Il mio zaino non è solo carico di materiali:
dentro ci sono la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi,
il mio carattere, la mia solitudine.
In montagna non porto il meglio di me stesso:
porto me stesso, nel bene e nel male
Renato Casarotto

giovedì 8 ottobre 2015

Una violazione autorizzata delle regole del buon senso

Sai cos'è il Tor des Géants? E' forse la gara più massacrante di corsa in montagna che esista:
- 330 km tra i sentieri della Val d'Aosta (praticamente è l'alta via n. 1 e n. 2 messe insieme)
- 24,000 m di dislivello positivo
- il tutto fatto in poco più di 3 giorni (80 e passa ore, dormite incluse)
La gara edizione 2015 si è appena conclusa e volevo segnalarti questa interessante riflessione di uno dei concorrenti pubblicata sul sito di Repubblica.it


Tor des Géants: "La mia sfida oltre i limiti in mezzo ai giganti"
Ecco il racconto di chi ha sfidato maltempo, montagne, dislivelli massacranti nella corsa valdostana. Una violazione autorizzata delle regole del buon senso, con una unica certezza, siglata in una liberatoria: "Se ti succede qualcosa, sono affari tuoi"
di ALBERTO CUSTODERO

COURMAYEUR - Fino a quando non lo fai, non ti rendi conto di cosa sia il Tor des Geants. Per capirlo, bisogna ricordare quali sono le 3 regole fondamentale per andare correttamente in alta montagna. Primo, mai scalare un monte se non si è ben equipaggiati. Secondo, mai mettere il naso fuori di casa in condizioni di tempo avverse. Terzo, mai sfidare i propri limiti fisici, perché la stanchezza, in quota, può essere fatale. Ebbene, il Tor è esattamente la violazione autorizzata di queste basilari regole del buon senso. Vai equipaggiato all'osso, con il minimo indispensabile, in condizioni meteo assurde, al di là delle tue possibilità fisiche. Il rapporto tra atleta e organizzazione, poi, è ambiguo e perverso. E' come se la stradale ti dicesse: oggi guidi fregandotene del codice della strada, passi col rosso e vai ai 200 all'ora. Però se ti succede qualcosa, è affar tuo. Il Tor è così: parti alle 10 del mattino da Courmayeur, ti fai 49 chilometri, 4 mila metri di salita e altrettanti di discesa, piove, rischio neve, ghiaccio in quota, vento, meno dieci sotto zero. E se ti succede qualcosa sono cavoli tuoi. Ti fanno firmare una liberatoria che esonera l'organizzazione da ogni responsabilità. Due anni fa, un atleta arrivato dalla Cina, che forse mai aveva visto monti come le Alpi, in una notte di bufera, pioveva ghiaccio e il vento non ti faceva stare in piedi, è scivolato, è finito in un dirupo, ha picchiato la testa, è morto. E sono stati cavoli suoi, aveva firmato anche lui la liberatoria.

A questo punto, la domanda è: ma perché uno spende 700 euro per affrontare questi rischi? Per la risposta, ci vuole la psicologia, e forse non è un caso che sia stato uno psicologo a inventarlo. Io ho voluto provarci perché, come tutti, attratto dal fascino della trasgressione. Trasgredire, in fondo, è una tentazione irresistibile. La trasgressione delle regole della buona montagna, un'attrazione fatale. E poi, mi fidavo della serietà degli organizzatori, tra me e me, pensavo: "se mi fanno partire, significa che esiste un sistema di sicurezza". Mi sono accorto, strada facendo, che, a mio giudizio, non era così.

