Il mio zaino non è solo carico di materiali e di viveri: dentro ci sono la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi, il mio carattere, la mia solitudine. In montagna non porto il meglio di me stesso: porto me stesso, nel bene e nel male.
Renato Casarotto

Le montagne sono di tutti, ma non sono per tutti: sono per chi le ama e le rispetta, per chi vuole viverle e conoscerle, per chi non prevarica con il proprio io la loro esistenza e armonia.
Mario Rigoni Stern

domenica 11 ottobre 2015

Al "cancc zèrp" o semplicemente Monte Cancervo

Il monte Cancervo è una bastionata rocciosa situata a nord ovest dell’abitato di San Giovanni Bianco, si erge maestoso con le sue rocce ed i suoi torrioni sopra il bellissimo altopiano erboso dove giacciono in amena posizione i villaggi di Pianca e Brembella. L’itinerario effettuato si sviluppa in una zona di grande interesse paesaggistico e naturalistico.

Da Milano si segue l'autostrada A4 sino all'uscita di Dalmine per poi continuare sulla statale 470 Dalmine/Villa D’Almè. Alla rotonda di Villa D’Almè si seguono le indicazioni per San Pellegrino Terme, risalendo la Valle Brembana fino a San Giovanni Bianco. Dal paese si svolta a sinistra per la Valle Taleggio e dopo circa 900 metri si svolta a destra seguendo le indicazioni per Pianca, raggiunto il piccolo borgo di Pianca 810 m, si parcheggia vicino alla Chiesa dedicata a Sant'Antonio Abate. La chiesa è stata restaurata recentemente grazie ai fondi raccolti dai trenta abitanti, pensionati e contadini!
Tralasciato a sinistra il "Sentiero Partigiano" (131), si prosegue verso il paese, subito dopo le prime case, sulla destra inizia il sentiero 102 contrassegnato dai segni di vernice bianco/rossi. Si sale tra le strette viuzze del paese e poco dopo aver costeggiato alcuni orti si incrocia la strada asfalta, dalla quale poi faremo ritorno. Attraversata la strada in breve si esce tra i verdi pascoli, con alcune mucche che pascolano beatamente. Oltrepassata una stalla, il sentiero entra in un luminoso bosco di betulle, faggi ed eriche, si continua a salire a mezza costa su un costone erboso, raggiungendo un'enorme roccia sporgente che forma una tettoia, adatta come riparo in caso di maltempo. Oltrepassata una sorgente (molto rara su questo versante), in breve si raggiunge un colletto con a destra un capanno di caccia, dopo aver perso leggermente quota si riprende a salire ripidamente imboccando lo stretto vallone denominato il "Canal catif" (canale cattivo). Si guadagna quota faticosamente sotto l'affilata guglia della Corna Torella, tra pinnacoli rocciosi e pareti strapiombanti, raggiunto il tratto più esposto, con un minimo d'attenzione, lo si supera con l'ausilio di alcune catene metalliche e gradini intagliati nella roccia. Arrivati al termine del canale si prosegue tra splendide conche prative e tratti boscosi, fino a raggiungere un grosso masso. Tralasciato a destra il sentiero per la baita Camì una costruzione metallica di colore verde, si continua a seguire il segnavia 102 e attraversata una bella faggeta si arriva al Rif. Baita Cancervo (o del Santì) 1697 m, dove alcuni biondi cavalli Avelignesi ci danno il benvenuto. Poco prima d'arrivare alla baita si abbandona il sentiero principale e salendo verso destra si raggiunge una baracca metallica, oltre la quale si prosegue a sinistra seguendo un marcato sentiero. Dopo aver attraversato alcune vallette e dossi, con un ultimo sforzo in pochi minuti si raggiunge la croce del Monte Cancervo 1835 m. Splendido il panorama verso il vicino Monte Venturosa e il più lontano Pizzo dei Tre Signori. Per il ritorno dalla cima si scende seguendo il sentiero sul lato opposto da dove si è saliti, dopo un breve tratto ripido si prosegue a mezza costa fino a raggiungere il Passo Grialeggio 1707 m. Dal passo, come indicato dalla palina segnavia, si segue il sentiero 136 (Foppelle), iniziando a perdere quota con una lunga serie di tornanti all'interno del bosco. Oltrepassata la Baita della Vecchia 1380 m il sentiero prosegue su un'ampia strada sterrata con tratti cementati fino a incrociare la strada asfaltata. Si segue la carrozzabile verso destra per circa mezz'ora fino a incrociare nuovamente il sentiero fatto alla mattina che in breve ci riporta alla bella chiesetta di Pianca.
Malati di Montagna: Elena, Pg, Danilo e l'Homo Selvadego


strane prospettive alla Corna Torella


quasi al termine della faticosa ma divertente salita...


il Cancervo è ancora lontano...


