Il mio zaino non è solo carico di materiali e di viveri: dentro ci sono la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi, il mio carattere, la mia solitudine. In montagna non porto il meglio di me stesso: porto me stesso, nel bene e nel male.
Renato Casarotto

Le montagne sono di tutti, ma non sono per tutti: sono per chi le ama e le rispetta, per chi vuole viverle e conoscerle, per chi non prevarica con il proprio io la loro esistenza e armonia.
Mario Rigoni Stern

domenica 23 dicembre 2012

Buone Feste dall'Alpe Larecchio

Dall'autostrada A26 prendiamo l’uscita per Romagnano/Ghemme e continuiamo a sinistra sulla statale SS299. Poco prima di Alagna svoltiamo a sinistra giungendo a Riva Valdobbia, proseguendo oltrepassiamo la frazione Ca' di Janzo e in pochi minuti arriviamo in località S. Antonio 1381 m, dove lasciamo l'auto nel piccolo parcheggio a lato della chiesa.
Durante la notte ha nevischiato e l'ambiente attorno è alquanto fiabesco, non fa nemmeno tanto freddo anche se parte dell'escursione risulta all'ombra. Indossati i cappelli di Babbo Natale..., ci incamminiamo lungo l'ampia carrareccia, con bella vista sul gruppo del Corno Rosso. Costeggiamo le fitte foreste che ricoprono l'aspro versante orografico destro della valle, mentre sul lato opposto più docile e ondulato vi sono i bellissimi nuclei abitativi Walser, ancora perfettamente conservati. La strada innevata ben presto lascia il posto al sentiero, passiamo a volte nel cuore delle varie località Walser di Rabernardo, di Seletto, di Piane, di Peccia 1529 m con la sua bella chiesa che domina l'abitato. Oltrepassato il Ponte Napoleonico, tralasciamo il sentiero a sinistra e iniziamo a salire con sempre più pendenza verso destra raggiungendo il nucleo di baite di Montata 1739 m. Proseguiamo all'interno di un suggestivo bosco di larici su un sentiero piuttosto ripido, oltrepassando alcune baite e una cappelletta. Giunti ad un bivio svoltiamo a sinistra seguendo le indicazioni per l'alpe Larecchio, tralasciando a destra il sentiero per il rifugio Ospizio Sottile presso il Colle Valdobbia, che mette in comunicazione la Valle di Gressoney con la Val Vogna e la Valsesia, lo consiglio a tutti coloro che vogliano effettuare una lunga ma appagante escursione su un'antica via di comunicazione già percorsa dai viandanti nel '700. Dopo circa una decina di minuti usciamo dal bosco e arriviamo nella bellissima e suggestiva piana dell'Alpe Larecchio 1900 m, dove dopo aver effettuato un breve giretto ci concediamo una pausa sotto ai raggi caldi del sole. Al ritorno effettuiamo il medesimo percorso dell'andata.
Malati di Montagna

Danilo, Fabio, Franco, Piergiorgio, Simeone e Aldo vi augurano a tutti coloro 
che seguono questo nostro blog un sereno Natale e un Felice Anno Nuovo


by Aldo



by Simeone



babbi Natale all'alpe Larecchio


ma la slitta dov'è...???


finalmente a casa...!?!


la Lapponia è qui in Valsesia...

domenica 16 dicembre 2012

Time (Pink Floyd)

Time è uno dei più celebri brani dei Pink Floyd, contenuto nell'album The Dark Side of the Moon del 1973.
È l'ultimo dei rarissimi brani nella carriera dei Pink Floyd ad essere stato composto a "otto mani" dai quattro componenti della band (Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright, Nick Mason). Le strofe sono cantate da Gilmour, i ritornelli da Wright.


Scorrono via i momenti che costituiscono un giorno noioso 
Sperperi e sprechi le ore in maniera affrettata 
girovagando su un pezzo di terreno 
nella tua città natale 
aspettando qualcuno o qualcosa 
che ti indichi la via 

Stanco di giacere alla luce del sole, di stare a casa a guardare la pioggia 
Tu sei giovane e la vita è lunga e c'è ancora tempo da sprecare oggi 
Ma poi un giorno scopri che dieci anni sono trascorsi 
Nessuno ti aveva detto quando muoverti, hai perso lo sparo del via. 

