Il mio zaino non è solo carico di materiali e di viveri: dentro ci sono la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi, il mio carattere, la mia solitudine. In montagna non porto il meglio di me stesso: porto me stesso, nel bene e nel male.
Renato Casarotto

Le montagne sono di tutti, ma non sono per tutti: sono per chi le ama e le rispetta, per chi vuole viverle e conoscerle, per chi non prevarica con il proprio io la loro esistenza e armonia.
Mario Rigoni Stern

domenica 13 luglio 2014

Da Varzo ad Agro Fuori e Dentro

Percorriamo "l'Autostrada dei laghi" (A8) fino alla deviazione per la A26 (Genova/Gravellona Toce). Seguendo le indicazioni per Gravellona Toce, oltrepassata la barriera di Arona continuiamo sulla "superstrada" per poi immetterci, senza accorgersene (se non per il diverso colore della cartellonistica stradale che da verde passerà a blu, attenzione, il limite sarà di 90 Km/h), nella "Statale del Sempione" (SS33) grazie alla quale, seguendo le indicazioni Sempione/Confine di Stato, raggiungiamo Varzo. Consiglio di non uscire alla prima uscita (Varzo Sud) ma alla seconda. Dopo il bivio per S. Domenico, svoltiamo a sinistra e in breve raggiungiamo la stazione ferroviaria, dove lasciamo l'auto nell'ampio parcheggio.
Risaliamo la scala e attraversati i giardini pubblici, intersechiamo Via Sempione (volendo si può seguire la strada verso sinistra, arrivando in circa 10/15 minuti a Ponte Boldrini). Sul lato opposto imbocchiamo Via Grabrile Lorenzone, una stretta viuzza selciata, che in leggera salita si addestra tra le case, giunti in Via Fontana la seguiamo a sinistra e poco dopo l'abbandoniamo raggiungendo un bellissimo lavatoio, oltre il quale arriviamo in Via Galtarossa, che seguiamo verso sinistra. Oltrepassata una cappella, ignoriamo la strada in salita verso destra in salita e proseguendo diritti in breve giungiamo in Via Sempione. Continuando a destra in pochi  minuti arriviamo al ponte sulla Cairasca o Cherasca chiamato Ponte Boldrini (in passato Ponte Santino). Qui siamo proprio ai piedi della rupe di Trasquera e alzando lo sguardo, possiamo intravedere il campanile della chiesa tra le rocce.
Appena oltre il ponte si stacca sulla destra una mulattiera, con segnavia bianco-rossi, detta Sentiero del Brocc o Vèia d'Brocc. Con uno sviluppo lineare di 2800 m e con una pendenza media del 16%, permetteva di raggiungere Trasquera prima della costruzione della strada carrozzabile nel 1961. La seguiamo risalendo i numerosi tornanti, tra faggi e castagni, durante il tragitto incontriamo due cappelle la prima detta del Sasso e la seconda del Pianzolo.
Dopo la casa dell'Enel, accanto alla condotta forzata, tralasciamo la stradina a destra e continuando diritti in pochi minuti oltrepassati i circa 500 metri di dislivello arriviamo alla Chiesa parrocchiale di Trasquera 1036 m (ben visibile da Varzo), dedicata ai santi Gervasio e Protasio e situata in suggestiva posizione su una roccia a picco sul fondovalle.
Continuiamo sulla strada principale (Via Alpi Lepontine) verso il centro paese, poco prima di arrivare l'abbandoniamo per proseguire a destra seguendo una mulattiera contrassegnata dai segnavia rosso/bianco/rosso in breve arriviamo sul retro del comune 1100 m. Sulla destra troviamo una palina segnavia (Sotta 25 min. - Agro fuori 2 ore - Giro di Agro 3.40 ore), sormontata da un grosso cartello giallo (Mulattiera: alpe Coina, alpe Nembro, alpe Veglia, alpe Vallè).
Ci incamminiamo lungo la stradina asfalta e oltrepassate alcune baite, imbocchiamo il sentiero (F38) a sinistra indicato da una palina segnavia. Dopo un breve tratto in salita arriviamo in un pianoro cosparso da alcune baite ristrutturate, seguiamo ora un tratturo a sinistra e oltrepassata una grossa croce proseguiamo sul sentiero a sinistra seguendo sempre gli evidenti segnavia.
Giunti a un bivio continuiamo seguendo le indicazioni per Sotta/Agro Fuori, intersechiamo nuovamente una sterrata che abbandoniamo quasi subito per proseguire a destra in una stupenda pineta arrivando in località Sotta 1250 m. Dalla cappella continuiamo seguendo il sentiero F38, lasciate alle nostre spalle le ultime baite entriamo in una fiabesca pineta. Attraversato il pianoro del Lavazzan, in breve raggiungiamo il “Balm dla cola”. Il sentiero ora inizia a salire la ripida cresta boscosa, fino a raggiungere l'ultimo tratto che superiamo aiutati da una vera opera d'ingegneria alpina. Un'ardita scalinata scavata nella roccia, con alcuni tronchi di legno a funzione di parapetto. Dopo questo tratto suggestivo ci fermiamo qualche istante su un balcone naturale ammirando il panorama sottostante. Riprendiamo il cammino e dopo pochi minuti arriviamo sul pianoro dove sono adagiate le baite dell'Alpe Agro Fuori 1797 m. Oltrepassata una fresca fontana raggiungiamo la cappella dedicata alla Madonna di Lourdes dove ci fermiamo per una sosta rigeneratrice.
Dalla palina segnavia proseguiamo seguendo il sentiero F40 in direzione di Agro Dentro. Raggiunta una baita in fase di ristrutturazione, il sentiero piega leggermente a destra per poi entrare nel bosco. Dopo un breve tratto in salita iniziamo a scendere arrivando all'alpe Agro Dentro 1731 m, con le sue  baite ancora in buono stato di conservazione, e dove il tempo sembra essersi fermato. Da qui in poi il sentiero è da percorrere con un minimo d'attenzione, per la notevole pendenza e per alcuni tratti esposti, passando a lato di vertiginose pareti.
Dopo un tratto nel bosco il sentiero termina sulla strada asfaltata per Bugliaga, per chi lo desidera in  circa 10 minuti si può raggiungere il ponte del diavolo. Proseguiamo ora verso sinistra e in pochi minuti arriviamo al bivio per Sotta/Fraccia, da qui proseguiamo sulla mulattiera a sinistra contrassegra con i segnavia bianco/rossi. Rimanendo poco più alti rispetto alla strada asfalta, in breve arriviamo a Trasquera, da dove ripercorriamo il medesimo percorso fatto al mattino.
L'escursione si può dividere anche in due singole uscite, la prima fino a Trasquera, ritornando poi per il medesimo sentiero o eventualmente servendosi di due macchine, adatta anche ai bambini che vogliono avvicinarsi alla montagna. La seconda lasciando la macchina nei pressi del comune di Trasquera e compiendo l'anello come descritto.
Malati di Montagna: Andrea, Danilo e Fabio

sentiero del Brocc (la Vèia d’Brocc) 
Con interventi succedutisi negli anni l'originario tracciato fu continuamente migliorato fino ad assumere verso l'anno 1917, l'attuale aspetto con fondo lastricato, cunetta laterale e muretti di valle con parapetti in pietra nei tratti più scoscesi e la costruzione dei due bellissimi ponti ad arco in pietra che sovrastano la condotta forzata dell'ENEL, chiamati "Il Ponte Sotto" e "Il Ponte Sopra".



La chiesa parrocchiale dei SS. Gervasio e Protasio a Trasquera
Edificata sui resti di una cappella dedicata alla Maddalena, la chiesa risulta esistere almeno dal 1321 quando è citata dagli statuti della Val Divedro. Il campanile presenta feritoie, bifore e specchiature cieche decorate con archetti, mentre l'interno a tre navate custodisce un pregevole organo del 1878. Le forme attuali denotano diversi interventi di ampliamento avvenuti a partire dal 1550 e ancora dal 1574 al 1620, come testimoniano le date scolpite esternamente


ardite mulattiere poco prima dell'Alpe Agro Fuori


La cappella dedicata  alla Madonna di Lourdes inaugurata il 7 giugno 1931 a "Ayar da tfo" (Agro di Fuori), da allora è la meta annuale della festa mariana fissata nella ultima settimana di maggio. 


un rara foto d'epoca


...dall'Alpe Agro Fuori...


