Secondo la tradizione popolare, durante il regno dell'imperatore Augusto, le milizie romane in transito in Valsesia avrebbero intagliato una strada a metà altezza sulla parete rocciosa della montagna usando il ferro e gli scalpelli, dando così origine al nome "Tagliaferro" e a una caratteristica cengia orizzontale visibile ancora oggi. Durante i lavori, i Romani scoprirono una grande caverna naturale e decisero di usarla per nascondere un immenso bottino di guerra. Per difendere l'oro e le ricchezze da eventuali ladri, invocarono le divinità della montagna, che posero a guardia dell'ingresso due rospi magici. La leggenda narra che un giorno tre giovani del luogo riuscirono a trovare l'accesso alla caverna. All'interno videro mucchi di denaro, gemme e oro zecchino. Cominciarono a riempirsi le tasche, ma non si accorsero di un incantesimo: a ogni moneta o pietra preziosa sottratta, i due rospi guardiani all'entrata crescevano di dimensioni, trasformandosi via via in due draghi spaventosi. Bloccati dai mostri e impossibilitati a uscire, i tre giovani capirono l'errore e deposero tutto il maltolto. Solo allora i rospi tornarono normali e i ragazzi poterono fuggire, mentre sulla montagna si scatenava un temporale furioso. Ancora oggi, quando un forte temporale scuote le cime della Valsesia, gli anziani del posto raccontano che i custodi magici vigilano ancora su quel tesoro dimenticato.
Per la relazione da Rima al rifugio Ferioli consultare il link