E corri e corri per raggiungere il sole ma sta tramontando 
Correndo in circolo per emergere nuovamente dietro di te 
Il sole è lo stesso in maniera relativa, ma tu sei più vecchio 
fai respiri più brevi 
e sei un giorno più vicino alla morte 

Ogni anno sta diventando più breve, sembra di non trovare mai il tempo 
progetti che l'un l'altro si risolvono in nulla o in una mezza pagina 
di righe scribacchiate 
Aspettare in una quieta disperazione è alla maniera inglese 
Il tempo se n'è andato, la canzone è finita, pensato di avere qualcosa 
ancora da dire... 

Casa, casa di nuovo 
mi piace essere qui quando posso 
quando vengo a casa, infreddolito e stanco 
è bello riscaldarmi le ossa accanto al fuoco 
Lontano attraverso i campi 
Il rintoccare delle campane di ferro 
richiama i fedeli a stare in ginocchio 
a sentire le magiche formule sommessamente parlate 

giovedì 13 dicembre 2012

Alpi: tetto d’Europa al sicuro


domenica 9 dicembre 2012

La magia dell'alpe Solcio...

D'inverno la neve trasforma l'alpe Solcio ed il rifugio P. Crosta in luoghi magici. 
La strada diventa un percorso praticabile esclusivamente a piedi, camminare nei boschi calpestando la neve fresca e ascoltare il silenzio ovattato interrotto solo dal cinguettio degli uccelli e dei suoi scricchiolii invernali, il manto di neve immobile, è un’esperienza che entra nel cuore per rimanervi. E poi ci sono loro Enrico e Marina gestori del rifugio che vi faranno subito sentire a vostro agio e tornare a casa poi sarà davvero molto difficile...
(la descrizione del percorso la troverete all'interno del blog) 
Malati di Montagna: Marco, Simeone, Pg, Danilo, Aldo, Kiran e Fabio

il rifugio P. Crosta...


...è al centro del mondo!!!


La vita è come uno specchio: ti sorride se la guardi sorridendo.
Jim Morrison


ultimi caldi raggi di sole...


le luci della sera...


avevano proprio fame...!!!


by Aldo


Simeone e papà Marco


tutti in fila...



by Simeone, fotoreporter ufficiale dei MALATI DI MONTAGNA



vita da ciaspolatori...




gruppo al completo...con tanto di cane...!!!


al lupo solitario non piace stare in fila...


sguardi fieri...!!! 


sabato 8 dicembre 2012

...educazione


martedì 4 dicembre 2012

La più bella dichiarazione sull’ambiente

Risposta del Capo indiano Seattle al grande Capo di Washington che voleva comprare le terre indiane e promise di istituirvi  una grande riserva per i pellerossa (1854)