Monte Cancervo 1840 m



siam troppo belli...!!!




giovedì 8 ottobre 2015

Una violazione autorizzata delle regole del buon senso

Sai cos'è il Tor des Géants? E' forse la gara più massacrante di corsa in montagna che esista:
- 330 km tra i sentieri della Val d'Aosta (praticamente è l'alta via n. 1 e n. 2 messe insieme)
- 24,000 m di dislivello positivo
- il tutto fatto in poco più di 3 giorni (80 e passa ore, dormite incluse)
La gara edizione 2015 si è appena conclusa e volevo segnalarti questa interessante riflessione di uno dei concorrenti pubblicata sul sito di Repubblica.it


Tor des Géants: "La mia sfida oltre i limiti in mezzo ai giganti"
Ecco il racconto di chi ha sfidato maltempo, montagne, dislivelli massacranti nella corsa valdostana. Una violazione autorizzata delle regole del buon senso, con una unica certezza, siglata in una liberatoria: "Se ti succede qualcosa, sono affari tuoi"
di ALBERTO CUSTODERO

COURMAYEUR - Fino a quando non lo fai, non ti rendi conto di cosa sia il Tor des Geants. Per capirlo, bisogna ricordare quali sono le 3 regole fondamentale per andare correttamente in alta montagna. Primo, mai scalare un monte se non si è ben equipaggiati. Secondo, mai mettere il naso fuori di casa in condizioni di tempo avverse. Terzo, mai sfidare i propri limiti fisici, perché la stanchezza, in quota, può essere fatale. Ebbene, il Tor è esattamente la violazione autorizzata di queste basilari regole del buon senso. Vai equipaggiato all'osso, con il minimo indispensabile, in condizioni meteo assurde, al di là delle tue possibilità fisiche. Il rapporto tra atleta e organizzazione, poi, è ambiguo e perverso. E' come se la stradale ti dicesse: oggi guidi fregandotene del codice della strada, passi col rosso e vai ai 200 all'ora. Però se ti succede qualcosa, è affar tuo. Il Tor è così: parti alle 10 del mattino da Courmayeur, ti fai 49 chilometri, 4 mila metri di salita e altrettanti di discesa, piove, rischio neve, ghiaccio in quota, vento, meno dieci sotto zero. E se ti succede qualcosa sono cavoli tuoi. Ti fanno firmare una liberatoria che esonera l'organizzazione da ogni responsabilità. Due anni fa, un atleta arrivato dalla Cina, che forse mai aveva visto monti come le Alpi, in una notte di bufera, pioveva ghiaccio e il vento non ti faceva stare in piedi, è scivolato, è finito in un dirupo, ha picchiato la testa, è morto. E sono stati cavoli suoi, aveva firmato anche lui la liberatoria.

A questo punto, la domanda è: ma perché uno spende 700 euro per affrontare questi rischi? Per la risposta, ci vuole la psicologia, e forse non è un caso che sia stato uno psicologo a inventarlo. Io ho voluto provarci perché, come tutti, attratto dal fascino della trasgressione. Trasgredire, in fondo, è una tentazione irresistibile. La trasgressione delle regole della buona montagna, un'attrazione fatale. E poi, mi fidavo della serietà degli organizzatori, tra me e me, pensavo: "se mi fanno partire, significa che esiste un sistema di sicurezza". Mi sono accorto, strada facendo, che, a mio giudizio, non era così.

Piove. La partenza, come tutti gli start, è stata emozionante, quasi tutti seminascosti dai gusci (le giacche a vento leggere), dai poncho antipioggia, dai cappellini. Musica a palla, speaker, applausi, brividi su per la schiena dall'emozione, ali di folla che incita e applaude per tutta Courmayeur. All'uscita del paese, al primo sentiero in salita, un tappo di atleti. Ci si ferma qualche minuto, pian piano la coda scorre e la vera gara comincia, un passo dietro l'altro, le racchette a spingere con le braccia per aiutare la trazione del corpo in su. Se fino ad allora eri un animale vissuto in cattività, da quel momento in poi ti trasformi in una sorta di capra di montagna. Il bello del Tor è che incontri matti come te. E capita di conoscere persone che non ti saresti mai aspettato, come Paolo.... Sua madre era stata una collega di mio padre alla fine degli anni Cinquanta. Durante la salita la mamma telefona, Paolo me la passa e mi dice: "Ciao Alberto, ti ho visto nascere". Con Paolo facciamo squadra, abbiamo un buon passo, 5 chilometri all'ora. Buon tempo. Si scollina la prima vetta, Col Arp, 2571 metri. In discesa incrocio Augusto Rollandin, il governatore della Vallée. "Forza Gusto", gli gridano in dialetto i tifosi. "Ecco l'imperatore", borbottano altri valligiani che mal sopportano la sua longevità politica. Con i suoi 64 anni, si butta in discesa di corsa a una velocità impressionante, io non gli sto dietro, preferisco camminare per non scardinare le giunture delle ginocchia. Panorama scarso, smette di piovere, ma restano le nuvole basse, effetto nebbia. Si percorre una discesa interminabile, al decimo km s'incappa nel primo ristoro. Ma la posizione è infelice, risulta esposto a un vento gelido, fa freddo fermarsi troppo. Il tempo di uno spuntino (biscotti, cioccolato, bibite, tè), e del ricarico borraccia, e via. Si arriva camminando per un sentiero mezzacosta a La Thuile, 1458 metri, dove incontro l'assistent personale, mio figlio Tommaso che mi segue in camper. Sotto questo tendone, il primo ritiro "illustre": Pier Alberto Carrara, olimpionico di fondo biathlon, che aveva deciso di festeggiare i 25 anni di matrimonio correndo il Tor con la consorte, si ferma. Lo incoraggio e lo saluto. Venti minuti per cambiare la maglietta sudata, buttar giù una pastina in brodo, e ripartire. A questo punto uno squarcio tra le nuvole fa affacciare il sole. Ma dura poco, si ricopre subito. E si sale verso il rifugio Deffeyes su per un sentiero appena attrezzato dal comune. Lo spettacolo è mozzafiato. Una cascata imponente, con una portata d'acqua violentissima, scende giù a picco per centinaia di metri. La salita è quasi in verticale, è come se salissi una scala a tre gradini alla volta, un crampo mi sorprende il quadricipite sinistro, ma fingo di non ascoltarlo. I compagni di viaggio sono di tutto il mondo, c'è una brasiliana in Italia per amore: "Mio marito  -  scherza con accento portoghese  -  però non è italiano, è livornese". Un atleta, occhi a mandorla, allunga il passo, e sorpassa: "Vengo dalla Cina", dice. E tira dritto. "Io vivo sul lago Maggiore, le mie tre figlie, quando mi hanno visto partire, sono scoppiate in lacrime, 'Papà torna', mi hanno detto".