Piove. La partenza, come tutti gli start, è stata emozionante, quasi tutti seminascosti dai gusci (le giacche a vento leggere), dai poncho antipioggia, dai cappellini. Musica a palla, speaker, applausi, brividi su per la schiena dall'emozione, ali di folla che incita e applaude per tutta Courmayeur. All'uscita del paese, al primo sentiero in salita, un tappo di atleti. Ci si ferma qualche minuto, pian piano la coda scorre e la vera gara comincia, un passo dietro l'altro, le racchette a spingere con le braccia per aiutare la trazione del corpo in su. Se fino ad allora eri un animale vissuto in cattività, da quel momento in poi ti trasformi in una sorta di capra di montagna. Il bello del Tor è che incontri matti come te. E capita di conoscere persone che non ti saresti mai aspettato, come Paolo.... Sua madre era stata una collega di mio padre alla fine degli anni Cinquanta. Durante la salita la mamma telefona, Paolo me la passa e mi dice: "Ciao Alberto, ti ho visto nascere". Con Paolo facciamo squadra, abbiamo un buon passo, 5 chilometri all'ora. Buon tempo. Si scollina la prima vetta, Col Arp, 2571 metri. In discesa incrocio Augusto Rollandin, il governatore della Vallée. "Forza Gusto", gli gridano in dialetto i tifosi. "Ecco l'imperatore", borbottano altri valligiani che mal sopportano la sua longevità politica. Con i suoi 64 anni, si butta in discesa di corsa a una velocità impressionante, io non gli sto dietro, preferisco camminare per non scardinare le giunture delle ginocchia. Panorama scarso, smette di piovere, ma restano le nuvole basse, effetto nebbia. Si percorre una discesa interminabile, al decimo km s'incappa nel primo ristoro. Ma la posizione è infelice, risulta esposto a un vento gelido, fa freddo fermarsi troppo. Il tempo di uno spuntino (biscotti, cioccolato, bibite, tè), e del ricarico borraccia, e via. Si arriva camminando per un sentiero mezzacosta a La Thuile, 1458 metri, dove incontro l'assistent personale, mio figlio Tommaso che mi segue in camper. Sotto questo tendone, il primo ritiro "illustre": Pier Alberto Carrara, olimpionico di fondo biathlon, che aveva deciso di festeggiare i 25 anni di matrimonio correndo il Tor con la consorte, si ferma. Lo incoraggio e lo saluto. Venti minuti per cambiare la maglietta sudata, buttar giù una pastina in brodo, e ripartire. A questo punto uno squarcio tra le nuvole fa affacciare il sole. Ma dura poco, si ricopre subito. E si sale verso il rifugio Deffeyes su per un sentiero appena attrezzato dal comune. Lo spettacolo è mozzafiato. Una cascata imponente, con una portata d'acqua violentissima, scende giù a picco per centinaia di metri. La salita è quasi in verticale, è come se salissi una scala a tre gradini alla volta, un crampo mi sorprende il quadricipite sinistro, ma fingo di non ascoltarlo. I compagni di viaggio sono di tutto il mondo, c'è una brasiliana in Italia per amore: "Mio marito  -  scherza con accento portoghese  -  però non è italiano, è livornese". Un atleta, occhi a mandorla, allunga il passo, e sorpassa: "Vengo dalla Cina", dice. E tira dritto. "Io vivo sul lago Maggiore, le mie tre figlie, quando mi hanno visto partire, sono scoppiate in lacrime, 'Papà torna', mi hanno detto".

All'improvviso, una sorpresa: il sentiero prosegue lungo una passerella sospesa nel vuoto che taglia la cascata nel punto più impetuoso dove si forma una gigantesca nuvola di aerosol di acqua di montagna. Stupendo. Proseguendo, un reperto bellico arrugginito sta lì a ricordare che quelli che calpestiamo noi matti del Tor erano sentieri partigiani. I partigiani erano talmente temuti e forti, da quelle parti, che l'aviazione tedesca era arrivata con gli aerei a bombardare il rifugio Santa Margherita dove si nascondevano i "ribelli". Ora i comuni del fondovalle vogliono costruire su quei pendii un museo della Resistenza. Pensare che i partigiani salivano lassù mal vestiti, in pieno inverno, inseguiti dagli alpin jagger austriaci, mi infonde una insolita energia: "Se ce la facevano loro in tempi di guerra, ce la devo fare anche io che sono qui in vacanza per divertirmi". Arrivo fresco e in forma al rifugio Deffeyes, 2500 metri, mi cambio di nuovo, mi rifocillo con polenta, fontina, brodo caldo. E soliti pezzi di cioccolato. Coca cola, caffè e riparto. Mi aspetta la scalata del Passo Alto, 2857 metri. Nuvole nere avvolgono e nascondono la vetta, non fanno presagire nulla di buono. Le tre regole della montagna mi imporrebbero l'alt. Ma al Tor prevale la trasgressione autorizzata e regolamentata. Quindi, nonostante di lì a poco diventerà buio, riparto. Il ritmo, però, insperatamente, cala. L'altitudine, per chi come me vive a Roma, sul livello del mare, comincia a farsi sentire. Il ritmo, da 5 chilometri all'ora, scende inesorabile a 4, poi a 3, poi a 2. Poi....