...forse è proprio questa la montagna che preferisco...




alpe Agro Dentro 1731 m




Questa e altre bellissime escursioni le trovate nella nuova guida scritta dall'amica Marina Morandin, gestore con il marito Enrico del Rifugio Crosta all'alpe Solcio


venerdì 11 luglio 2014

Morso di vipera e norme comportamentali

In Italia le specie di serpenti sono 23, ma soltanto quattro di queste appartengono alla famiglia dei Viperini, sono cioè velenose e pericolose per la specie umana. La Vipera aspis o vipera comune, è la più diffusa e provoca il maggior numero di casi di avvelenamenti, predilige luoghi caldi e aridi, frequentemente sotto i sassi, in mezzo ad arbusti e siepi. È presente in tutte le regioni, esclusa la Sardegna (che non possiede serpenti velenosi). La Vipera berus o marasso palustre, diffusa in montagna, è piuttosto aggressiva. La Vipera ammdytes o vipera dal corno, si trova nelle Alpi Orientali. È poco aggressiva, ma il suo veleno è il più pericoloso. La Vipera ursinii, si ritrova nel Gran Sasso, è la meno velenosa ed aggressiva.

CARATTERISTICHE
la vipera è un serpente lungo meno di un metro (generalmente 40- 80 cm), di colore grigiomarrone, talora rossastro o giallastro, con una striscia a zig-zag sul dorso. La testa è triangolare ed è più larga del corpo, pupille degli occhi a fessura verticale; presenta una coda che finisce bruscamente dopo il corpo cilindrico.
Quando una persona è morsa da un rettile è di fondamentale importanza tenere conto delle seguenti variabili:
1. il rettile potrebbe non essere una vipera
2. se il rettile è una vipera ( riconosciuta ), potrebbe non avere inoculato il veleno (cosiddetto “morso secco” ), o avere inoculato una dose ridotta. Questo dato ha portato alla definizione di un protocollo diagnostico – terapeutico pressoché sovrapponibile in tutti i paesi, che partendo dal presupposto che ”morso di vipera” non significa “avvelenamento da morso di vipera”, orienta al trattamento del paziente.

IL MORSO avviene in 3 fasi
1. apertura della bocca con un angolo > 180°
2. estrazione delle zanne
3. Morso

La gravità dell’avvelenamento dipende dalla quantità di veleno iniettato; con un morso viene inoculato il 4-7% della quantità del veleno. Ci possono essere anche 20-30 attacchi successivi, fino a scaricare del tutto le ghiandole velenifere. In media un morso può contenere dai 5-40 mg di principio attivo, minore se la vipera ha da poco morso un altro animale. Le sedi prevalentemente colpite sono: arti inferiori e superiori, ma i siti di aggressione più pericolosi sono il collo o la testa. Il quadro clinico varia in base alla:
- sede del morso
- tempo trascorso dal morso
- temperatura ambientale (il caldo, per la vasodilatazione, facilita il passaggio in circolo del veleno)
- attività svolta dalla vittima dopo il morso ( se la vittima inizia a correre, aumenta il passaggio in circolo del veleno)
- età del rettile (le vipere giovani hanno un veleno meno pericoloso)
Circa il 20% dei morsi di serpente sono morsi “secchi” in cui non vi è alcuna inoculazione di veleno. Il veleno è essenziale per la vita del rettile, quindi la vipera tende a non sprecarlo mordendo l’uomo. Ecco perché a volte si ha evidenza della sede di puntura, ma non c’è comparsa di sintomi sistemici.

COME RICONOSCERE IL MORSO
Il segno caratteristico è la presenza di 2 piccoli fori distanziati di 0,5-1 cm, più profondi degli altri, corrispondenti ai segni lasciati dai denti veleniferi. Talvolta il morso può presentare anche altri segni: oltre ai fori dei denti veleniferi, infatti, può essere presente il segno lasciato dagli altri denti, molto meno profondo ed evidente. Il morso di altri serpenti non velenosi, non presenta i due fori maggiori, ma il segno dell’intera arcata dentaria, a forma di V. Attenzione, potrebbe capitare che la vipera abbia perso un dente velenifero, oppure che il morso non sia andato a segno completamente e a fondo. In tal caso può essere presente un solo foro del dente velenifero.

COMPOSIZIONE DEL VELENO
Il veleno della vipera è costituito da acqua, protidi, nucleotidi, ioni, metalli: sostanze che servono ad immobilizzare, uccidere e digerire la preda. Gli effetti locali e sistemici che ne derivano sono di tipo cardiotossico, nefrotossico e neurotossico; possono concomitare disturbi della coagulazione.

EFFETTI CLINICI LOCALI
Entro pochi minuti dal morso compaiono dolore urente e bruciore severo, seguito da edema duro, ingravescente , eritema, petecchie, ecchimosi e bolle emorragiche che tendono ad estendersi lungo l’arto colpito. Entro 12 ore possono comparire flittene, linfangite, adenopatia.

EFFETTI CLINICI SISTEMICI
Ai segni locali, in relazione alla dose, alla zona interessata e alla taglia del soggetto, si aggiungono sintomi generali con turbe emodinamiche, digestive, coagulative, renali e neurologiche.
Le turbe emodinamiche sono determinate da una fuga massiva di liquidi verso l'interstizio con conseguente comparsa di ipotensione e shock. Le turbe digestive per iperattività della muscolatura liscia consistono in vomito, diarrea, nausea e crampi addominali. Le alterazioni della coagulazione possono includere fibrinolisi , trombocitopenia, emolisi, fino ad una coagulazione intravascolare disseminata. Le turbe renali sono per lo più la conseguenza dell'ipovolemia acuta. Le turbe neurologiche (tardive) comprendono fascicolazioni, convulsioni, paresi, ptosi palpebrale e diplopia.

PREVENZIONE
La prima misura di prevenzione è quella di indossare un abbigliamento adeguato alle passeggiate in luoghi impervi (scarponcini da trekking o da montagna, calze, pantaloni lunghi) che mantengano coperte e protette zone del corpo a rischio di morso. La seconda misura preventiva consiste nel porre la massima attenzione a dove si mettono le mani senza protezione (ad esempio durante la ricerca di funghi, asparagi). Ricordiamo a questo proposito che la vipera non attacca, ma si difende solo se disturbata da vicino e alla presenza dell'uomo reagisce primariamente con la fuga.

COSA FARE
- rimanere tranquilli: l’agitazione provoca l’attivazione incontrollata dei meccanismi da stress che provocano una più rapida diffusione del veleno. Prima che il gonfiore lo impedisca sfilare anelli, bracciali, etc.
- disinfettare: è opportuno lavare la ferita con acqua ossigenata,con permanganato di potassio o con acqua semplice perchè il veleno di vipera è idrosolubile. Sono da evitare disinfezioni con alcool o sostanze alcoliche, perché il veleno della vipera a contatto con alcool forma composti tossici.

Morso arti inferiori (gambe) 
Applicare una benda larga almeno 10 cm. e lunga circa 10 metri, tirando ed esercitando una discreta pressione. Tale bendaggio va esteso il più alto possibile e comunque anche al di sotto del punto morsicato. Per effettuare, infine, una buona immobilizzazione dell'arto, va applicata e congruamente fissata, una stecca rigida. Se queste due operazioni sono state correttamente eseguite, la compressione così esercitata non risulterà fastidiosa per l'infortunato e soprattutto potrà essere mantenuta in sede per diverse ore. In ogni caso NON DOVRA' ESSERE RIMOSSA fino a che il paziente non sia giunto al più vicino posto di pronto soccorso ospedaliero.

Morso arti superiori (braccia)
Effettuare un bendaggio compressivo ( benda alta 7 cm e lunga 6 metri), partendo dalla punta della dita della mano, arrivando fino al gomito (purché non impedisca la circolazione arteriosa: il polso deve essere percettibile); se si desidera comunque un margine di sicurezza superiore o se il morso è in prossimità o addirittura al di sopra del gomito, allora è necessario e consigliabile fasciare l'intero braccio fino alla spalla. Si procederà, quindi, come per l'arto inferiore, alla completa immobilizzazione con una stecca, bloccando il braccio al tronco.

Morso al tronco, al collo, alla testa
Anche in questo caso (peraltro fortunatamente molto meno frequente) si cerca di ottenere un ritardo della diffusione del veleno. E' consigliabile applicare un tampone rigido sopra la zona morsicata, tenendolo compresso con un cerotto elastico adesivo.
Trasportare la persona colpita possibilmente senza farla camminare e nel più breve tempo
possibile al più vicino posto di Pronto Soccorso.

COSA NON FARE
• evitare di applicare il laccio emostatico; il laccio rallenta o blocca il deflusso venoso creando una indesiderata stasi venosa, mentre non blocca il flusso linfatico, responsabile della diffusione del veleno • evitare procedure di aspirazione o rimozione meccanica del veleno (suzioni, incisioni); non ne è dimostrata l’ efficacia e si possono causare ulteriori danni • non succhiare il veleno dalla ferita con la bocca ( è infatti molto probabile avere nel cavo orale piccole ferite causate spesso dallo spazzolino da denti) • non somministrare alcolici ( hanno effetto depressivo sul SNC e vasodilatatore periferico, facilitando quindi l’assorbimento del veleno).

