Il mio zaino non è solo carico di materiali e di viveri: dentro ci sono la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi, il mio carattere, la mia solitudine. In montagna non porto il meglio di me stesso: porto me stesso, nel bene e nel male.
Renato Casarotto

Le montagne sono di tutti, ma non sono per tutti: sono per chi le ama e le rispetta, per chi vuole viverle e conoscerle, per chi non prevarica con il proprio io la loro esistenza e armonia.
Mario Rigoni Stern

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martedì 18 settembre 2018

Lenspitze, Parete nord - Giugno 2018

Quando mi si presentò la parete Nord della Lenzpitze rimasi così impressionato dalla visione di questo specchio di ghiaccio che mi chiesi se avesse un senso salire questo mostro. Mi posi questa domanda dalla sommità della montagna posta proprio davanti, l'Urlichshorn, durante una delle mie prime facili esperienze sci alpinistiche su ghiacciaio. Ai tempi ero un ragazzotto che ancora non aveva ancora le idee chiare su cosa fosse l'Alpinismo e soprattutto quale fosse la definizione di Alpinismo più consona al mio essere.

Lenspitze, Parete Nord.
L'inquietudine di questa visione ha sopito per anni il desiderio di salire questa parete; non lasciai neanche un segnalibro in corrispondenza di questa ascensione nel grande libro dei 4000 che custodisco tutt'oggi sul comodino. Poi (anno dopo anno, stagione dopo stagione, esperienza dopo esperienza) questa fotografia è riemersa dai cassetti nascosti della memoria e, riguardandola,  mi son sentito sereno e preparato per affrontare questa salita senza paure e con il dovuto rispetto per una montagna dall'aspetto sinistro. I tempi erano diventati maturi.

La sommità della Lenspitze.
La stagione è buona, le condizioni sono ottime, il rifugio ha appena aperto e qualche temerario ha già sceso quella parete nord con gli sci (!).   Organizziamo il week end in un lampo, siamo io e Guido che da anni sogna questa salita e che con piacere ritrovo in ottima forma. Come da tradizione rinunciamo alla cena in rifugio preferendo un convivio più intimo tra altri scalatori squattrinati e  ci accomodiamo nel bivacco per dormire qualche oretta prima della sveglia. Che emozione!

in parete
Quella notte tutto fila liscio: l'attacco è evidente, c'è una traccia ben marcata da seguire, la crepacciata terminale che tanto ho temuto si passa senza problemi su neve portante.  La parete - come da previsioni - si presta per essere ben scalinata e la progressione è facilitata dall'abbondanza di neve depositata nel generoso inverno che ha già lasciato ormai il posto alla primavera. Tutti i dubbi relativi alla salita e ai relativi timori che avevo si dissolvono man mano che saliamo e man mano che la luminosità aumenta al sorgere dell'alba. 


Guadagniamo la vetta ben presto rispetto alle aspettative. L'alba è meravigliosa e i primi raggi di sole, ambasciatori del nuovo giorno, scaldano le facce congelate e illuminano la cresta rocciosa che dobbiamo ancora percorrere per scendere da qui. Vedo, piccolo piccolo, l'Urlichshorn; vicinissimo in linea d'aria ma sul quale mi proietto come scalatore giovane ed inesperto che ha ormai raggiunto un importante traguardo su questa cima prima temuta, poi desiderata. L'entusiasmo del risultato ci riempie di gioia e di orgoglio. Mi sento rinato e pieno di energia. Un pensiero alla mia famiglia è d'obbligo.

Ah! se solo avessimo saputo quanto amara era la lezione di umiltà che ci stava attendendo!

La parete nord appena salita.

Lungo la cresta rocciosa che ci riporterà al rifugio raggiungiamo una guida alpina con cliente. Sono assicurati per bene alla parete e la guida armeggia con un telefonino. Due scalatori impegnati sulla cresta e ben più avanti di noi sono rovinosamente precipitati dalla parete nord. Il soccorso alpino è già stato attivato. L'immagine è agghiacciante: più di 400 metri di caduta e una scia di rossa che vediamo nitidamente. Terribile. Non ci sono parole. Guardo Guido con calma e precisione, mettiamo via le macchine fotografiche e proseguiamo per nulla rassicurati dalle parole dei soccorritori che stanno per arrivare. Mentre proseguiamo stringo ogni presa con forza fin troppo esagerata; piazzo protezioni anche dove l'arrampicata è facile; dedico ogni attenzione ad ogni particolare per valutare il percorso ed evitare errori o tratti roccia marcia e qualche ora dopo siamo finalmente fuori dalle difficoltà.