All'improvviso, una sorpresa: il sentiero prosegue lungo una passerella sospesa nel vuoto che taglia la cascata nel punto più impetuoso dove si forma una gigantesca nuvola di aerosol di acqua di montagna. Stupendo. Proseguendo, un reperto bellico arrugginito sta lì a ricordare che quelli che calpestiamo noi matti del Tor erano sentieri partigiani. I partigiani erano talmente temuti e forti, da quelle parti, che l'aviazione tedesca era arrivata con gli aerei a bombardare il rifugio Santa Margherita dove si nascondevano i "ribelli". Ora i comuni del fondovalle vogliono costruire su quei pendii un museo della Resistenza. Pensare che i partigiani salivano lassù mal vestiti, in pieno inverno, inseguiti dagli alpin jagger austriaci, mi infonde una insolita energia: "Se ce la facevano loro in tempi di guerra, ce la devo fare anche io che sono qui in vacanza per divertirmi". Arrivo fresco e in forma al rifugio Deffeyes, 2500 metri, mi cambio di nuovo, mi rifocillo con polenta, fontina, brodo caldo. E soliti pezzi di cioccolato. Coca cola, caffè e riparto. Mi aspetta la scalata del Passo Alto, 2857 metri. Nuvole nere avvolgono e nascondono la vetta, non fanno presagire nulla di buono. Le tre regole della montagna mi imporrebbero l'alt. Ma al Tor prevale la trasgressione autorizzata e regolamentata. Quindi, nonostante di lì a poco diventerà buio, riparto. Il ritmo, però, insperatamente, cala. L'altitudine, per chi come me vive a Roma, sul livello del mare, comincia a farsi sentire. Il ritmo, da 5 chilometri all'ora, scende inesorabile a 4, poi a 3, poi a 2. Poi....