TERAPIA NON ANTIDOTICA
- Rimuovere l’eventuale bendaggio compressivo
- Effettuare una profilassi antitetanica e antibiotica.
- Provvedere ad una terapia sintomatica per il dolore e somministrare benzodiazepine nei casi in cui compare ansia.
- I farmaci antistaminici e cortisonici (uso anche preventivo, nei casi di alto indice di probabilità che si tratti di morso di vipera) sono utili nei casi in cui insorgano fenomeni allergici.
- Misurare la circonferenza dell'arto almeno 3 volte. La frequenza delle misurazioni viene eseguita inizialmente ogni 1-2 h, ma aumenta in caso di rapida progressione della sintomatologia locale
- Definire il prima possibile la classe di gravità del morso di vipera per stabilire il trattamento da seguire
Grado 0
Tracce del morso, assenza di segni locali (morso secco), Osservazione per 4 h.
Grado I
Edema localizzato alla zona del morso; assenza di segni generali. Osservazione per 24 h: trattare i sintomi e tenere presente che il 10-15% di pazienti nel Grado I diventano di grado II o dopo pochi minuti o tra le 6 e le 16 h .
Grado II
Estensione dell'edema alla radice dell’arto colpito e comparsa di sintomi sistemici:
ipotensione senza shock, vomito e diarrea. Trattamento antidotico.
Grado III
Avvelenamento severo con sintomi gravi. Trattamento antidotico. Monitorare i parametri laboratoristici (Esami ematochimici: coagulazione, prodotti di degradazione del fibrinogeno, D-dimeri, proteine totali, emocromo, enzimi muscolari come CPK, CK-MB, LDH, mioglobina, bilirubina totale e frazionata, creatinina, azotemia, elettroliti, emogasanalisi, glicemia, esame delle urine), clinici (edema, dolore locale, ecchimosi, strie linfangitiche, linfoadenopatie, tromboflebite, nausea, vomito, dolori addominali, dispnea, angioedema, ipotensione, tachicardia, convulsioni e coma) e strumentali (elettrocardiogramma, eco-doppler dell’arto colpito).
Osservazione clinica per 4 h nei pazienti asintomatici (GRADO O).
Osservazione clinica non inferiore a 24 h con eventuale ricovero, anche quando l’avvelenamento è di modesta entità (GRADO 1- 3).
- Disponibilità del siero antiofidico in ospedale per rassicurare i familiari e poter fronteggiare un eventuale rapido peggioramento dei sintomi.

TERAPIA ANTIDOTICA
La somministrazione del siero è indicata solo se il paziente diventa sintomatico, ed in particolare nei casi in cui compaiono :
- Alterazioni dei parametri emocoagulativi
- Ipotensione grave o shock
- Sintomi gastroenterici importanti e prolungati
- Aritmie cardiache, dispnea
- Edema imponente dell’arto coinvolto

SIERO ANTIOFIDICO
Una volta si portava per precauzione, quando si andava in campagna o in montagna; ma ora, a parte il problema della conservazione, che imponeva il rinnovo ad ogni stagione, il siero antiofidico è diventato irreperibile. Il siero antivipera è un farmaco non prodotto in Italia. Proviene dalla Jugoslavia da cavalli immunizzati col morso di vipera per uso esclusivo ospedaliero, un suo uso al di fuori dell’ambiente ospedaliero, oltre che scarsamente efficace (potrebbe essere somministrato solo per via intramuscolare o sottocutanea), esporrebbe il paziente a rischio di reazioni gravi da anafilassi. E’ quindi importante considerare sempre, prima della somministrazione del siero, il rapporto rischiobeneficio per ogni singolo paziente. Solo il 10-20 % dei pazienti con morso di vipera accertato o sospetto richiede la somministrazione di siero.

giovedì 10 luglio 2014

Camminatori, il lungo sentiero della scoperta

Affrettati lentamente. È un motto latino attribuito all’imperatore Augusto che, nell’apparente contraddizione, tiene insieme l’efficienza e la prudenza nell’agire. Proprio l’opposto di quanto accadde nella società contemporanea, tutta tesa verso una continua accelerazione al punto che rallentare sembra sia diventato un lusso. Ma è nella tensione tra questi due atteggiamenti, piuttosto che nella loro contrapposizione, che la nostra umanità si può realizzare.

by Franco


È evidente che non possiamo rinunciare in assoluto alla velocità ma occorre rallentare e anche fermarsi. La lentezza è la condizione per l’ascolto, per l’incontro e se smettiamo per un attimo di correre e iniziamo a camminare ci accorgiamo quanto stiamo perdendo di noi stessi. Peraltro il camminare è la cosa più semplice che tutti sappiamo fare fin da bambini, ma solo recentemente è diventato un atto inaspettatamente attraente, trasgressivo, alternativo, almeno per una parte della popolazione mondiale, quella più agiata e afflitta dal progresso tecnologico.

Molti studi hanno ormai dimostrato che se camminiamo produciamo una buona dose di sostanze, come la serotonina e l’endorfina, che ci danno benessere. Ma camminare ci permette anche di liberare la mente e di entrare in armonia con l’ambiente che attraversiamo in un tutt’uno con tutte le parti di noi stessi. Camminare nella natura, ma anche attraverso paesaggi urbani, ci consente di aprire ad ogni passo delle finestre verso l’esterno. Ma sono anche i sensi ad essere sollecitati: odori, colori, rumori, sapori, il caldo, il freddo. E poi sensazioni tattili: i piedi sul terreno, il vento sulla pelle, la pioggia o la neve sul volto. Con il camminare entriamo in contatto con il nostro corpo e respiriamo il luogo in cui siamo immersi e ogni volta ci appare come nuovo, anche se lo abbiamo già visto, perché diverse sono le sensazioni che proviamo.

Camminare ci consente di leggere in profondità il territorio e chi lo abita, possiamo cogliere dettagli che altrimenti ci sfuggono. Ma per vedere le cose si deve avere il ritmo giusto, altrimenti faremo solo un trasferimento da un punto all’altro e saranno più le cose che si perdono rispetto a quelle che si conquistano. Il ritmo giusto non è necessariamente un cammino lento, semmai è una camminata consapevole che permette di esprimere maggiormente se stessi in rapporto al paesaggio e alla cultura dei luoghi. Escursionismo, trekking, alpinismo ed anche la corsa dolce, sono tutte forme di cammino che si possono affrontare con passo consapevole, senza essere sopraffatti dalla velocità, fermandosi quando vogliamo, quando un incontro richiama il nostro interesse, lasciandosi trasportare dalla casualità degli incontri.

Percorsi Occitani e il modello Val Maira
Maria Schneider è vice presidente dell'associazione Percorsi Occitani, un gruppo di piccoli imprenditori che da quasi vent’anni gestisce il circuito escursionistico più frequentato della Valle Maira. Con il marito Andrea Schneider, ancora all'inizio degli anni ’80, è stata fra i pionieri della rinascita della valle. "Siamo arrivati qui per caso, alla fine degli anni ‘70, sbagliando strada per la Provenza che in quel periodo era la nostra meta per le vacanze" racconta Maria Schneider. "Siamo rimasti colpiti da questa valle e abbiamo deciso di fermarci qui. La nostra prima attività è stata una scuola di lingua italiana per stranieri a Prazzo. I corsi venivano tenuti da professori italiani e nel tempo libero mio marito ed io li accompagnavamo in montagna". Nel 1990 i coniugi Schneider si spostano nel comune di Stroppo e fondano il Centro Culturale Borgata San Martino che diventerà un importante luogo d’incontri culturali, gastronomici e di escursioni. Intanto prende forma il progetto di ripristinare gli antichi sentieri che collegano una borgata all’altra della valle e di unirli in un grande anello escursionistico. "I Percorsi Occitani hanno tanti padri e madri. Il modello è stato senz’altro la Grande Traversata delle Alpi" prosegue la signora Schneider. "Piacciono perché intorno a loro si è sviluppata un’accoglienza particolare: puoi camminare un’intera giornata senza incontrare nessuno, però alla fine del tuo cammino trovi sicuramente un Posto Tappa con dei buoni piatti tipici". Il camminatore dei Percorsi Occitani si ferma in valle dai 7 ai 10 giorni, cambia ogni giorno Posto Tappa e al 95% parla tedesco (tedeschi, austriaci e svizzeri). Con 4000 presenze stimate all’anno offrono lavoro stagionale a circa 50 persone. Il turismo escursionistico ha portato significativi benefici economici in tutta la valle e ha messo un freno allo spopolamento, come ci racconta ancora Maria Schneider: "Con i Percorsi Occitani sono nate nuove strutture ricettive, sono state ristrutturate tante case, la rete sentieristica è segnalata bene e anche l’escursionismo invernale (scialpinismo e racchette da neve, ndr) cresce di anno in anno". E per il futuro la signora Schneider ha le idee chiare: "La Valle Maira rimane una nicchia per persone particolari. Non può sopravvivere solo con il turismo. Se vuole avere un futuro si dovrebbero sviluppare altre attività nel settore agricolo e anche nell’artigianato. In più con gli strumenti di comunicazione di oggi, tanti professionisti (traduttori, architetti, ingegneri, ecc.) potrebbero lavorare qui. Però è una scelta di vita e sono ancora troppo pochi quelli che decidono di venire a vivere qui".