Al rifugio veniamo a sapere che i due scalatori deceduti erano una guida con il cliente. La corda che li legava ha trascinato nella caduta chi dei due non era scivolato. Questa parete, già oggi che la stagione è alle porte, è già costata la vita a quattro persone: due sciatori inghiottiti dalla crepacciata terminale e due ghiacciatori già fuori dalla parete Nord. 

Un pesantissimo tributo ad una montagna spietata che è tornata a farmi paura. Ancor oggi, a distanza di anni da quella salita sull'l'Urlichshorn, non smetto mai di interrogarmi con le stesse domande che mi ponevo tanti anni fa.

Un pensiero alle vittime e alle loro famiglie.

lunedì 27 agosto 2018

Monte Destrera, Via Locatelli

Val Soana, amore mio, ogni volta che ti avvicino non manchi mai di ricordarmi chi in Natura comanda; così nonostante le previsioni meteo più che ottimistiche e più di un'ora chiusi in macchina ad aspettare che spiovesse ci incamminiamo verso la Bocchetta di Valsoera sotto l'acqua.

Partenza presso la diga di Teleccio, Vallone di Piantonetto.
Il rifugio Pontese e il lago di Teleccio visti dalla Bocchetta di Valsoera
Come mai nessuno mai parla o scrive di questi luoghi? Rarissimi sono i resoconti oltre questa Bocchetta misteriosa ... non siamo forse lungo il Gran Tour delle Alpi?

Lago di Valsoera, dalla Bocchetta di Valsoera.
Quando apriamo la porta del rifugio incustodito Pocchiola Meneghello veniamo subito investiti da un odore acre di muffa accumulatosi durante l'inverno; nel diario le registrazioni più recenti risalgono a due primavere addietro. L'isolamento è assoluto. Sarà così anche sulla parete del Destrera che scaleremo l'indomani?

Resti della funicolare di servizio della diga del Lago di Valsoera.
 Quaggiù la montagna chiede solo di essere dimenticata. La costruzione della diga di Valsoera fu qualcosa di così invasivo che ancor'oggi il paesaggio soffre dei segni di una bonifica che di certo non nasconde il passaggio di un'economia volta a sfruttare il bacino idroelettrico per alimentare l'Italia energivora negli anni del boom economico. Ovunque lamiere, resti di cemento scomposti, fondamenti di costruzioni ormai distrutte, ... nulla è sopravvissuto di quegli anni d'oro ed oggi rimangono solo le lacrime del passaggio sotto forma di rifiuti invisibili difficili da immaginare dalle foto aeree. Nella funicolare ormai inservibile (il cavo portante è stato tranciato durante la bonifica) l'ultima comunicazione è del 1992 e raccomanda agli operatori di indossare il casco).

Monte Destrera (2.596 m)
E' come se questa valle offesa da tanto progresso/regresso chiedesse anche a noi viandanti di dimenticarla; da qui la decisione di far foto essenziali e rispettose; di non lasciar traccia di passaggio sulla roccia che scaleremo, di non scrivere relazioni che non siano altro che emozioni raccolte e non elenchi di gradi o appigli che si susseguono su una parete i cui misteri sono da svelare.

Andrea, in splendida forma, affronta un difficile tiro lungo la via Locatelli al Destrera.
La montagna ci lascerà salire anche se non sarà facile e per poco non saremo travolti da un acquazzone. Prima di congedarci, riordinato il rifugio; ci invia dei camosci ambasciatori per porgerci i suoi omaggi.

Camosci sulla diga di Valsoera.
Questi ultimi volteggiano aggraziati e silenziosi sul muro quasi verticale della diga, quasi a ricordarci chi è il padrone di casa, quasi a ricordarci che noi arrampicatori possiamo solo essere goffi e fuori luogo su queste pareti così lontane dal nostro mondo orizzontale, quasi a ricordarci che anche una diga così imponente ed immortale alla fine non è altro che un ammasso di sassi strumentalizzati.

Camosci sulla diga di Valsoera.


Testo, Foto & Video di Mauro Luinetti

venerdì 20 aprile 2018

Finsteraarhorn (4.274 m).


