani e Dalmati.


Alla fine della Seconda guerra mondiale, mentre tutta l'Italia, grazie all'esercito Anglo-Americano, veniva liberata dall'occupazione nazista, a Trieste e nell'Istria (sino ad allora territorio italiano) si è vissuto l'inizio di una tragedia: la "liberazione" avvenne ad opera dell'esercito comunista jugoslavo agli ordini del maresciallo Tito.
350.000 italiani abitanti dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia dovettero scappare ed abbandonare la loro terra, le case, il lavoro, gli amici e gli affetti incalzati dalle bande armate jugoslave. Decine di migliaia furono uccisi nelle Foibe o nei campi di concentramento titini. La loro colpa era di essere italiani e di non voler cadere sotto un regime comunista.
Trieste, dopo aver subito più di un mese di occupazione jugoslava, ancora oggi ricordati come "i quaranta giorni del terrore", visse per 9 anni sotto il controllo di un Governo Militare Alleato (americano ed inglese), in attesa che le diplomazie decidessero la sua sorte.
Solo nell'ottobre del 1954 l'Italia prese il pieno controllo di Trieste, lasciando l'Istria all'amministrazione jugoslava.
E solo nel 1975, con il Trattato di Osimo, l'Italia rinunciò definitivamente, e senza alcuna contropartita, ad ogni pretesa su parte dell'Istria, terra italiana sin da quando era provincia dell'Impero romano.

domenica 3 febbraio 2013

Dove il tempo pare davvero essersi fermato...