Già da tempo ci siamo lasciati alle spalle la vegetazione, si cammina prima su un prato bagnato e fangoso. Poi solo su uno spettacolo lunare. Rocce, sassi, pietre. Il tutto nell'ambiente vaporoso di una nebbia umida e fredda. Lo sforzo si fa sentire, le gambe soffrono, il fiatone aumenta, l'abbigliamento intimo si inzuppa di sudore. Salgo in affanno. Il sentiero si inerpica snodandosi lungo il costone grigio e tormentato della montagna. Arrivato in cima, inizia la discesa. Ma è anche l'inizio della fine. Partito alle dieci del mattino, alle 20 mi ritrovo quasi a tremila metri di quota, a 15 chilometri ancora dalla base vita di Valgrisenche, 1662 metri (48,6 km in totale dalla partenza) che potrei raggiungere a quell'andatura solo alle due di notte. Se mai arrivassi alla base vita, avrei poi solo tre ore di tempo pe riposarmi, e sarei costretto a ripartire alle 5 per affrontare altri 51 chilometri, altri 4 mila metri di salita. E così via per un totale di 330 km, 24 mila metri si salita e altrettanti di discesa. Comincia a diluviare, comincio a scoraggiarmi. Mi fermo, è buio pesto, non c'è traccia di personale dell'organizzazione. Penso, ma se mi succedesse un infortunio proprio adesso, quassù, chi mi aiuterebbe? Manco c'è la linea per telefonare. E qui i soccorsi non ci sono. Prima che arrivino, rischio la pelle per ipotermia. Solo a quel punto, capisco al volo il significato di quella frase, un po' nascosta, contenuta nella liberatoria che mi hanno fatto firmare prima di partire: "Esonero gli organizzatori da ogni responsabilità per infortuni personali e/o morte". Capito: se mi succede qualcosa, sono cavoli miei. Del resto, non mi ha obbligato nessuno a fare il Tor. Tiro giù dalle spalle lo zainetto. Estraggo la lampadina da fissare sulla fronte. E riparto. Malfermo sui piedi che poggiano sui lastroni lucidi e scivolosi come il ghiaccio per la pioggia. Le racchette che si infilano tra una roccia e l'altra e ogni volta è una lotta per disincastrarle. Il filo di luce della frontale che penetra la nebbia e illumina di una luce fioca il tracciato. Scendo. Solo, esausto, piede in fallo, scivolo e casco a terra in avanti. Miracolosamente illeso, mi rialzo, compaiono dall'ombra due atleti fasciati nei loro poncho. Sembravano due fantasmi, in realtà sono due angeli che  capiscono la mia difficoltà. Si posizionano uno davanti e l'altro dietro e così scortato, al buio, proseguo. Come se non bastasse, si alza un vento forte gelido, la temperatura scende a meno 10. Inizio a tremare dal freddo così forte che sembro attaccato alla 220. Mi torna alla mente quell'altra frase contenuta sempre in quella famosa liberatoria: "Sono cosciente che la gara si sviluppa in montagna in condizioni climatiche difficili, notte, freddo, vento, pioggia, neve". Già. Crepo di freddo? Ne ero cosciente. E sono i soliti cavoli miei. La forza della disperazione mi trascina verso il basso per un paio d'ore, quando all'improvviso, uscendo da un bosco, vengo abbagliato dal fascio di luce di un tendone di ristoro. "Salvo", penso tra me e me. Mi avvicino a uno con la pettorina staff, e gli chiedo, timido: "Vorrei ritirarmi, come posso fare?". "Entri in quella stanzetta", mi risponde. Apro la porta, e dentro c'era un atleta disteso su una branda con una coperta di lana beige sulla testa. "Scusi  -  chiedo  -  ma è morto?". "No, sta male", mi spiegano. Un altro, super maratoneta con un palmares di corse endurance da campione, vomita zampillando come una fontana. "Scusate  -  dice  -  il freddo mi ha congelato lo stomaco". E' la stanzetta degli "sfigati", quelli che non ce la fanno, che non hanno il fisico, che si ritirano. Eravamo in tanti, a frotte. Dopo una mezzoretta di tremolante attesa, finalmente si riapre la porta di quel lazzaretto, e uno dello staff ci avvisa: "Fuori tutti, dobbiamo fare un'ora di discesa a piedi, e poi una navetta vi porta a Courmayeur". Ecco, questo è stato il mio Tor des Geants. In fondo, per un po', mi sono sentito un gigante anch'io.

Nessun commento:

Posta un commento