Prima di partire per l'Oberland è bene assicurarsi di non soffrire di agorafobia. Sì, certo, si è in montagna ma gli spazi son così ampi da evocare quei racconti giovanili di esploratori artici e vicende accadute agli estremi del Pianeta.

Fieschersattel, quei pixel neri sono coloro che hanno preso il treno prima di noi a Grinfderwald mentre noi eravamo intenti a cercare di capire come fare a parcheggiare.

La stagione ideale per recarsi da queste parti è proprio questa, quando le giornate pian piano si allungano e i crepacci sono ancora ben chiusi. Tutti i passi Svizzeri sono ancora chiusi e noi, poveri milanesi, per giungere a Grindelwald siamo obbligati a fare un giro lunghissimo passando da Lucerna e transitando attraverso una bizzarra costellazione di paesini in cui palazzi di aziende multinazionali in vetro e cemento convivono con mucche al pascolo e alpeggi ormai non più isolati.

Dal Fieschersattel, guardando verso il Lotschenluke, dove termina l'Oberland. Spazi siderali.
Parcheggiare l'alto a Grindenwald non è cosa semplice: perdiamo un sacco di tempo prima di lasciare il nostro mezzo; come d'abitudine gli svizzeri e la rete turistica costituitasi negli anni han prediletto una mobilità basata su treni e pullman, così che fatichiamo non poco prima di organizzarci per prendere il trenino che ci porterà direttamente nel cuore pulsante di questa rete di ghiacciai dove gironzoleremo per tre giorni.


Grosses Fiescherhorn visto dall'Hinter Fiescherhorn.
Il primo impatto con il ghiacciaio mette subito il fisico alla prova … pesa la quota, guadagnata senza sforzo con il viaggio in treno fino alla Sphinx a 3.572 m; pesa lo zaino, nel quale son riposti due litri di acqua; pesano le gambe, già affaticate in previsione delle distanze che dovremo percorrere per raggiungere ben due montagne alte più di 4.000 metri attraverso le quali transiteremo che si chiamano Gross Fiescherhorn e Hinter Fiescherhorn, i Gemelli dell'Oberland. La giornata non finisce qui; dovremo scendere perdendo tantissimo dislivello faticosamente guadagnato, altri chilometri in piano, ancora una breve risalita ed eccoci alla Hutte dove dormiremo preparandoci alla grande salita sul Finsterhaarhorn, il tetto dell'Oberland, programmata con desiderio per il giorno a seguire.

Walliser Fiescherfirn., verso la Finsterhaarhorn Hutte.
Il Finsterhaarhorn è una montagna impressionante. Il suo lato più selvaggio lo rivolge proprio a noi lombardi e lo possiamo ammirare comodamente dalla cima della nostra amata Grignetta in quelle giornate limpide dal cielo terso che permettono alla fantasia di sorvolare per buona parte dell'arco alpino. La salita a questa montagna è avvolta, come spesso accade per i giganti delle alpi, da misteri e da opinioni contrastanti: c'è chi dice che i pendii siano ripidissimi e richiedano accortezze da sciatori provetti; c'è chi ricorda con terrore crepacci mostruosi e pronti ad inghiottire malcapitati scalatori distratti; c'è chi descrive la cresta finale come una scalata impossibile … io ed Andrea, consapevoli dei nostri limiti e desiderosi di far le cose come si compiace a scalatori prudenti e rispettosi della Montagna; decidiamo di partire prestissimo dal rifugio; salire con calma (ci supereranno tantissime altre persone), goderci l'alba senza affanni per essere all'attacco della cresta finale col sole già alto; così da affrontare, una volta legati in cordata, il tratto più tecnico della salita senza fretta; con calma e precisione.

Il momento magico in cui l'alba concede il colore Rosa e che dura solo pochi minuti. 
La vetta è meravigliosa, questa sarà una di quelle giornate che non si dimenticano. Emozioni fortissime guardando altre montagnoni già scalate da un punto di vista nuovo. Senso di gratitudine e pensieri positivi scaturiscono evocati da tanta bellezza. Uno di questi pensieri è per te, caro Franz, che ci hai lasciato da poco a seguito di una caduta durante una salita di allenamento nelle tue amate Orobie.
La mostruosa parete nord dell'Aletschhorn, altro gigante dell'Oberland.
Guardo il mio compagno avventura Andrea, ripenso a Franz, alle persone care. Ricordo la radice latina propria del termine “Compagno”;“Cum panis” ovvero colui con il quale divido il pane. Eccoci qui in cima insieme, su questa montagna bellissima, una borraccia per due, una morso a testa della medesima barretta energetica, una stretta di mano in Vetta e un abbraccio al rifugio, una nuova storia da raccontare alla mia bambina che mi aspetta a casa. Cosa desiderar di meglio?  