Cammini devozionali, indice di un cambiamento sociale in atto
Dati alla mano ci dicono che il camminare si sta trasformando da una attività fisica all’aria aperta ad uno stile di vita. Alberto Conte si occupa da più di tredici anni della divulgazione del viaggio lento, è fra gli ideatori del Festival della Viandanza e presiede l'associazione il Movimento Lento. Chi meglio di lui può dirci quanta voglia c’è di camminare? "Come dice Rebecca Solnit nella Storia del Camminare "la mente umana funziona a tre miglia all’ora"" ci dice Alberto Conte, "sempre più spesso ci si mette in cammino per prendere decisioni importanti, o per ritrovare se stessi in un momento difficile, o perché ci si trova da un giorno all’altro senza lavoro e si vede in lungo un viaggio a piedi il coronamento di un sogno che non si è potuto realizzare in precedenza". Un sogno ma non per tutti, c’è chi è obbligato a camminare per andare a scuola, per raggiungere un pozzo, per fuggire da una guerra. "Ho spesso visto persone che vivevano in una condizione di povertà e disagio che avevano un’aria molto più felice di molti di noi, cullati dagli agi della "civiltà". Mi piace credere che il cammino in qualche modo contribuisca alla serenità che ho visto nei loro occhi" è il pensiero di Alberto Conte e poi aggiunge: "Non ho dubbi: cento volte meglio andare a scuola a piedi, magari percorrendo chilometri ogni giorno, piuttosto che su un imponente SUV guidato da un padre ricco ma incazzato". La forte crescita del turismo legato all’esperienza dei "cammini devozionali" e la nascita di eventi dedicati al camminare lento, come il Festival della Viandanza, sono l’indice di un cambiamento sociale in atto. "La crisi ci ha sbattuto in faccia i limiti dell’approccio materialista in cui molti di noi sono cresciuti e i cammini devozionali intercettano un bisogno di spiritualità crescente" racconta Alberto Conte. "Il successo del Cammino di Santiago è innanzitutto un fenomeno sociale, un rito collettivo e sicuramente è diventato una moda. Ma nonostante io non abbia una grande simpatia per le mode, questa mi piace particolarmente, perché avvicina molte persone a una pratica che fa bene a loro e a tutta la società".

Sentieri metropolitani, le "vie verdi" di accesso e fuga dalla città
Fra le prime associazioni in Italia ad uscire dai classici percorsi escursionisti alpini c’è Trekking Italia. Dal 1985 le loro proposte di cammino consapevole sono ovunque: litorali marini, colline, fiumi, pianure, laghi, naturalmente le montagne e più recentemente anche nelle città. "Credo che Trekking Italia abbia contribuito a un deciso cambio di rotta fra gli appassionati di montagna" racconta Roberto D'Agostino, da poco alla guida della sua associazione che ogni anno porta in cammino oltre 30.000 persone, e prosegue: "Non solo per aver individuato una serie di luoghi solitamente esclusi dall’escursionismo, ma anche per aver esercitato un presidio civile nelle situazioni di abuso, raccolto e fatto tesoro delle esperienze di migliaia di soci. Tutti i nostri soci sono invitati a costruire la rete di sentieri e relazioni che sono il vero cuore dell’associazione". Reti e itinerari si intrecciano anche nei social network e infatti sta emergendo un nuovo fenomeno: il "social trekking". "È la prosecuzione della promozione sociale, della conoscenza dell'altro. Il punto che ci interessa maggiormente" prosegue il presidente D'Agostino, "è la ricerca orientata ai territori tralasciati. La Via Francigena è l'alta velocità dei sentieri ma, ai suoi lati, quanti altri sentieri si dipartono, quante piccole e nuove economie si incontrano? Questa ricerca è presupposto politico per estendere la conoscenza e la cura del territorio". Fra i collaboratori del presidente D'Agostino c’è Gianluca Migliavacca, socio storico dell’associazione, nella quale è stato anche presidente, coordina la sede milanese ed è l’ideatore dei "sentieri metropolitani". Proviamo a capire cos’è questa nuova proposta. "Sono molte cose e anche una provocazione" racconta Migliavacca. "La lentezza è ancora più provocatoria se applicata nel cuore delle nostre città, anzi direi che camminandola, la rivelazione della stessa città è ancor più sorprendente di quella di un deserto o un ghiacciaio. Studiare le "vie verdi" di accesso e fuga dalla città come strade di "alta lentezza" (dove alta ne misura anche il valore) è una bella sfida alla velocità".

Teddy Soppelsa per Good For Alps, magazine AKU trekking & outdoor footwear.

lunedì 7 luglio 2014

Punture di zecca: cosa fare e come evitarle


Le zecche si trovano di solito dove vivono animali che possono venire parassitati. In particolare le zecche frequentano i boschi di latifoglie umidi e ombreggiati, i luoghi erbosi, i cespugli ed il sottobosco; vivono pure nei prati incolti o nei pascoli frequentati da pecore, da bovini o dalla fauna selvatica, considerati luoghi elettivi. Nel corso degli ultimi anni è diventato sempre più frequente l’ incontro con le zecche da parte dell’uomo. Le zecche non saltano e non volano, ma si posizionano sulle estremità delle piante, aspettando che un animale o l’uomo stesso passino; tali artropodi avvertono la presenza dell’ospite a cause della presenza di anidride carbonica o del calore prodotti dal corpo. Il parassita può annidarsi tra i capelli o pure in ogni parte del corpo.
Le zecche sono artropodi, parassiti esterni che hanno dimensioni di pochi millimetri, appartenenti agli Aracnidi , dell’ordine Acarina, divisi in due famiglie: le Ixodidae o zecche dure, le più diffuse in Europa, e le Argasidae, o zecche molli. In Italia le zecche dure comprendono sei generi: Ixodes, Boophilus, Hyalomna, Rhipicephalus, Dermatocentor, Haemaphysalis; le zecche molli sono presenti, invece, nei due generi Argas e Ornitodorus.
Il “pasto di sangue“ della zecca dura di solito da 3 a10 giorni, nel corso del quale il parassita rimane attaccato all’ospite, succhiandone il sangue. La zecca è provvista di una specie di ago che penetra nel circolo sanguigno dell’ospite; alcune ghiandole presenti nel parassita secernono una sostanza anticoagulante. La zecca inietta una neurotossina che agisce sulla trasmissione neuro-muscolare, che può provocare problemi seri all’uomo se non viene rimosso entro 24 ore.
Quattro sono le fasi del ciclo vitale della zecca: uovo, larva, ninfa e adulto, che possono avvenire tutte su di uno stesso ospite o su ospiti diversi. Diversi gli animali che possono venire parassitati, tra i quali i cani, i cervi, i caprioli, gli scoiattoli e pure l’uomo.
I mesi primaverili o quelli estivi sono quelli preferiti dal parassita. La puntura non è dolorosa in genere, dal momento che viene inoculata dalla zecca una sostanza anestetica, e non causa prurito nell’uomo, passando spesso inosservata. Di solito la probabilità di trasmissione di malattie è bassa se il parassita rimane attaccato per meno di 36-48 ore; ecco perché la zecca deve venire rimossa nel più breve tempo possibile dal corpo.
Zecca Ixodes (Photo James K. Lindsey - wikipedia)
Zecca Ixodes (Photo James K. Lindsey – wikipedia)
Non si deve ricorrere a sostanze particolari (etere, cloroformio, ammoniaca, alcool etilico, acetone, creme, ecc) per facilitare il distacco della zecca dalla cute poiché sembra dimostrato che non servono a nulla a causa di periodi di apnea del parassita stesso ed anche perché possono indurre un riflesso di rigurgito, con aumentato rischio di trasmissione di infezioni. La zecca può essere facilmente rimossa servendosi di una pinzetta, tenendola il più possibile aderente alla cute, tirando delicatamente ed evitando così che il rostro (apparato buccale) rimanga infisso nella cute. Nel corso della rimozione si deve cercare di non schiacciare il corpo della zecca evitando così un rigurgito che può aumentare la possibilità di trasmissione di agenti patogeni. Qualora la testa rimanga conficcata nella cute si può tentare di rimuoverla servendosi di un ago sterile, come si fa di solito per rimuovere una scheggia di legno.
E’ opportuno disinfettare con accuratezza la cute prima e subito dopo la rimozione del parassita, evitando sostanze che colorino la pelle. Si deve cercare di non toccare con le mani nude il parassita, utilizzando invece dei guanti, evitando in tal modo di infettarsi; le mani vanno poi accuratamente lavate. Quando la zecca si stacca rimane un piccolo rigonfiamento di colore rosso, dove successivamente si forma una piccola crosta.
Dopo la rimozione della zecca si deve prestare attenzione per 30-40 giorni (periodo di osservazione) alla comparsa di eventuali sintomi di malattia. La zecca può, infatti, veicolare virus, batteri o altri agenti patogeni, che possono essere trasmessi all’ospite. E’ bene annotare il luogo e la data in cui si è verificata la puntura della zecca. In caso di comparsa di arrossamento cutaneo, di febbre, di dolori muscolari, di dolori o di infiammazione in corrispondenza delle articolazioni di ingrossamento delle ghiandole linfatiche o di sintomi simili all’influenza, contattare il proprio medico curante. Può essere utile conservare il parassita per poterne permettere il riconoscimento.
Le principali malattie che possono essere trasmesse dalle zecche sono: rickettsiosi, borreliosi di Lyme, febbre ricorrente da zecche, tularemia, meningoencefalite da zecche ed ehrlichiosi.
E’ opportuno adottare delle misure di prevenzione nei confronti delle zecche. E’ bene infatti camminare in genere nel centro dei sentieri, evitando in tal modo di venire in contatto con la vegetazione circostante, soprattutto dove l’erba è alta; si deve evitare di sdraiarsi sull’erba soprattutto nelle zone a rischio. Si devono indossare calzature alte e ben chiuse e pantaloni lunghi e camicie a maniche lunghe, possibilmente di colore chiaro per meglio individuare i parassiti, spazzolando gli indumenti prima di entrare in casa. Subito dopo un’escursione in una zona considerata a rischio è utile effettuare un accurato esame visivo e tattile della cute del corpo e degli indumenti, onde rimuovere gli eventuali parassiti presenti, ponendo attenzione alle zone del corpo preferite dalle zecche: testa, collo, parte posteriore delle ginocchia e fianchi, provvedendo all’immediata rimozione di eventuali zecche presenti. E’utile impiegare sostanze repellenti (permetrina, Dee, dimetilftalato, benzoato di benzile o aracnicidi in genere), acquistabili in farmacia, che tengano lontani i parassiti. Tali prodotti vanno utilizzati con attenzione nei bambini a causa di effetti indesiderati. E’ bene pure ispezionare di frequente gli animali domestici, trattandoli con prodotti acaro-repellenti e controllando periodicamente le cucce e trattandole con insetticidi. E’ bene falciare i prati situati attorno alle abitazioni, evitando che le zecche vi si nascondano. Va ricordato, infatti, che è molto meglio prevenire che curare, applicando misure di profilassi comportamentale fondate sull’educazione sanitaria e sull’informazione.
Giancelso Agazzi,
Commissione medica Cai Bergamo