Dall'autostrada a A26 proseguiamo fino a Gravellona Toce, per poi continuare sulla SS33 del Sempione, fino all'uscita di Piedimulera-Vogogna. Arrivati a Vogona percorriamo via Nazionale per alcuni chilometri, per poi lasciare la macchina nel parcheggio rialzato sulla destra, dietro alla Banca Popolare di Novara.
Vogogna si trova a 226 m slm ed è un antico paese immerso nel verde della Valle Ossola e a pochi chilometri dai magnifici laghi, Maggiore, Orta, Mergozzo. La giornata si presenta ventosa ma con un cielo azzurro che risalta le cime innevate attorno, ci dirigiamo verso il borgo medievale, rivalorizzato dalla pavimentazione in ciottoli di fiume, seguendo alcuni pannelli didattici raggiungiamo in pochi minuti il Palazzo Pretorio, sede fino al 1819 del Governo dell’Ossola inferiore, dalla chiesa del XVI sec. dedicata a Santa Marta, seguiamo sulla sinistra il vicolo, giungendo in pochi istanti al castello.
La sua costruzione è attribuita a Giovanni Visconti nell'ambito di un più ampio piano di rafforzamento della rete difensiva del Ducato di Milano contro possibili incursioni vallesane dalla Svizzera. Progettato con funzioni militari e difensive, venne inglobato nel sistema perimetrale che racchiude il Borgo.
Costeggiamo sulla destra per un breve tratto le mura del castello e attraversato il torrente su un ponte imbocchiamo la mulattiera che con ripida ascesa raggiunge la piccola frazione di Genestredo, 362 m.
L'antico villaggio agricolo sorge su uno splendido balcone a solatio, le case di pietra addossate le une alle altre e percorse da stretti vicoli ricordano la sua impronta strettamente rurale. Genestredo è uno dei tre nuclei rurali ancora abitati, tutelati dal Parco Nazionale Val Grande; gli altri sono Colloro e Cicogna, la "piccola capitale".
Dalla graziosa piazzetta con fontana tralasciamo l'indicazione per la Rocca da cui faremo ritorno e continuiamo diritti da dove siamo venuti arrivando al sovrastante parcheggio accanto alla chiesetta di S. Martino. Seguiamo la strada asfaltata per una decina di metri per poi proseguire a destra seguendo il sentiero contrassegnato su una pietra come A34, purtroppo non vi è nessuna palina segnavia che indichi dove porti…!!! Dopo un breve tratto in falsopiano costeggiando una casa, il sentiero si impenna bruscamente facendoci guadagnare velocemente quota, arrivati a un bivio deviamo a sinistra seguendo il sentiero per La Ca" segnalato da una grossa freccia rossa e dalla scritta "forza, coraggio, alegar".
Il nostro suggerimento è di intraprendere questo tratto di sentiero fino all'alpeggio senza fretta, il motivo sono gli innumerevoli piccoli cartelli collocati sugli alberi con proverbi e frasi alcuni in dialetto che fanno sorridere e al tempo stesso riflettere… Giunti a La Ca proseguiamo diritti arrivando in pochi minuti ad una cappella, continuiamo a salire nel bosco incontrando alcuni alpeggi ormai abbandonati, a ricordo di una vita passata che non tornerà più...o forse... Ben presto arriviamo ad un bivio nei pressi di un colletto, pieghiamo verso destra salendo alla base di un traliccio per l'alta tensione, il sentiero segue ora il profilo della dorsale facendoci guadagnare velocemente quota, a sinistra sul versante opposto si vedono le baite dell'alpe Marona e al centro del vallone i resti della cava della Cremosina, dove si ricavavano le beole. Il vento soffiando tra gli alberi crea strani rumori, talvolta alquanto sinistri, non per niente siamo nell'area più selvaggia d'Europa…!!! Giungiamo finalmente alle baite diroccate dell'alpe Pianoni (I Casai) 935 m, il sentiero prosegue in salita sulla sinistra delle baite per poi piegare verso destra arrivando a un bivio, tralasciando la traccia sulla sinistra verso l'alpe Sui e l'alpe Marrona, continuiamo invece diritti verso l'alpe Capraga. Il sentiero dopo un tratto in falsopiano scende lungo un canalino attrezzato con alcune catene, per poi proseguire più agevolmente arrivando a Bortual 951 m indicato sulle carte come Capraga (Cravaga in dialetto, luogo delle capre). Vale la pena visitarlo perché le case sono strette le une alle altre in un groviglio di viuzze e di passaggi coperti. Seguendo i segnavia raggiungiamo una palina segnavia accanto a una fonte, proseguiamo in direzione di S. Bernardo scendendo lungo la stradina asfaltata ad uso privato. Dopo una serie di tornanti in un tratto di strada pianeggiante in vista della chiesa, seguiamo il sentiero a destra che scende verso i rustici di Biogno 818 m (Biuagn), antico paese con belle case di pietra, in perfetta armonia con l'ambiente circostante. Volgendo ora a sinistra dopo aver attraversato il torrente, in breve arriviamo alla graziosa chiesa di San Bernardo del XV sec., dove ci fermiamo per la meritata pausa ristoratrice. Dalla palina segnavia accanto alla chiesa proseguiamo in direzione di Colloro, raggiunta una cappella ci soffermiamo qualche istante ammirando il panorama. Riprendiamo a scendere lungo la mulattiera entrando nel bosco, il percorso perde quota gradatamente e senza quasi accorgercene arriviamo nella piazzetta della frazione di Colloro, frazione del Comune di Premosello Chiovenda, adagiata su una solare terrazza che domina l'Ossola fino al lago Maggiore ed è punto di partenza o arrivo della famosa traversata classica della Val Grande.
Dalla Chiesa di S. Gottardo (XVI sec.) seguiamo sulla destra via Fontana, arrivati a una fermata del bus proseguiamo diritti seguendo le indicazioni per il torchio, ci inoltriamo tra le antiche abitazioni, su una delle quali troviamo l'indicazione per Vogogna, al termine del paese ci immettiamo sul sentiero, che all'inizio risulterà ampio ma che man mano che si prosegue si restringerà. Fino al bivio il percorso segue le curve della montagna senza particolari difficoltà, dal bivio proseguiamo a sinistra tralasciando la deviazione sulla destra per la palestra di roccia (noi siamo saliti fino alla base della parete dove abbiamo trovato alcuni ragazzi che si accingevano a percorrere alcune vie). Al bivio sulla sinistra dietro a una grossa roccia troviamo sul segnavia rosso/giallo/roosso l'indicazione per "la Rocca", un grosso ramo sbarra l'accesso a questo sentiero non sappiamo se è stato messo apposta per proibire il proseguimento o se involontariamente è caduto. Noi comunque l'abbiamo percorso fino alla Rocca e a nostro giudizio è sicuramente un sentiero poco frequentato con alcuni passaggi che richiedo cautela e l'uso delle mani, è comunque sempre segnato, da alcune frecce e da qualche bollo arancione, una curiosità che abbiamo incontrato su alcuni grossi blocchi di pietra, alcune piante di fichi d'india con annessi frutti e una piccola vipera che fuggiva sul sentiero…siamo agli inizi di febbraio…!!! Arrivati al bivio per la Rocca prima di ritornare a Genestredo decidiamo di seguire il sentiero a sinistra arrivando dopo pochi minuti alla Rocca. È sicuramente una visita che non può mancare anche perché da questa posizione il panorama sull'Ossola è davvero eccezionale. Ritornati al bivio proseguiamo diritti e attraversato un ruscello in breve ritorniamo a Genestredo da qui in poi ripercorriamo il medesimo sentiero fatto al mattino. In conclusione bisogna proprio ammettere che entrare in Val Grande è come varcare un mondo che forse non esiste più in nessuna altra parte d'Italia, non per niente è l'area wildrness più vasta d'Europa.
Malati di Montagna: Pg, Danilo e Fabio