Come si può comprare e vendere il firmamento o il calore della terra ?
Noi non conosciamo questa idea. Se non siamo padroni del fresco dell’aria nè della purezza delle acque, voi come potete comprarli ? Ogni pezzetto di questa terra è sacro per il mio popolo; ogni granello di sabbia della spiaggia, ogni goccia di rugiada dei boschi e perfino il ronzio di ogni insetto è sacro per la memoria ed il passato del mio popolo.
La linfa che circola nelle vene degli alberi porta con sè la memoria dei pellerossa. I morti dell’uomo bianco, quando iniziano il loro cammino fra le stelle dimenticano il loro paese di origine; in cambio i nostri morti non possono mai dimenticare questa terra buona, dato che è la madre dei pellerossa. Noi siamo parte della terra ed allo stesso tempo la terra è parte di noi.
I fiori profumati sono nostri fratelli; la selvaggina, il cavallo, la grande aquila: sono tutti nostri fratelli. Le montagne scoscese, i prati umidi, il calore del corpo del cavallo e l’uomo appartengono tutti alla stessa famiglia.
Perciò quando il grande capo di Washington nel suo messaggio ci dice di voler comprare le nostre terre, ci sta domandando troppo.
Ma il Grande Capo ci dice anche che ci lascierà un luogo dove poter vivere confortevolmente fra di noi. Lui diventerà il nostro padre e noi i suoi figli. Per questo prendiamo in considerazione la sua offerta di comprare le nostre terre. Non è facile, perchè questa terra per noi è sacra. L’acqua che scorre nei fiumi e nei torrenti, non è acqua solamente, ma rappresenta anche il sangue dei nostri antenati.
Se vendiamo le terre, dovete ricordarvi che sono sacre ed allo stesso tempo glielo dovete insegnare ai vostri figli; e gli dovete insegnare che ogni riflesso fantasmagorico nelle acque limpide dei laghi racconta la storia e le memorie della vita della nostra gente. Il mormorio dell’acqua è la voce del padre di mio padre. I fiumi sono nostri fratelli e saziano la nostra sete; portano le nostre canoe ed alimentano i nostri figli. Se vendiamo le nostre terre, dovete ricordare ed insegnare ai vostri figli che i fiumi sono nostri fratelli e quindi dovete trattarli con la stessa dolcezza con cui si tratta un fratello.
Sappiamo che l’uomo bianco non capisce il nostro modo di vivere. Lui non sa distinguere fra un pezzo di terra ed un altro, perchè è come un estraneo che arriva di notte e prende dalla terra ciò di cui ha bisogno. La terra non gli è sorella, ma nemica, ed una volta conquistata prosegue il suo cammino lasciandosi dietro la tomba dei suoi padri, e non gli importa niente. Sequestra la terra ai suoi figli: ed anche questo non gli importa. Dimentica sia la tomba dei suoi padri sia il patrimonio dei suoi figli. Tratta sua madre, la terra, e suo fratello, il firmamento, come oggetti che si comprano, si sfruttano e si vendono come pecore.
La sua fame divorerà la terra e lascierà dietro di sè solo il deserto.
Non so, ma il nostro modo di vivere è diverso dal vostro. Solamente il vedere le vostre città rattrista i pellerossa. Ma forse sarà perchè il pellerossa è un selvaggio e non capisce niente.
Nella città dell’uomo bianco non esiste un uomo tranquillo, nè un luogo dove ascoltare come si aprono le foglie degli alberi in primavera o come volano gli insetti. Ma anche questo dev’essere perchè sono solo un selvaggio che non capisce niente.
Il rumore sembra un insulto alle nostre orecchie. E dopotutto, a che serve la vita se l’uomo non può ascoltare il grido solitario del gufo, nè le discussioni notturne delle rane sulla riva della palude?