domenica 6 luglio 2014

Pizzocolo, poderoso bastione roccioso sul Lago di Garda

Tra le cime più rappresentative del paesaggio gardesano bresciano emerge il Monte Pizzocolo, evidente baluardo naturale posto all'imbocco di quell'incisione del bacino lacustre benacense che estende le proprie acque fino al territorio Trentino. Il percorso si sviluppa all'interno della Foresta Gardesana Occidentale, che con i suoi 11.058 Ha circa, è la Foresta Regionale più ampia della Lombardia.

Provenendo da Milano seguiamo l'autostrada A4 fino all'uscita Brescia Est, per poi continuare a destra sulla statale 45 bis Gardesana Occidentale, che inizialmente costeggia l’autostrada. Oltrepassate le gallerie e la
deviazione a destra per Salò, proseguiamo costeggiando il lago, attraversando Gardone, Fasano e Maderno. Giunti a Tuscolano dopo il ponte sull’omonimo torrente, svoltiamo a sinistra, in direzione di Gaino. Arrivati all’inizio di Gaino svoltiamo a destra e subito dopo a sinistra, attraversato il paese ci dirigiamo verso la Valle delle Cartiere in direzione Nord. Superati due ponti sul torrente Tuscolano, la strada diviene sterrata ma comunque transitabile. Oltrepassata una santella arriviamo al bivio di Maernì, chiamato localmente “vie che spart” 550 m. Proseguiamo a sinistra fino ad arrivare in prossimità del Palazzo di Archesane 816 m, dove parcheggiamo l'auto.
Dal  parcheggio passiamo accanto all'antico edificio, probabilmente della prima metà del ‘600 e residenza di caccia dei conti Delay, nel passato una delle famiglie più importanti della riviera e dinastia famosa per aver fornito alla Repubblica Serenissima di Venezia le tremila bombarde destinate alla vittoriosa battaglia di Lepanto. Attraversando i prati sulla nostra sinistra possiamo già intravedere la nostra meta il M. Pizzocolo, in leggera salita arriviamo a un'area pic-nic con una bacheca che descrive gli alberi della zona. Ignorata una prima deviazione continuiamo sul percorso principale che diventa sempre più ripido. Proseguendo nel bosco di tanto in tanto incontriamo alcuni cartelli didattici che indicano il nome e le principali caratteristiche degli alberi. Il primo cartello descrive il faggio e  infatti poco dopo entriamo in una bella faggeta. In un tratto in cui la pendenza diminuisce, sulla sinistra troviamo un olmo e subito dopo un frassino maggiore in uno slargo sulla destra, accanto ad una vasca. Superati in successione due tratti con uno steccato, tralasciamo a destra il Sentiero Forestale della Valle Archesane e oltrepassata una sbarra di colore verde che troviamo aperta, in breve arriviamo al Passo Spino 1154 m.
Nei pressi del passo, da tempo passaggio naturale per molti uccelli migratori, è stato ripristinato nel 1999, dalla Regione Lombardia, l’osservatorio Ornitologico Regionale “Antonio Duse”, dove è così ripresa l’attività di “inanellamento”, ovvero la cattura di uccelli seguita da misurazione e marcatura e da successivo rilascio, coordinata a livello europeo dall’EURING - The European Union for Bird Ringing – a livello nazionale dall’INFS - Istituto nazionale per La Fauna Selvatica - e a livello regionale dalla Regione Lombardia. Le prime attività di “inanellamento” furono coordinate dal dott. Antonio Duse dal 1929 al 1933. Dal 1999 al 2003 presso il Passo di Spino sono stati catturati circa 15000 uccelli.
Dal Passo dello Spino imbocchiamo a sinistra il sentiero n. 5 verso il Pizzoccolo, dopo un primo tratto in piano, riprendiamo a salire, dapprima con poca pendenza e poi in modo più ripido. Dopo alcuni lunghi tornanti nel bosco, percorriamo un traverso raggiungendo il Passo delle Merle - Dos delle Prade 1352 m. Dalla palina segnavia proseguiamo verso sinistra, oltrepassando i ruderi di alcune costruzioni militari risalenti alla prima guerra mondiale, a destra il panorama spazia sulla parte meridionale del Lago di Garda, purtroppo oggi compromesso dalle nuvole. Riprendiamo a salire rientrando nel bosco, dopo un tratto a mezza costa in leggera salita, oltrepassati un gruppo di faggi secolari raggiungiamo una casamatta ben ristrutturata, risalente alla guerra 15-18. Continuiamo a mezza costa tra i prati e dopo una curva a sinistra, perdiamo quota per circa una ventina di metri per poi riprendere a salire tra l'erba, sassi e radi alberelli; sulla sinistra possiamo osservare delle rocce con particolari solchi lineari dovuti all’erosione della pioggia sul calcare (campi solcati). Passiamo accanto a una madonnina in un anfratto tra le rocce sulla sinistra e poco dopo raggiungiamo il bivacco Due Aceri del Gruppo Amici del M. Pizzocolo, costruito sui ruderi di una costruzione militare risalente alla prima guerra mondiale e situato sul versante sud del Monte Pizzoccolo. In breve arriviamo alla cappelletta dedicata ai caduti di tutte le guerre, situata a pochi metri dalla cima che raggiungiamo 1581 m. Dalla croce, meteo permettendo si gode di una splendida vista panoramica a 360° sulla cerchia alpina (nelle giornate limpide la visione spazia dal Monte Rosa all'Adamello, dal Brenta sino all'Appennino Tosco-Emiliano), sulla parte centrale del Lago di Garda e sul lato opposto tra le nuvole le pendici del Monte Baldo, sul lago del Valvestino e sulle vallate sottostanti.
Dopo la doverosa pausa ripercorriamo il sentiero fatto all'andata fino al Passo Spino, prima di continuare a scendere sul sentiero fatto al mattino, decidiamo di raggiungere il rifugio Pirlo allo Spino. Tralasciato il sentiero a sinistra che scende verso Verghere/S. Michele, proseguiamo diritto. Oltrepassato un rudere poco dopo sulla destra incontriamo la malga Spino, un cartello ci informa che si tratta di una stazione per la cattura e l'inanellamento degli uccelli a scopo scientifico. Vediamo un altro edificio sulla nostra destra e delle bacheche dell'Osservatorio Ornitologico Duse. Lasciato a destra l'attacco per la ferrata Ernesto Franco, torniamo a salire raggiungendo un punto panoramico, con bella vista sulle vallate da entrambi i lati. Oltrepassato un cancello in legno, tralasciamo a destra il sentiero indicato da una palina segnavia per il M. Spino e continuiamo diritto, dopo pochi metri in leggera discesa arriviamo al rifugio. Il fabbricato, ex caposaldo della seconda linea del fronte italiano durante la prima guerra mondiale, è stato costruito su un rustico di caccia preesistente ed è stato trasformato in rifugio a partire dalla primavera del 1965, dedicandolo alla memoria del Tenente Medico Giorgio Pirlo, caduto in guerra.
Malati di Montagna: Raffaella, Andrea, Lorenzo, Danilo e Fabio

foresta incantata...