Già da tempo ci siamo lasciati alle spalle la vegetazione, si cammina prima su un prato bagnato e fangoso. Poi solo su uno spettacolo lunare. Rocce, sassi, pietre. Il tutto nell'ambiente vaporoso di una nebbia umida e fredda. Lo sforzo si fa sentire, le gambe soffrono, il fiatone aumenta, l'abbigliamento intimo si inzuppa di sudore. Salgo in affanno. Il sentiero si inerpica snodandosi lungo il costone grigio e tormentato della montagna. Arrivato in cima, inizia la discesa. Ma è anche l'inizio della fine. Partito alle dieci del mattino, alle 20 mi ritrovo quasi a tremila metri di quota, a 15 chilometri ancora dalla base vita di Valgrisenche, 1662 metri (48,6 km in totale dalla partenza) che potrei raggiungere a quell'andatura solo alle due di notte. Se mai arrivassi alla base vita, avrei poi solo tre ore di tempo pe riposarmi, e sarei costretto a ripartire alle 5 per affrontare altri 51 chilometri, altri 4 mila metri di salita. E così via per un totale di 330 km, 24 mila metri si salita e altrettanti di discesa. Comincia a diluviare, comincio a scoraggiarmi. Mi fermo, è buio pesto, non c'è traccia di personale dell'organizzazione. Penso, ma se mi succedesse un infortunio proprio adesso, quassù, chi mi aiuterebbe? Manco c'è la linea per telefonare. E qui i soccorsi non ci sono. Prima che arrivino, rischio la pelle per ipotermia. Solo a quel punto, capisco al volo il significato di quella frase, un po' nascosta, contenuta nella liberatoria che mi hanno fatto firmare prima di partire: "Esonero gli organizzatori da ogni responsabilità per infortuni personali e/o morte". Capito: se mi succede qualcosa, sono cavoli miei. Del resto, non mi ha obbligato nessuno a fare il Tor. Tiro giù dalle spalle lo zainetto. Estraggo la lampadina da fissare sulla fronte. E riparto. Malfermo sui piedi che poggiano sui lastroni lucidi e scivolosi come il ghiaccio per la pioggia. Le racchette che si infilano tra una roccia e l'altra e ogni volta è una lotta per disincastrarle. Il filo di luce della frontale che penetra la nebbia e illumina di una luce fioca il tracciato. Scendo. Solo, esausto, piede in fallo, scivolo e casco a terra in avanti. Miracolosamente illeso, mi rialzo, compaiono dall'ombra due atleti fasciati nei loro poncho. Sembravano due fantasmi, in realtà sono due angeli che  capiscono la mia difficoltà. Si posizionano uno davanti e l'altro dietro e così scortato, al buio, proseguo. Come se non bastasse, si alza un vento forte gelido, la temperatura scende a meno 10. Inizio a tremare dal freddo così forte che sembro attaccato alla 220. Mi torna alla mente quell'altra frase contenuta sempre in quella famosa liberatoria: "Sono cosciente che la gara si sviluppa in montagna in condizioni climatiche difficili, notte, freddo, vento, pioggia, neve". Già. Crepo di freddo? Ne ero cosciente. E sono i soliti cavoli miei. La forza della disperazione mi trascina verso il basso per un paio d'ore, quando all'improvviso, uscendo da un bosco, vengo abbagliato dal fascio di luce di un tendone di ristoro. "Salvo", penso tra me e me. Mi avvicino a uno con la pettorina staff, e gli chiedo, timido: "Vorrei ritirarmi, come posso fare?". "Entri in quella stanzetta", mi risponde. Apro la porta, e dentro c'era un atleta disteso su una branda con una coperta di lana beige sulla testa. "Scusi  -  chiedo  -  ma è morto?". "No, sta male", mi spiegano. Un altro, super maratoneta con un palmares di corse endurance da campione, vomita zampillando come una fontana. "Scusate  -  dice  -  il freddo mi ha congelato lo stomaco". E' la stanzetta degli "sfigati", quelli che non ce la fanno, che non hanno il fisico, che si ritirano. Eravamo in tanti, a frotte. Dopo una mezzoretta di tremolante attesa, finalmente si riapre la porta di quel lazzaretto, e uno dello staff ci avvisa: "Fuori tutti, dobbiamo fare un'ora di discesa a piedi, e poi una navetta vi porta a Courmayeur". Ecco, questo è stato il mio Tor des Geants. In fondo, per un po', mi sono sentito un gigante anch'io.

lunedì 5 ottobre 2015

Friuli Venezia Giulia - 2^ parte


Se avete amato il primo video del Friuli Venezia Giulia ripreso dal drone, preparatevi ad emozionarvi di nuovo con la 2^ parte che vi porterà alla scoperta dei luoghi più suggestivi della regione da un punto di vista decisamente insolito!
Allacciate le cinture e buon viaggio!

Alpe Devero e Crampiolo

domenica 4 ottobre 2015

Nel remoto e poco conosciuto vallone di Noaschetta

"Il cammino riporta lo sguardo alla giusta dimensione, insegna a governare il tempo"
Bernard Olliver



Escursione ad anello nel Parco Nazionale del Gran Paradiso in un vallone solitario e poco frequentato, risalendo sentieri che solo la gente di montagna sapeva costruire e mulattiere di caccia del re ancora ben conservate.