Finsteraarhorn (4.274 m).
Altre fotografie della salita al Finsteraarhorn le trovi qui.

domenica 19 luglio 2009

Conquistato il Castore 4221 m con tanta, tanta determinazione

...venerdì 17 luglio, nel tardo pomeriggio mentre sono a casa dei miei genitori mio padre mi dice che alla televisione hanno appena dato la notizia di di tre alpinisti morti sul Monte Rosa e un quarto ricoverato nell'ospedale di Aosta... Arrivo a casa e dopo cena mentre finisco i preparativi della partenza controllo su internet che cosa è veramente accaduto, mentre leggo un brivido mi corre per tutta la schiena, la sciagura è accaduta proprio sulla via normale al Castore causa cattive condizioni meteorologiche, sulla medesima via che dobbiamo fare noi domenica...
Durante la notte il forte vento e il pensiero di quelle tre vite volate via come foglie al vento non mi fa dormire, credo che se ho dormito mezz'ora è già tanto!!! Mi sveglio alle 6.30 del 18 luglio è un sabato strano, fuori l'aria è tersa e non fa certo caldo per essere in estate, caricato lo zaino e l'attrezzatura in macchina passo a raccogliere i miei compagni, per poi dirigerci al punto di ritrovo prefissato, appena arrivato noto sui volti dei partecipanti qualche preoccupazione sulle condizioni meteo, ma soprattuto per la tragedia successa il giorno prima. Mentre transitiamo sull'autostrada A4 in direzione Torino notiamo come sia abbastanza terso il cielo, al contrario invece il massiccio del Monte Rosa sia coperto dalle nuvole come se ci fosse un lungo mantello bianco che lo ricopre... Dall'uscita Pont-Saint-Martin seguiamo le indicazioni per la Valle di Gressoney, dopo Gressoney la Trinité 1633 m raggiungiamo la frazione Staffal 1823 m dove lasciamo la macchina nel grande parcheggio ai piedi degli impianti di risalita. Scesi dalla macchina ci ritroviamo il Rosa completamente ricoperto dalle nuvole, durante la notte in quota ha sicuramente nevicato, lo notiamo sia dalla velatura che ricopre le montagne circostanti sia dai fiocchi svolazzanti nell'aria, certo che l'inizio non è certo entusiasmante... Ma purtroppo non è finita arrivano notizie che gli impianti per il forte vento sono chiusi e non si sa nemmeno se riaprono...che cosa si fa? Chiediamo informazioni in biglietteria sul da farsi, ci viene comunicato che il primo tratto di funivia fino a Sant'Anna (8 euro) è funzionante mentre la seggiovia fino al colle Bettaforca rimarrà chiusa si presume per tutto il giorno, la decisione viene presa velocemente e senza indugi fino al colle ci si può arrivare e poi si vedrà se continuare. Siamo a 2170 m, sulla nostra sinistra a poca distanza la chiesetta di Sant'Anna che domina su tutta la valle, soffia un forte vento gelido, con un buon passo ci incaminiamo sulla strada sterrata di servizio agli impianti, passiamo accanto ad alcuni laghetti mentre davanti a noi le nuvole insistono a non volere lasciare il Rosa come se qualcosa le tenesse attaccate. Arrivati al Colle Bettaforca 2672 m antico valico tra la valle di Gressoney ed Ayas, decidiamo di fare una sosta e di mangiare qualcosa, dopo una breve riunione si decide di provare a salire ancora almeno da arrivare fino al Passo Bettolina. Seguiamo il sentiero n. 9 sempre ben segnato, mentre saliamo qualcosa sta cambiando, le nuvole si stanno diradando e alcuni raggi del sole finalmente riescono anche ad arrivare fino a noi, il terreno è oramai quasi privo di vegetazione solo roccia e qualche timido fiore alpino. Eccoci al Passo Bettolina a 2905 m siamo nel punto in cui dobbiamo decidere se procede verso il rifugio o tornare a casa, rincuorati dalle ampie aperture di sereno, si decide senza ombra di dubbio di procedere. Siamo sopra i 3000 metri e la neve è ancora abbondante, attraversiamo senza indugio alcuni tratti ripidi su neve alternati da tratti su roccia, la fatica inizia a farsi sentire, dovuta soprattutto al peso