Pizzocolo 1582 m


Danilo, Andrea
Lorenzo, Raffaella


oggi il Lago di Garda si presentava così...!!!
sullo sfondo si intravede il Monte Baldo


Rifugio Giorgio Pirlo allo Spino 1165 m
di proprietà del Cai Salò, la gestione è affidata alle esperte mani degli 
"Amici dell'Operazione Mato Grosso"


Siamo un gruppo di AMICI dell'Operazione Mato Grosso, 
facciamo parte dell'Associazione "Sierra Andina" e ci proponiamo di 
sostenere le opere avviate in America Latina Grazie allo sforzo di tanti volontari OMG.
In particolare aiutiamo la Diocesi di Huari, nell'intento di sostenere 
il Clero locale ed avviare con loro progetti di sviluppo
tesi a migliorare sia la qualitá della vita che la parte spirituale,
raggiungendo le zone piú impervie e lontane della Cordigliera Andina.


Campi solcati
Tavolati rocciosi più o meno inclinati, caratterizzati da diverse microforme epigee, quali scannellature, fori di dissoluzione, vaschette di corrosione, solchi, dovute ad azioni di corrosione, dissoluzione e scorrimento superficiale ad opera dell’acqua. Sono conosciuti anche come Karrenfelder (da tedesco Karren).


...




giovedì 26 giugno 2014

Escursionismo moderno

L'escursionismo moderno non può limitarsi ad una semplice pratica sportiva, ma deve essere anche immersione e studio della natura, cultura della montagna e degli uomini che vi vivono da sempre.
Natura, storia e cultura. Ma anche valori umani tanto necessari all'uomo di oggi, la solidarietà, il rispetto dell'ambiente, il valore della fatica, il piacere del lavoro ben fatto. Valori positivi da riconquistare per vivere meglio.


domenica 22 giugno 2014

Al rifugio Alpe Colma tra le Valli Anzasca e Antrona

Con il toponimo di alpi della Colma sono indicati i nuclei di baite e pascoli adagiati sulla dorsale spartiacque fra l'Anzasca e l'Antrona. Questi alpeggi furono aspramente contesi per secoli con liti che si protrassero sino al 1927 quando furono definiti per sempre i confini comunali. Il rifugio è stato costruito dalle Comunità Montane Monte Rosa e Valle Antrona, ed è stato ricavato ristrutturando i ruderi di una vecchia stalla. Inaugurato 17 luglio 2005 è dedicato a due episodi della Resistenza su questi monti. Il primo a don Giuseppe Rossi, parroco di Castiglione d'Ossola, che offri la propria vita per salvare quella dei suoi parrocchiani, ostaggio della rappresaglia fascista. Aveva 32 anni; fu catturato la sera del 26 febbraio 1945, percorso e poi fucilato dopo essere costretto a scavarsi la fossa. Il secondo all'eccidio di due giovani partigiani,
Jonghi Sergio e Saglio Salti Aldo di Ornavasso, trucidati il 6 giugno 1944 dai nazifascisti.

Dall'autostrada A26 Gravellona Toce, proseguiamo sulla SS33 del Sempione sino all'uscita di Villadossola, seguendo le indicazioni per Antrona risaliamo la valle per circa 9 km, attraversando i comuni di Seppiana e Viganella.
Dopo la frazione Rivera, attraversato il ponte sull'Ovesca e tralasciando la stradina a sinistra per l'agriturismo "Alberobello" da cui poi faremo ritorno, proseguiamo per circa una centinaio di metri. Parcheggiamo in un spiazzo a sinistra, davanti a una bella baita ristrutturata, poco prima del campo sportivo. Una palina segnavia ci indica che siamo in località "Mundà" a 571 m. Dopo aver guardato il percorso sulla cartina del pannello informativo, imbocchiamo il sentiero SI (Sentiero Italia) per l'Alpe Prei/Alpe La Colma. Il sentiero è stato recentemente ripulito: rasata l’erba dal pannello sino all’inizio del sentiero e tagliati gli alberi, caduti durante l'inverno, che intralciavano il percorso.
Il sentiero diviene ben presto una bella mulattiera che sale verso destra con stretti tornanti. Continuiamo attraverso una piccola radura costeggiando un muro in sasso. Oltrepassata l'alpe Baitone 706 m, il percorso si sviluppa con un susseguirsi di svolte, che si alzano ripide sulla costa della montagna a lato del vallone della Conca. Arrivati in una piccola radura incontriamo i ruderi dell'alpe Lamporiggia 1148 m. Dopo le baite il sentiero riprende a salire nel bosco inanellando una lunga serie di tornanti. Usciti dal bosco, sulla cresta davanti a noi possiamo già intravedere il rifugio. Dopo alcune baite costruite interamente in sasso rientriamo nel bosco e, dopo un breve tratto in leggera salita, giungiamo nei pressi di una baita in un buono stato di conservazione. Pieghiamo a destra e seguendo un altro ripido tratto raggiungiamo le prime baite dell'alpe Prei. Deviamo a sinistra uscendo in una radura, per poi volgere a destra riprendendo a salire e, rapidamente, arriviamo al nucleo più consistente di baite, 1413 m, adagiate su di un bel dosso prativo che si apre sulla testata della valle Antrona. Prima di proseguire con una breve deviazione saliamo al monumento all'alpino, balcone naturale sulla sottostante valle. Ridiscesi, attraversiamo l'alpeggio e, seguendo i segnavia, pieghiamo verso destra rientrando nel bosco. Usciti dal bosco, risaliamo gli ultimi tornanti e arriviamo al rifugio Alpe Colma 1570 m, dove ad accoglierci ci sono i gestori Olindo e Patrizia. Dopo aver concordato l'orario per il pranzo, decidiamo di proseguire seguendo l'ampia cresta verso destra in direzione della Croce del Cavallo. Arrivati a circa 1.700 m decidiamo di fermarci e dopo una breve pausa, ritorniamo al rifugio dove ci aspettano dei buonissimi capunti conditi con il ragù preparato da Olindo. Al rifugio siamo solo noi cinque e i gestori e, tra una risata e un bicchierino di grappa, il tempo è letteralmente volato. Purtroppo è arrivato il momento di salutarci, scattata la foto di gruppo e salutati i gestori, riprendiamo il cammino. Per il ritorno risaliamo nuovamente sull'ampia cresta per poi prendere a sinistra. Dopo un breve tratto in salita iniziamo a scendere, lasciata alle nostre spalle l'alpe Colma dei Prei, in pochi minuti arriviamo all'alpe Colma di Castiglione 1524 m. Dalla baita, dove notiamo una bella meridiana, seguiamo le indicazioni per la Valle Antrona e alla successiva palina segnavia seguiamo il sentiero C9 (Alpe La Piana/Alpe Alberina/Viganella). Scendiamo attraversando alcuni prati per poi entrare nel bosco, questo percorso a differenza di quello effettuato all'andata è meno ripido e anche meno scivoloso. Dopo pochi minuti veniamo raggiunti da un temporale, ma fortunatamente cadono solo poche gocce di pioggia, neanche il tempo di aprire l'ombrello ed è già tutto finito. Usciti dal bosco incontriamo una baita ristrutturata "i Russ", seguiamo quindi l'ampio sentiero arrivando rapidamente in una radura, svoltando a destra poco dopo incrociamo la strada sterrata che seguiamo. Oltrepassiamo la fontana all'alpe La Piana 850 m e successivamente l'alpe Alberina 685 m. Tralasciato il sentiero a destra (Ugo Mazza - Sentieri della libertà) e continuando sulla strada sterrata, arriviamo alpe Alberobello con l'omonimo agriturismo. Proseguiamo per la strada asfaltata e, dopo poco, incrociamo la strada di fondovalle, da cui siamo arrivati al mattino. Risaliamo fino ad arrivare allo spiazzo dove avevamo lasciato l'auto (circa 10 minuti dall'agriturismo).
Malati di Montagna: Lorenzo, Silvio, Danilo, Pg e Fabio

Il rifugio Alpe Colma è stato costruito accanto alla "Via Alpina" e alla “Grande Traversata delle Alpi” ora “Sentiero Italia”


Interno del rifugio, piccolo, ma accogliente, proprio come piace a me...!!!
La cucina è rigorosamente casalinga, tutti i piatti vengono accuratamente preparati da Olindo e Patrizia.