Sono un pellerossa e non capisco niente. Noi preferiamo il lieve sussurro del vento sulla superficie della palude e pure l’odore dello stesso vento purificato dalla pioggia del mezzogiorno o profumato dall’aroma del pino.
L’aria ha un valore incalcolabile per il pellerossa, perchè tutti gli esseri partecipano della stessa aria: la bestia, l’albero, l’uomo, tutti respirano la stessa aria. L’uomo bianco non sembra consapevole dell’aria che respira: come un moribondo durante un’agonia molto lunga egli è insensibile alla puzza.
Ma se vendiamo le nostre terre dovete ricordarvi che l’aria per noi è inestimabile. Il vento che ha dato il primo respiro di vita ai nostri nonni riceve anche il loro ultimo respiro.
E se vi vendiamo le nostre terre, voi dovete conservarle come qualcosa di diverso e sacro, come un luogo dove anche l’uomo bianco possa assaporare il vento profumato dei fiori dei prati.
Per questo prendiamo in considerazione la vostra offerta di comprare le nostre terre. Se decidiamo di accettarla, io porrò delle condizioni: l’uomo bianco dovrà trattare gli animali di questa terra come suoi fratelli.
Sono un selvaggio e non capisco altro modo di vivere.
Ho visto migliaia di bufali marcire nelle praterie, uccisi dalle pallottole dell’uomo bianco, sparate da un treno in marcia. Sono un selvaggio e non capisco come una macchina fumante possa interessare di più del bufalo che noi ammazziamo solo per sopravvivere.
Che sarebbe dell’uomo bianco senza gli animali? Se fossero sterminati tutti, anche l’uomo bianco morirebbe di solitudine spirituale perchè ciò che succede agli animali, succederà anche all’uomo.
Tutto è collegato.
Dovete insegnare ai vostri figli che la terra che voi calpestate è la cenere dei nostri padri. Inculcate ai vostri figli, come noi abbiamo insegnato ai nostri, che la terra è la nostra madre.
Tutto ciò che accade alla terra, accadrà ai figli della terra.
Se gli uomini sputano in terra, sputano su sè stessi.
Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, ma è l’uomo che appartiene alla terra.
Questo è ciò che sappiamo. Tutto è collegato, come il sangue che unisce una famiglia. Tutto è collegato.
Non è stato l’uomo a tessere la trama della vita: egli è soltanto un filo. Quello che fa alla trama, lo fa a sè stesso.
Neppure l’uomo bianco, il cui Dio passeggia e parla con lui da amico ad amico, sfuggirà al destino comune.
Nonostante tutto, forse siamo fratelli. Lo vedremo.
Sappiamo una cosa che forse l’uomo bianco un giorno scoprirà: il nostro Dio è lo stesso Dio.
Voi adesso potete pensare che vi appartenga così come desiderate che vi appartengano le nostre terre. Ma non è così.
Egli è il Dio degli uomini e la sua compassione si distribuisce nella stessa misura fra il pellerossa e l’uomo bianco.
Questa terra ha un valore inestimabile per Lui e se viene danneggiata si provocherebbe l’ira del Creatore.
Anche i bianchi perirebbero, forse prima delle altre tribù.
Contaminate i vostri letti ed una notte perirete affogati nei vostri stessi residui.
Ma voi camminerete verso la vostra distruzione circondati di gloria, ispirati dalla forza del Dio che vi ha guidati a questa terra e che a causa di qualche destino speciale vi ha dato il dominio su di essa e sopra i pellerossa.
Questo destino è per noi un mistero, in quanto non capiamo perchè vengono sterminati i bufali, perchè si domano i cavalli selvaggi, perchè vengono saturati gli angoli segreti dei boschi con il respiro di tanti uomini e si riempie il paesaggio delle colline lussureggianti con cavi parlanti.
Dov’è la pianura ? Distrutta
Dov’è l’aquila ? E’ scomparsa.
Finisce la vita ed incomincia la sopravvivenza