dello zaino e alla notte passata in bianco, mantengo un passo lento ma costante il gruppo si è ormai allungato e davanti a noi i ghiacciai si stanno lentamente avvicinando. Raggiunto un crinale a circa 3490 m ci aspetta ora il tratto più spettacolare di tutto il percorso effettuato oggi, una lunga aerea cresta rocciosa, resa sicura da una grossa fune a cui ci si può attaccare, il ponticello in legno sul vuoto sottostante è particolarmente suggestivo.... Finalmente eccoci sul ripiano dove sorge il rifugio Quintino Sella 3585 m, una strana euforia mi pervade per tutto il corpo, mi sento emozionato avevo circa 13-14 anni quando per la prima volta salivo proprio qui in questo luogo a cui sono particolarmente legato, quanti ricordi e quanto tempo è passato... Il rifugio sorge sul dosso del Fèlik la nuova struttura è stata inaugurata nel 1982 e può ospitare 140 persone, gli si affianca il vecchio rifugio costruito quasi interamente in legno, la sua fondazione risale al 1885. Siamo stanchi lo si vede dalle nostre facce, appena ci danno le stanze molti di noi vanno a dormire quasi praticamente vestiti, per la cena ci è toccato il secondo turno quello delle 8.00, sembra che non mangiamo da giorni, senza praticamente parlare divoriamo tutto quello che ci viene servito... Fuori dal rifugio lo spettacolo è da rimanere senza respiro si vedono le luci delle città sottostante, mentre le ultime luci si spengono allungano sopra il ghiacciaio le ombre della notte.
Domenica 19 agosto la sveglia suona alle 4.30 pian piano nei locali del rifugio si iniziano i preparativi per l'imminente salita, corde, moschettoni, zaini, la gente è tutta indaffarata per prepararsi, si fa colazione velocemente e poi si esce fuori per preparare le cordate, strano ma non fa particolarmente freddo. Con Danilo e Franco i miei due compagni di cordata ci prepariamo e dopo aver fatto i nodi a palla e allacciati i ramponi iniziamo la salita, sono le 5.45 e le prime luci dell'alba fanno scintillare di mille colori il ghiaccio del Fèlik, sopra le cime sono coperte dalle nuvole ma le previsioni meteorologiche sono ottime. Si inizia tenendo un buon ritmo e risalito un ripido pendio si affronta una crestina dove bisogna davvero avere la massima attenzione, siamo a quota 4061 m al Colle di Fèlik ora fa veramente freddo non sento quasi più le punta delle dita della mano. Si piega a sinistra risalendo i ripidi pendii della parte iniziale della cresta, raggiunta la prima cima Punta Fèlik a 4176 m si continua a saliscendi, alcuni tratti aerei richiedono sempre attenzione e finalmente eccoci sul Castore 4221. Ci stringiamo le mani siamo al settimo cielo e quasi come per magia una folata di vento spazza le nuvole regalandoci uno dei panorami più belli che abbia mai visto, da ogni parte che mi giro vedo le montagne più famose dell'intero arco alpino dal lontano Monviso, al Gran Paradiso e ai più vicini Monte Bianco e Cervino, tanto per elencarne qualcuno ma credetemi il cielo è talmente limpido e terso che lo sguardo corre davvero verso l'infinito. Scendiamo sul medesimo percorso, siamo contenti ed euforici, ma sappiamo che l'attenzione nel scendere deve essere ai massimi livelli, ritornati al rifugio ci fermiamo a riposare e a mangiare qualcosa per la lunga discesa, poco prima di arrivare al Colle Bettaforca ecco alcuni camosci saltellare da una roccia a l'altra. Oggi la seggiovia funziona e senza indugio ne aproffittiamo, durante la discesa mi rilasso talmente tanto che quasi mi addormento...
Prima di riprendere l'auto un'ultimo sguardo al Rosa e un pensiero ai tre alpinisti che hanno lasciato la loro vita su questa montagna. Due giorni in alta montagna dove l'uomo si sente piccolo, piccolo, di fronte a tanta grandezza....








La cordata dei malati di montagna: Fabio, Danilo e Franco
Gli altri malati componenti della spedizione: Simeone, Flavio e Kiran