Da Milano si segue l'autostrada A4 direzione Torino, per poi proseguire sull'A5 fino all'uscita di Ivrea. Alla rotonda tralasciata la strada a destra per Ivrea, si prosegue verso Cuorgnè/Castellamonte.
Arrivati a Cuorgnè si risale la Valle dell’Orco fino a raggiungere la piazza di Noasca 1058 m, si può lasciare l'auto nel parcheggio gratuito sulla sinistra, raggiungibile attraversando il ponte sul torrente Orco.
Dalla piazza si attraversa la strada e seguendo le indicazioni sul cartello segnavia "Sentiero Ada e Renato Minetti" (548 B), si raggiunge la chiesa dedicata a Santa Maria Assunta. Aggirata la chiesa sulla sinistra, si inizia a salire arrivando dopo pochi minuti al bivio con il sentiero della "Cascata", vale assolutamente la pena fare una breve deviazione per ammirare la cascata, da un punto di vista molto suggestivo. Ripreso il sentiero si inizia a salire ripidamente il versante boschivo con stretti tornanti, giunti a un bivio si tralascia l'indicazione per la palestra di roccia denominata "Torre Jaimonin" e si prosegue verso sinistra dirigendosi verso la bastionata rocciosa. Questo tratto è sicuramente la parte più faticosa dell'interno anello, bisogna risalire una ripida scalinata in pietra, facendo attenzione a non scivolare sulle rocce bagnate, al termine della quale si esce nel vallone di Noaschetta.
Il sentiero ora diventa meno impegnativo e, con una diagonale in un bel bosco di castagni e faggi, si raggiungono le baite in località Case Sengie 1290 m. Lasciato a sinistra il sentiero che scende a Sassa si continua a salire in maniera costante, subito dopo aver lasciato sulla destra la deviazione per Rocci, sul lato opposto del vallone si può osservare l'isolato borgo di Sassa. Arrivati nei pressi di un torrente, risaliamo una gradinata rocciosa attrezzata con una corda metallica fissa che aiuta nel caso il fondo sia ghiacciato. Si prosegue in un bel bosco di betulle, accompagnati dal fragore del torrente Noaschetta che scorre impetuoso in un profonda gola rocciosa, formando suggestive cascatelle. Arrivati in una radura si incontra la baita dell'alpe Scaler 1429 m (fontana), si continua a salire gradatamente, fino a uscire sul Pian Sengio da dove si possono ammirare i pascoli sovrastati sulla sinistra dal Monte Castello. Seguendo i segnavia si guadano alcuni piccoli torrentelli e dopo una breve salita, in piano si raggiunge l'alpe Lavassai. In breve attraversato il torrente e oltrepassata la condotta forzata si arriva al rifugio Noaschetta 1520 m. È sconsigliabile effettuare questo sentiero durante il periodo invernale per la presenza di ghiaccio o dopo piogge abbondanti.
Per il ritorno dal rifugio si segue il sentiero indicato dalla palina segnavia 548, dopo un breve tratto in salita si piega a destra verso l'evidente palina segnavia. Tralasciata momentaneamente la mulattiera a sinistra si prosegue a mezza costa in falsopiano verso la testata del vallone, passando a monte del rifugio, per poi iniziare a scendere leggermente arrivando alle baite dell'alpe Bettasse 1589 m, bella la visuale sulla testata del vallone, possibilità d'incontrare camosci e marmotte. Ritornati sui propri passi si prosegue sulla mulattiera reale a mezza costa in leggera salita e aggirato un panoramico sperone si arriva in breve a un bivio. Lasciato a destra il sentiero per il Gran Piano Casa Reale di Caccia, si inizia a scendere con lunghi tornanti fino a raggiungere Sassa 1353 m, dove si consiglia una breve pausa passeggiando tra i stretti vicoli del paese. Ritornati sulla mulattiera la si percorre fino a incrociare la strada asfalta, da qui in pochi minuti scendendo i ripidi tornanti si fa ritorno a Noasca. 
Malati di Montagna: Giuseppe, Patrizia, Lorenzo, Pg, Danilo e l'Homo Selvadego

le parole a volte non servono...le immagini parlano da sole...


sotto alla suggestiva cascata di Noasca


pronti ad accendere il camino?


Il rifugio Noaschetta (1540 m) della sezione CAI di Rivarolo è dislocato all'inizio del vallone omonimo, dopo il bastione roccioso che sovrasta la frazione Sassa. La struttura è circondata da un bosco di larici ed è lambita dal torrente Noaschetta. Il rifugio è stato ricavato utilizzando una parte della costruzione ad un piano, in muratura, di proprietà dell’A.E.M. 
Il rifugio non è custodito, per il ritiro delle chiavi rivolgersi a: Trattoria Caccia Reale, Via Roma, 14 - 10080 Noasca (TO) - Tel. 349 23 18 586 e 340 25 26 735 (trattoria chiusa al giovedì)


Ada e Renato Minetti
Renato Minetti (1903–1976), nato a Torino in una famiglia originaria di Torre Pellice (e in parte genovese), giunse a Rivarolo per motivi di lavoro legati al Cotonificio Valle Susa. Appassionato sportivo, fu un dirigente dell’Unione Sportiva Rivarolese durante gli anni ‘40 e ‘50 (quando la squadra calcistica cittadina arrivò a militare in serie C). Già socio fondatore della Sottosezione Canavesana del Club Alpino Italiano (alle dipendenze della Sezione di Torino) nel 1943 e Reggente della stessa dal 1949 al 1963, fu un entusiasta fautore della costituzione della nuova Sezione di Rivarolo Canavese (nata nel 1964), che continuò a presiedere. Dopo il suo ritiro nel 1971, il Consiglio Direttivo della Sezione lo elesse Presidente Onorario. 
La moglie Ada Naferville Minetti (1922–2013), trasferitasi giovanissima a Rivarolo dalla nativa Valle di Susa, fu per anni un punto di riferimento per molti giovani studenti nel suo ruolo di segretaria presso l’ITIS Lagrange di Rivarolo.Sostenne sempre l’impegno del marito nell’ambito del
Club Alpino e, anche dopo la sua scomparsa, non fece mai mancare il suo appoggio alla sezione, mantenendosi sempre attenta ed informata su tutti gli eventi. Nel 2008, in occasione dell’inaugurazione dell’ampliamento della sede sociale, partecipò alla cerimonia in qualità di madrina. 
Nella ricorrenza del 50° anniversario di fondazione (1964-2014), la Sezione CAI di Rivarolo ha intitolato ai coniugi Minetti un sentiero ricavato tra le vie di accesso al Rifugio di Noaschetta.



domenica 27 settembre 2015

Passo del Gries, Passo del Corno e Passo San Giacomo, un tris perfetto...

Quattro laghi, tre passi, due rifugi, una combinazione da cui non può che nascere un escursione straordinaria, se poi aggiungiamo cinque amici con la medesima passione per le terre alte, la giornata diventa indimenticabile.