Lorenzo, Silvio, i gestori Patrizia e Olindo, Pg
Danilo e Zago che si nasconde


...fra le fronde del bosco...


Alpe Prei 1413 m
Alpino amico mio non piango più perché te ne sei andato,
ora rido perché ci sei stato.


Paradisea liliastrum (L.) Bertol.
Il nome generico, Paradisea, ricorda  forse il cognome del conte Giovanni Paradisi, presidente del senato italiano nel 1871, al quale fu dedicato il genere; secondo altri per la bellezza paradisiaca del fiore


La Colma di Castiglione o di Calasca come spesso viene definita è una lunga e splendida dorsale che divalla fra la cima di Croce del Cavallo e il Pizzo Castello, formando lo spartiacque che divide la Valle Antrona dall'Anzasca. È tutto un susseguirsi di saliscendi su pascoli di alta quota, ed è indubbiamente una delle più belle "balconate" esistenti nell'Ossola...nuvole permettendo...!!!


verso l'alpe Colma di Castiglione


cartina con i principali sentieri di accesso al rifugio



martedì 17 giugno 2014

Come affrontare un'escursione



domenica 8 giugno 2014

Forcella Zulino...tra Val Sanguigno e Valcanale

La Val Sanguigno è un piccolo paradiso inviolato nel Parco delle Orobie Bergamasche, una delle zone più incontaminate di tutta la Lombardia, con pochi eguali nelle valli prealpine. È percorsa dal tumultuoso torrente Sanguigno, che scorrendo verso valle crea cascate, pozze e forre, uno spettacolo per gli occhi...

Dall'autostrada A4 usciamo a Bergamo e proseguiamo seguendo le indicazioni per la Valle Seriana. Arrivati a Ponte Nossa svoltiamo a sinistra in direzione Valbondione e quindi proseguiamo sulla strada provinciale che attraversa i paesi di Villa d’Ogna ed Ardesio, per poi svoltare a sinistra verso Valgoglio. Al bivio tralasciamo la strada a destra per Valgoglio e continuando diritti, arrivando in pochi minuti a Novazza. Attraversiamo il paese fino ad un tornante dove svoltiamo a sinistra in Via Miniera. Seguiamo la strada asfaltata e tralasciata la deviazione a sinistra per Bani in breve arriviamo allo spazio adiacente alla ex-miniera di uranio dove parcheggiamo l'auto (1050 m). Dal cartello in legno con l'indicazione per la Val Sanguigno, proseguiamo per un breve tratto in discesa su una strada sterrata per poi continuare sul sentiero che entra in un bel bosco di faggi. Dopo un primo tratto in falsopiano, iniziamo a guadagnare quota in modo graduale in un una bella abetaia, durante il tragitto possiamo notare i vari "Rall" (Piazzole) indicate con dei cartelli sui tronchi. Il sentiero risale la valle rimanendo a poca distanza dal torrente Sanguigno, che la attraversa. Camminando veniamo accompagnati dal fragoroso rumore di fondo del torrente: ci fermiamo più di una volta ad osservare l’acqua tumultuosa che si infrange sui massi e che precipita creando cascate, pozze. Usciti dal bosco, prima d'attraversare il ponte, ci fermiamo per piccola sosta al rifugio Gianpace 1331 m, dove ci dissetiamo alla fresca fontana. Attraversato il torrente seguiamo il segnavia 232 che inizialmente si snoda lungo il fondovalle, in un ambiente verdeggiante e pascolivo. Guadato un “torrentello”, giungiamo nei pressi di un grosso masso, dove il sentiero si divide. Seguiamo a sinistra il segnavia 265, tralasciando il sentiero a destra che prosegue verso il Passo di Val Sanguigno/Laghi Gemelli (sent. 232-267). Dopo alcune baite, in parte restaurate, tralasciamo il sentiero a sinistra che scende verso il torrente e dal quale poi faremo ritorno e, proseguendo in leggera salita, arriviamo in breve in un ampio pianoro, dove troviamo le torbiere. Queste zone umide di rilevante interesse, sono ambienti costituiti da depressioni sature d'acqua in cui gradualmente si sono accumulati materiali vegetali in decomposizione lenta che permangono a lungo nel suolo assumendo una colorazione scura ed una consistenza spugnosa e soffice, detta appunto "torba". Oltrepassata questa zona, il sentiero scende leggermente verso il torrente, che attraversiamo grazie a un ponte in legno. Inizia ora la parte più faticosa del percorso, la ripida ascesa verso la forcella di Zulino. Il sentiero è sempre ben segnato, ma è talmente ripido che non si ha il tempo di riprendere fiato. Giunti a poche decine di metri dalla nostra meta troviamo ancora alcune chiazze di neve e una splendida fioritura di crocus.
Alla forcella di Zulino (1759 m) monti ancora innevati ci circondano: lo sguardo volge dalla C.ma del Fop alla C.ma di Valmora, dal  P.zo Arera fino alla Corna Piana. Che dire, la fatica è stata ampiamente ricompensata e, in questo incantevole e suggestivo ambiente, sostiamo per il pranzo, contemplando queste maestose vette dolomitiche.
Per il ritorno ripercorriamo il medesimo sentiero fatto all'andata fino al bivio descritto precedentemente. Qui, anziché proseguire verso le baite, scendiamo al torrente, l'attraversiamo su un ponte in legno e, dopo una breve salita, proseguiamo in falsopiano raggiungendo un bellissimo laghetto. Costeggiato il laghetto iniziamo a scendere seguendo i segnavia. Arriviamo a una freschissima fontana dove ci fermiamo a riempire le borracce e a rinfrescarci. In breve raggiungiamo il rifugio Gianpace e, ripercorrendo il sentiero del mattino, ritorniamo al posteggio dove avevamo lasciato l'auto.
Malati di Montagna: Pg, Danilo e Fabio

...non ci si può sbagliare...!!!


torrente Sanguigno



Rifugio Gianpace 1331 m


Val Sanguigno, una perla naturalistica delle Orobie



alle nostre spalle...


Forcella Zulino 1759 m



il laghetto poco prima d'arrivare al rif. Gianpace




lunedì 2 giugno 2014

Su e giù...camminando sul crinale tra Emilia e Toscana...