by Danilo
chissà dove vuole andare...!!!


by Fabio
Castello Visconteo a Vogogna


Genestredo


sul sentiero per Capraga


verso la chiesa di San Bernardo


sul sentiero per Colloro


verso la "Rocca"


la Rocca di Vogogna


sabato 2 febbraio 2013

San Biagio e il panettone «ritardatario»


Il panettone di San Biagio è una tradizione di Milano poco conosciuta al di fuori dei confini della città, ma utilissima per finire i panettoni avanzati dalle feste di Natale.

Perché bisogna mangiare il panettone di San Biagio? E’ presto detto: il 3 febbraio è la giornata che la chiesa cattolica dedica alla celebrazione di San Biagio, una figura che secondo la tradizione popolare milanese ‘benedis la gola e él nas‘. I milanesi, infatti, sono soliti mangiare un panettone benedetto proprio in questa giornata (anche se non è freschissimo, anzi meglio).

Chi era San Biagio
San Biagio era un medico armeno, vissuto nel III secolo d.C.: si narra che compì un miracolo quando una madre disperata gli portò il figlio morente per una lisca conficcata in gola. San Biagio gli diede una grossa mollica di pane che, scendendo in gola, rimosse la lisca salvando il ragazzo. Inutile aggiungere che, dopo aver subito il martirio, Biagio venne fatto santo e dichiarato protettore della gola.

La tradizione del panettone di San Biagio a Milano
Il legame con la città di Milano, però, arrivò molto più tardi: una massaia prima di Natale portò a un frate un panettone perché lo benedicesse. Essendo molto impegnato, il frate – che si chiamava Desiderio – le disse di lasciarglielo e passare nei giorni successivi a riprenderlo. Ma la donna se ne dimenticò e frate Desiderio, dopo averlo benedetto, iniziò a sbocconcellarlo finché si accorse di averlo finito.
La donna si ripresentò a chiedere il suo panettone benedetto proprio il 3 febbraio, giorno di San Biagio: il frate si preparò a consegnarle l’involucro vuoto e a scusarsi, ma al momento di consegnarglielo si accorse che nell'involucro era comparso un panettone grosso il doppio rispetto all'originale. Era stato un miracolo di San Biagio, che diede il via alla tradizione di portare un panettone avanzato a benedire ogni 3 febbraio e poi mangiarlo a colazione  per proteggere la gola.