Da Milano si segue dapprima l'autostrada A8 e in seguito l'A26 verso Gravellona Toce, per poi continuare sulla SS33 del Sempione fino a raggiungere l’uscita di Crodo (Valle Antigorio/Valle Formazza). Da qui continuando sulla SS659 oltrepassati i paesi di Crodo e Baceno si prosegue a destra seguendo le indicazioni per Premia/Formazza. Oltrepassata la centrale idroelettrica di Ponte, dopo qualche minuto si raggiunge la casa Vacanze del Centro Salesiano di Arese, alla base della splendida cascata del Toce. Da qui la strada inizia a salire con alcuni tornanti fino a raggiungere il Bar/Ristorante Cascata e attraversato il fiume Toce in breve si raggiunge il parcheggio gratuito davanti all'albergo Aalts Dorf.
Seguendo per un breve tratto la strada asfaltata si arriva a Riale 1734 m, si attraversa il borgo con le sue caratteristiche case walser e ritornati sulla strada asfalta la si segue per alcuni minuti arrivando sotto al muraglione della diga di Morasco (eventualmente si può anche parcheggiare qui, ma poi bisogna tenere in considerazione il ritorno). Dalla palina segnavia tralasciando a sinistra le indicazioni per il Passo di Nefelgiu (G95), si continua verso il Passo del Gries (G00) seguendo per un breve tratto la strada asfaltata, per poi abbandonarla seguendo il sentiero a destra che intersecando in alcuni punti la strada raggiunge il lago di Morasco 1828 m. Su strada sterrata si costeggia il lago fino al bivio dove la strada si biforca, si prosegue verso destra seguendo le indicazioni per l'alpe Bettelmatt (G00). Al primo tornante, si può scegliere se proseguire seguendo la strada, oppure iniziare a seguire il ripido sentiero sulla sinistra, riprendendo la sterrata più a monte nei pressi di una splendida cascata. Continuando a seguire la sterrata dopo un tratto in leggera salita si inizia a scendere verso la Conca del Bettelmatt e in breve si arriva a poca distanza alle baite che compongono l'omonimo alpeggio 2098 m. Questa è una delle zone di produzione del rinomato formaggio "Bettelmatt", qui la vegetazione è ricca di un'erba, la mattolina, che conferisce al Bettelmatt il colore giallino che lo caratterizza. L’origine del Bettelmatt risale al XIII secolo, quando la popolazione Walser scese dal nord a colonizzare la fascia subalpina, il formaggio veniva usato per pagare i canoni d’affitto, le tasse e per fare beneficenza (“Bettel” nella lingua Walser significa questua, beneficenza, mentre “matt” significa pascolo).
Arrivati alla palina segnavia a poca distanza dalle baite dell'alpe Bettelmat 2098 m, si tralascia a sinistra il sentiero per il rifugio Città di Busto e si prosegue in falsopiano tra i fischi delle marmotte incuriosite dal nostro passaggio verso la testa del vallone. Attraversato il torrente si inizia a salire sul ripido sentiero lungo l'esposto pendio, dopo una lunga diagonale verso sinistra si raggiunge lo storico Passo del Gries 2479 m. Nei pressi sorge una piccola cappelletta con funzioni di bivacco, in ricordo della tragedia del 29 dicembre 1953 dove tre giovani perirono durante una tormenta. Prima dell'apertura del traforo ferroviario del San Gottardo nel 1882, il passo era talmente frequentato dalle carovane che il solco scavato dal frequente passaggio era così profondo che il carico dei muli toccava l'erba.
Ci fermiamo qualche istante ammirando il panorama sul Griesse o Lago Gries 2386 m, un bacino artificiale costruito in territorio elvetico per la produzione di energia elettrica e volgendo poi lo sguardoi a sinistra si può ammirare la piramide del Battelmatthorn o Punta Camosci 3043 m, mentre alla testata del Griesgletscher il Blinnehorn o Corno Cieco 3374 m. Seguendo il sentiero a destra con una breve salita si entra in territorio elvetico e raggiunta la palina segnavia si prosegue con una lunga diagonale in falsopiano verso Cornopass/Cap. Corno Gries. Tralasciando il sentiero a sinistra che scende verso il lago del Gries si arriva al Passo del Corno. Da qui si prosegue in leggera salita sulla sinistra idrografica della valle omonima, costeggiando dall'alto gli splendidi laghi del Corno. Raggiunta la palina segnavia si inizia a scendere verso la Cap. Corno Gries/Alpe di Cruina, la neve fresca caduta nei giorni precedenti rende l'ambiente circostante molto suggestivo. Raggiunto il rifugio a 2338 m, dopo una doverosa pausa, si riprende a scendere per un breve tratto seguendo le indicazioni sulla palina segnavia per l'Alpe San Giacomo/Passo San Giacomo.
Al termine della discesa si prosegue con un lungo tratto a mezza costa in falsopiano, per poi riprendere a salire, il sentiero in alcuni punti è esposto, ma niente di preoccupante se non ci fosse la neve!
Giunti alla palina segnavia tralasciamo le indicazioni per la vicina Alpe San Giacomo e continuiamo a salire fino a raggiungere il Passo San Giacomo 2313 m. Rientrati in territorio italiano dopo aver oltrepassata l'ex casermetta della finanza si prosegue in piano seguendo la lunga strada sterrata fino a raggiungere la diga del Lago del Toggia 2191 m e in breve il vicino rifugio Maria Luisa 2157 m. Per il rientro al parcheggio dove si è lasciata l'auto, si può scendere seguendo la lunga strada sterrata, oppure l'ampio sentiero gradinato che incrocia in più punti la strada, si consiglia di seguirlo se si vuole risparmiare del tempo e la noiosa strada sterrata.
Avevo già percorso questo "anello" alcuni anni fa, allora salii al passo San Giacomo per poi raggiungere il passo Gries: ritengo sia preferibile il percorso inverso come quello descritto. In questa stagione è una garanzia per assicurarsi panorami davvero unici, la fortuna poi di aver trovato una spruzzata di neve è stata la classica ciliegina sulla torta. 
Malati di Montagna; Franco, Silvio, Pg, Danilo e l'Homo Selvadego