1 giugno
Parco Regionale delle Valli del Cedra e del Parma, meglio noto come Parco dei Cento Laghi
Da Milano prendiamo l'autostrada A1 verso Bologna. Prima del casello di Parma, proseguiamo per La Spezia imboccando l'autostrada A15 della Cisa, che seguiamo fino al casello di Berceto. Usciti dal casello seguiamo le indicazioni per il Parco Nazionale dell'Appennino Tosco-Emiliano. Arrivati a Berceto, attraversiamo il paese e continuiamo seguendo le indicazioni del parco, oltrepassato il passo Sillara in breve arriviamo a Bosco, da qui proseguiamo per la località Lagdei. La strada asfaltata termina nei pressi di un bivio, svoltiamo a destra e dopo un tratto di strada sterrata, arriviamo nella zona adibita a parcheggio, vicino al rifugio Lagdei 1251 m, dove trascorreremo la notte.
L'escursione ad anello prende avvio all'inizio del parcheggio, dove sulla destra imbocchiamo la bella mulattiera lastricata, indicata da una palina segnavia (sent. 723A). Saliamo moderatamente all'interno di un bel bosco, usciti per un breve tratto attraversiamo una pietraia, sulla destra possiamo osservare un tratto del crinale che andremo a percorrere. Rientrati nel bosco in pochi minuti arriviamo a un bivio, tralasciamo il sentiero 723B per Cancelli/Le Carbonaie e continuiamo sul 723A. Dopo un tratto in falsopiano arriviamo alla palina segnavia che ci preannuncia l'arrivo al Lago Santo 1508 m (emissario), uno splendido lago naturale, il più grande dell'intero Appennino Settentrionale. Rimanendo alti seguiamo la sponda del lago e arrivati a una palina segnavia - Lago Santo 1520 m (morena) - continuiamo diritti seguendo ore il sentiero 723. Ridiscendiamo nuovamente verso il lago arrivando al rifugio Mariotti 1508 m, storico punto d'appoggio del Cai di Parma, eretto per la prima volta come ricovero nel 1882 e poi più volte modificato, dedicato al Senatore Giovanni Mariotti. Ci concediamo una breve pausa ammirando la bellezza di questi luoghi, lasciato il rifugio alle nostre spalle proseguiamo seguendo le indicazioni per la Sella del Marmagna/M. Marmagna (set. 723). Contorniamo lo splendido specchio d'acqua con splendide vedute e oltrepassata una fonte arriviamo in località peschiera, dove attraversato un torrente su un ponte in legno riprendiamo a salire rientrando nel bosco. Oltrepassato un caratteristico affioramento roccioso in breve arriviamo a un bivio - Pineta del Lago Santo 1577 m -, pieghiamo a sinistra tralasciando il sentiero 729 per la Bocchetta dell'Orsaro. Poco dopo raggiungiamo un'ulteriore palina segnavia, continuiamo in salita a destra, tralasciando il sentiero 719 che prosegue verso la Sella Sterpara e il Passo delle Guadine. Usciti all'aperto proseguiamo sull'ampia traccia, attraversando estese praterie di mirtillo, fino a raggiungere la Sella del Marmagna 1725 m, posta sul crinale che divide l'Emilia dalla Toscana. Anche se la giornata non è particolarmente limpida riusciamo ugualmente a distinguere, il promontorio di Porto Venere e il Mar Ligure, mentre sotto di noi la Lunigiana con il paese di Pontremoli. Seguendo le indicazioni sulla palina segnavia ci dirigiamo verso la prima cima della giornata, il Monte Aquilotto, lo si raggiunge facilmente, dopo aver superato con qualche cautela un breve canalino roccioso. Ritornati alla sella decidiamo di fare la pausa pranzo. Riprese le forze iniziamo a salire sul versante opposto da dove siamo scesi, seguendo il ben noto sentiero 00 o GEA (Grande Escursione Appenninica), l’itinerario a tappe che percorre tutto il crinale appenninico Settentrionale. La GEA nel tratto parmense, segue lo stesso percorso seguito dal sentiero "00", lungo il crinale principale che delimita il confine tra Emilia-Romagna e Toscana. Dopo un primo tratto ripido, la salita diventa più tranquilla e attraversati alcuni prati arriviamo in cima al Monte Marmagna. Con i suoi 1852 metri è il terzo monte dell’Appennino parmense, sulla sommità è stata issata nel 1901 una grossa croce in ferro di circa 10 metri. Il panorama a 360° spazia a est sul Monte Aquila fino alle più lontane Alpi Apuane e verso nord sulla vasta pianura Padana. Fatta la doverosa foto di gruppo iniziamo a scendere dal versante opposto da dove siamo venuti, alla palina segnavia pieghiamo verso sinistra, il sentiero perde quota velocemente, per poi compiere un breve, ma esposto traverso, impressionante il salto sul versante toscano. Girato il costone scendiamo fino alla Sella del Braiola 1715 m, dove Deborah, Raffaella e Luisa decidono di ritornare al rifugio seguendo il sentiero 727 per la Capanna Braiola/Lagdei. Iniziamo a salire seguendo il crinale e in circa 20 minuti raggiungiamo il pianoro erboso del Monte Braiola 1819 m, da notare il grande cippo confinario risalente al 1828, all'epoca delimitava il confine di stato tra il Ducato di Parma Piacenza e Guastalla con il Granducato di Toscana. Scendiamo sull'ampio crinale erboso e in pochi minuti giungiamo alla bocchetta dell'Orsaro 1722 m, decidiamo di tralasciare la via diretta verso la cima e di proseguire verso destra seguendo il sentiero 729 verso la Capanna Braiola. Il sentiero dopo un primo tratto in costa, inizia a scendere leggermente attraversando grandi distese di mirtilli, arrivati alla palina segnavia, tralasciamo il sentiero 727 e proseguiamo verso il fondo del Vallone del Braiola, caratterizzato dalla presenza sulla sinistra dell’omonima Capanna (1610 m - titolata nel 1979 a Roberto Schiaffino), utilizzabile come bivacco di
emergenza. Attraversato un torrentello giungiamo a un crocevia di sentieri, continuiamo seguendo il segnavia 727 (Ponte Rotto/Lagdei). Entriamo nel bosco, scendendo in un fresca e suggestiva valletta, dopo aver guadato un ruscello stagionale ai piedi della Bocchetta dell'Orsaro, alla palina segnavia svoltiamo a sinistra seguendo il sentiero 727A. Risaliamo a mezza costa il versante sud est del monte Orsaro, arrivando a incrociare nuovamente il sentiero di crinale 00/GEA. Tralasciamo momentaneamente il sentiero per la Foce del Fosco e svoltando a sinistra iniziamo a salire verso il Monte Orsaro. Il sentiero anche se ripido non presenta nessuna difficoltà , noi abbiamo trovato ancora della neve residua che ci ha fatto rallentare, comunque in circa 20/25 minuti (senz'altro non i 15 minuti segnalati), raggiungiamo la vetta, caratterizzata da un bronzo raffigurante l’Assunta 1831 m, dalla quale godiamo di un meraviglioso panorama. Nelle giornate terse lo vista spazia dalle Alpi fino all’Isola d’Elba, talvolta anche se è raro, fino alle montagne della Corsica. Ritornati al bivio proseguiamo in falsopiano fino alla Foce del Fosco 1613 m, da dove scendiamo verso destra seguendo il sentiero 725, alla seguente palina segnavia svoltiamo a destra, seguendo il segnavia 725A che si sviluppa tra il sovrastante orlo di scarpata del circo glaciale del Fosco e la sottostante valle sospesa di origine glaciale che occupa gli spazi boschivi a faggeta ed abetina dei Ronchi di Luciano. Incrociato il sentiero 723 lo tralasciamo e continuiamo a sinistra ancora sul 725A, indicato da una palina segnavia (Lagdei/bivio 725). Perdendo quota ripidamente raggiungiamo l'ampio sentiero usato come pista da fondo, da qui svoltiamo a destra, seguendo il segnavia 725 per Lagdei. Oltrepassato un ramo del torrente Parma su un ponticello in legno, in breve facciamo ritorno al rifugio Lagdei 1251 m.


Il lago Santo è il più grande lago glaciale dell'Emilia-Romagna, 
oltre a essere il maggiore lago naturale di tutto l'Appennino settentrionale.


Monte Aquilotto 1781 m


Monte Marmagna 1851 m
Si ipotizza che il nome Marmagna potrebbe derivare dal latino Mater Magna (grande madre) con riferimento a perduti culti montani.


Franco, Deborah, Andrea, Pg, Fabio, Luisa, Silvio e Raffaella


Il M. Orsaro visto dal Monte Braiola 1819 m


M. Orsaro 1831 m
Il toponimo si riferisce al grande plantigrado che trovava rifugio alle sue falde 
dalle persecuzioni che lo fecero estinguere attorno al XVII sec.


Madonna con bambino sul M. Orsaro


Quando penso, a ciò che la natura ci offre, ogni volta mi stupisco... di quanto lei sia generosa... Appennino Tosco-Emiliano... boschi immensi, di faggi, pini cosi maestosi, che allungandosi verso il cielo, sembra,volerlo toccare e accarezzare.
Questi luoghi, dove il suo creatore si è divertito con un pennello a dargli forme morbide, a colorarle nei verdi più accesi, e poi, con il suo alito ci ha soffiato sopra, e tutto a preso vita... 
In punta di piedi, e nel massimo rispetto, tutti dobbiamo rispettare la sua integrità...
Grazie anche a voi Malati di Montagna.... ogni volta è sempre una nuova e grande emozione...
Raffy



2 giorno
Visita al Castello di Torrechiara, costruito tra il 1448 e il 1460 dal Magnifico Pier Maria Rossi, considerato un esempio tra i meglio conservati di architettura dei castelli in Italia. Per concludere degnamente questi due giorni ci fermiamo a mangiare alla "Bottega di Mora" a Langhirano (PR).
Malati di Montagna: Luisa, Franco, Silvio, Andrea, Raffaella, Deborah, Pg e Fabio



Una leggenda popolare racconta l'eterna storia d'amore fra il famoso condottiero Pier Maria Rossi e la bella Bianca Pellegrini. Si dice che il fantasma del conte Pier Maria Rossi ritorni ancora sul Rio delle Favole, strada che conduce all'ingresso del Castello, recitando il motto dedicato all'amata: 
nunc et semper. 
Il motto è rintracciabile anche nell'affresco della "Camera d'oro" del Castello, edificato tra il 1448 e il 1462, impresso sul nastro che lega i due cuori intrecciati con le iniziali di Bianca e Pier Maria.