giornata nuvolosa? ma chi l'ha detto...!!!




grandeeeee omino...!!!


Capanna Corno Gries


quattro amici per terre alte...


dall'alpe San Giacomo


una piramide spunta dalle nuvole...!!!




domenica 20 settembre 2015

Alla Cima del Tiglio...beautiful day...!!!

La Cima del Tiglio con i suoi 2546 m divide la parte alta della Val Sermenza dalla Val d'Egua. L'escursione si svolge fino al Colle del Terno percorrendo un tratto valsesiano della GTA, magnifica la vista sul massiccio del Rosa...da rimanere a bocca aperta...

Provenendo da Milano si percorre l'autostrada A8 e A26 fino all'uscita di Romagnano Sesia, per poi proseguire sulla SS299 della Valsesia fino all'abitato di Balmuccia, alla confluenza del Rio Sermenza col il Sesia. Da qui si svolta a destra, risalendo la Val Sermenza fino al caratteristico abitato di Rimasco, adagiato sulle sponde di un piccolo lago artificiale. Dal paese si prosegue a sinistra, lasciando a destra Carcoforo e la Val d'Egua. Oltrepassato l'abitato di San Giuseppe, dopo alcuni tornanti si arriva a Rima 1411 m. L'auto la si può lasciare nei comodi parcheggi poco prima dell'abitato.
La comunità Walser di Rima S. Giuseppe Ind Rimmu fu fondata intorno al 1300 , il paese è il più alto della Valsesia ed è situato all'interno del Parco Naturale Alta Valsesia, camminando nelle piccole vie silenziose del paese si possono ammirare le splendide case walser perfettamente conservate.
Dalla graziosa piazzetta, con al centro una grande fontana, si prosegue a destra in leggera salita, seguendo l'ampia via selciata a lato della chiesa. Arrivati i prossimità di una curva a sinistra, si abbandona la via selciata e si imbocca dopo pochi metri la mulattiera contrassegnata con il segnavia 293, all'inizio della quale un vistoso pannello ci informa che siamo all'interno del Parco Naturale Alta Valsesia, questo tratto di sentiero fa parte anche della Grande Traversata delle Alpi (GTA). Dopo pochi minuti arrivati a un bivio si piega a sinistra, ignorando il percorso più evidente che termina a una vicina casa. Guadato un piccolo torrente con alcuni tornanti si inizia a salire a lato del medesimo e attraversato un alto rio si prosegue con un lungo traverso entrando in un fitto bosco di conifere. Oltrepassata una baita addossata a un enorme roccia si prosegue piacevolmente fino a uscire all'alpe Chiaffera 1706 m. Lasciate sulla destra le baite si riprende a salire nella fitta abetaia, dove i raggi del sole riescono a penetrarla solamente in alcuni tratti dove la vegetazione è più rada. Usciti definitivamente dal bosco si continua, a destra, su un lungo traverso superando un canalone. Aggirata una dorsale si inizia a risalire i ripidi pendii erbosi sottostanti il Colle del Termo e la Cima Lampone. Si guadagna quota velocemente con una serie interminabile di tornanti, nei tratti più ripidi alcuni scalini in legno aiutano la progressione e nei punti in cui il sentiero potrebbe franare sono stati posizionati dei tronchi. Lasciata la Cima Lampone sulla destra, con un ultimo traverso arriviamo al Colle del Terno 2351 m, affacciato sul lato opposto verso il vallone che scende a Carcoforo in Val d'Egua. Per raggiungere la cima si segue per un breve tratto un sentiero che risale la cresta, per poi piegare a sinistra aggirando un'anticima. Oltre la quale seguendo la via migliore si raggiunge la Cima del Tiglio sormontata da una croce in legno con una bella statua bronzea del Cristo 2546 m, in alternativa si prosegue in cresta cercando la traccia migliore, fino a raggiungere l'anticima sormontata da un ometto di pietra, da qui brevemente si arriva in cima. Per il ritorno si effettua il medesimo percorso dell'andata.
Malati di Montagna: Ulisse, Silvio, Danilo e l'Homo Selvadego

una foto può riassumere un'intera giornata? io direi di SI...





Cima Lampone


il bello della montagna è anche incontrare nuovi amici


un libro di vetta cosi bello merita una foto


Silvio e Ulisse




sabato 12 settembre 2015

Quatar pass al monte Suchello

Il Monte Suchello con i suoi 1541 m offre un bel panorama sulla Val Serina, la Val Seriana e sul maestoso versante sud del Monte Alben, nuvole permettendo...!!! L'anello percorso si svolge sempre su sentieri evidenti e ben segnati, all'interno di bellissimi boschi, dove il silenzio è rotto solo dai suoni della natura...
Il Gruppo Amici della Montagna di Costa Serina, organizza tutti gli anni, nei periodi estivi, la festa della Montagna al Monte Suchello con la S.Messa e il rancio alpino.

Dall'autostrada A4 si esce a Dalmine e si prosegue seguendo le indicazioni per Valle Brembana. Oltrepassato il paese di Zogno si svolta a destra verso la Val Serina, che si risale fino alla località di Algua. Alla fine del paese si stacca una strada sulla destra, che in circa 5 km raggiunge il paese di Costa Serina, lo si attraversa fino ad arrivare al Santuario della Madonna della Neve, la macchina la si lascia nel piccolo parcheggio adiacente 850 m.
Si imbocca sul lato opposto della strada il sentiero 519a indicato da una palina segnavia. Dopo un primo tratto in cui si sale all'interno di un bel bosco, usciti si continua a destra a lato di un muretto a secco. Oltrepassata una casa si prosegue per un breve tratto su una strada sterrata in leggera salita, per poi abbandonarla svoltando a sinistra verso la stalla di “Aral”. Seguendo i segni di vernice bianco/rossi si riprende il sentiero e costeggiata una pozza d'acqua si arriva a un bivio, tralasciato a destra il sentiero per la baita Al di Mafé, si continua a salire all'interno di una bella faggeta lungo l’antico sentiero dei carbonai. Usciti in una piccola radura si raggiunge la Baitèl dè Güstì, oltre la quale oltrepassata una pozza d'acqua si riprende a salire all'interno del bosco. Il sentiero guadagna quota in maniera costante, fino ad arrivare al Passo Tenda, dove constatiamo i lavori per la costruzione del nuovo bivacco. Dalla palina segnavia tralasciamo momentaneamente il sentiero a sinistra e in breve arriviamo all'enorme croce del Monte Succhello 1541 m, eretta nel 1988 dal Gruppo Amici della montagna di Costa Serina (libro di vetta).
Ritornati al bivio iniziamo a scendere verso destra seguendo il sentiero 519b verso Baita Sedernel/Monte Alben. Oltrepassati alcuni capanni di caccia, arriviamo al Passo di Barbata 1322 m, splendido il colpo d'occhio verso il monte Alben. Svoltiamo a sinistra seguendo le indicazioni per la Val del Ferro 519b, tralasciando il sentiero che prosegue diritto verso la cima dell'Alben e il 525 che scende verso destra. Dopo un lungo tratto nel bosco raggiunto un bivio, tralasciamo il sentiero a destra per la Tagliata/Cornalba/Sentiero Brusada e proseguiamo diritti seguendo sempre le indicazioni per la Val del Ferro. Raggiunta la strada asfalta non ci rimane che seguirla per pochi minuti verso sinistra arrivando nuovamente al parcheggio dove avevamo lasciato l'auto e chiudendo questo bellissimo anello, da ripetere sicuramente in una giornata con cielo più terso.
Malati di Montagna: Danilo e l'Homo Selvadego

Monte Suchello 1541 m


luci e colori nel bosco



formazioni rocciose



Alben


uno scorcio sui bucolici paesi...




domenica 6 settembre 2015

Al rifugio S. Ferioli dagli amici Giorgio e Claudio

Trova il tempo

Trova il tempo di pensare
Trova il tempo di pregare
Trova il tempo di ridere
È la fonte del potere
È il più grande potere sulla Terra
È la musica dell'anima.

Trova il tempo per giocare
Trova il tempo per amare ed essere amato
Trova il tempo di dare
È il segreto dell'eterna giovinezza
È il privilegio dato da Dio
La giornata è troppo corta per essere egoisti.

Trova il tempo di leggere
Trova il tempo di essere amico
Trova il tempo di lavorare
E' la fonte della saggezza
E' la strada della felicità
E' il prezzo del successo.

Trova il tempo di fare la carità
E' la chiave del Paradiso. 

(Iscrizione trovata sul muro della Casa dei Bambini di Calcutta)

Malati di Montagna: Luisa, Silvio, Deborah, Danilo e l'Homo Selvadego

dal Belvedere
Per raggiungere il belvedere seguire le indicazioni in prossimità del rifugio,
eventualmente chiedere ai gestori




la montagna non è solamente salire in cima
ma è soprattutto AMICIZIA...!!!


gli amici della


alpe Vorco 2078 m


una foto di Rima San Giuseppe non poteva mancare!


da Rima San Giuseppe al Belvedere sopra al rifugio S. Ferioli