domenica 2 dicembre 2012

Al Sasso di San Martino a picco sul lago di Como

Percorriamo l'autostrada A9 verso la Svizzera, usciti a Como Nord seguiamo la sponda occidentale del Lario arrivati a Cadenabbia, svoltiamo a sinistra e passando tra le case, arriviamo in breve a Griante, dopo il cimitero, all'altezza del campo sportivo seguiamo la strada a sinistra arrivando in breve al parcheggio adiacente alla graziosa chiesa di San Rocco 255 m, da dove è già ben visibile la rupe con la chiesa di San Martino.
Ci incamminiamo seguendo una stradina con l'indicazione per San Martino, arrivati sulla strada asfaltata svoltiamo a sinistra e dopo pochi metri scendiamo alcuni gradini sulla destra, attraversato il torrente dei Ronconi su un ponticello, iniziamo a salire su una larga mulattiera acciottolata costellata dalle cappelle della Via Crucis. A circa metà strada incontriamo la Cappella degli Alpini dedicata a San Carlo, in breve arriviamo a un bivio, trascuriamo momentaneamente il sentiero Pilone/Forcolette (indicazione sulla roccia), e proseguiamo a mezza costa verso destra. Superato un valloncello in pochi minuti giungiamo  sul poggio erboso su cui sorge la graziosa cappella di San Martino: l´oratorio, noto anche come Santuario della Madonna delle Grazie 475 m, risalente al XVI secolo.
Tale denominazione pare sia legata al ritrovamento, in questo luogo, di una statua della Madonna, probabilmente nascosta in un anfratto roccioso da un abitante locale, per sottrarla alla furia iconoclasta dei calvinisti grigioni che imperversarono qui nel 1523. Pare, così come suggerisce l´evidente posizione strategica, che l’edificio sacro sia stato costruito sui ruderi di una fortezza tardo medioevale, o sia il rifacimento di un oratorio inserito nella fortificazione stessa. Sicuramente la posizione offre un impareggiabile panorama sul Lago di Como e sulla bella sponda occidentale.
Abbandoniamo questo luogo di pace e silenzio ripercorrendo a ritroso il sentiero fino al bivio. Dapprima piacevolmente ombreggiato da betulle e faggi, il sentiero avanza con ampi tornanti, facendoci guadagnare quota quasi senza fatica. È veramente un tracciato perfetto, ben disegnato e costruito; osservando meglio si intuisce che un tempo il sentiero di oggi doveva essere una larga mulattiera, gradualmente abbandonata e in buona parte "riassorbita" dalla montagna.
La salita ci porta all'inizio di un lungo tratto che incide a zig zag i ripidi prati, allo scoperto dalla vegetazione d'alto fusto. Numerosi tornanti si succedono ma il procedere resta assai agevole. Più in alto un lungo mezza costa verso Nord porta alle spalle di un torrione roccioso che segna l'inizio del valloncello adducente alle Forcolette. Da qui il percorso diviene un po' meno agevole, ma pur sempre facile: l'erosione del suolo, e lo scorrere delle acque che hanno scelto il sentiero come loro letto, hanno un po' rovinato il camminamento.
Rientrati nel bosco saliamo ancora qualche tornante fino a sbucare nel bel prato sottostante la sella delle Forcolette. Un grande faggio sorveglia la zona occupata, nella parte superiore della radura, da alcune baite. Raggiunte le case lasciamo momentaneamente la deviazione sulla sinistra verso i Monti di Nava, per procedere nella direzione opposta, passando fra gli edifici. Un'ultima salitina porta, infine, sul ciglio di un altro prato, posto proprio sulla sella delle Forcolette. La prosecuzione per la vicina vetta del Sasso di San Martino è un po' mascherata dalla vegetazione, ma si ritrova facilmente: basta seguire a destra il margine del prato per riemmettersi subito nel bosco, dove compare la larga mulattiera. Alcuni tornanti permettono di guadagnare quota e di raggiungere facilmente la vetta 862 m, da dove si apre un magnifico panorama, dalla bella piramide del Monte Legnone al gruppo delle Grigne.
Ritorniamo sui nostri passi fino al bivio, per poi proseguire verso i Monti di Nava,  il sentiero si stringe e sale con  ripidi tornanti, raggiungendo la costa della montagna. Superata una recinzione, proseguiamo dritti in discesa su un sentiero non segnalato, attraversando due radure e seguendo una traccia segnalata da vernice rossa scolorita sui sassi, scendiamo a sinistra in un boschetto. Dopo qualche minuto incontriamo un’altra recinzione e in breve arriviamo su uno sterrato in località Monti di Nava 885 m all’altezza di una cappella votiva. Proseguiamo a sinistra seguendo un breve  tratto della “Via dei Monti Lariani” sentiero n° 2 (percorso di trekking lungo 125 km che collega i monti sulla sponda ovest del lago). Dopo circa 400 m, all’altezza dell’ultima casa dei monti di Nava, lasciamo la “Via dei Monti Lariani”, e prendiamo a sinistra imboccando la strada in cemento che costeggia l’ultimo abitato dei monti di Nava (segnavia Griante).
Scendiamo a tornanti verso il lago con ampia vista sul promontorio di Lavedo e i paesi di Tremezzo, Mezzegra e Lenno. Poco più avanti la strada militare tenderà sul versante sovrastante Griante con una bella vista sul Sasso San Martino e l’omonima chiesetta. Tralasciata la deviazione per la cappella degli alpini, in breve giungiamo ad un altro bivio, teniamo la sinistra arrivando in breve sulla strada asfaltata dove è posta una palina segnavia. Proseguiamo a sinistra in leggera salita e dopo un breve tratto in piano costeggiando una coltivazione di oliveti, iniziamo a scendere. Alla prima curva, vicino all'entrata di una villa, svoltiamo a destra scendendo ripidamente lungo una mulattiera gradinata e in men che non si dica arriviamo al parcheggio adiacente alla chiesetta di San Rocco dove abbiamo lasciato l'auto.
I celti anticamente chiamavano Griante "Griant Tir" ovvero Terra del sole e dopo questa giornata trascorsa direi che avevano davvero ragione... !!!
Malati di Montagna: Pg, Franco e Fabio

una balconata sul lago...



le "Grigne"


da San Martino...



giochi di luce sul lago




domenica 25 novembre 2012

ai confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso

Con gli amici Patrizia, Giuseppe e Fabio, dopo mesi e mesi che rimandavamo, finalmente riusciamo a organizzare un'uscita assieme in montagna. Dall'autostrada A5 esco a Ivrea e proseguo seguendo le indicazioni per Castellamonte, prima di proseguire per Courgnè, mi fermo a casa loro, dove gentilmente Patrizia mi offre un caffè, che a quest'ora del mattino è davvero cosa molto gradita. Con una macchina proseguiamo verso la Valle dell'Orco, oltrepassato Sparone e Locana, dopo una galleria arriviamo in un vallone pianeggiante, giunti quasi al termine svoltiamo a destra per Fey addentrandoci nella borgata. Dopo pochi minuti seguendo la strada principale sulla sinistra in prossimità di un grosso sasso troviamo le indicazioni dell'inizio della mulattiera. Lasciata la macchina in uno slargo iniziamo a incamminarci, accanto alla palina segnavia c'è anche un cartello in legno con l'indicazione "Sentiero Natura". Entriamo nel bosco e iniziamo a percorrere la mulattiera che in alcuni tratti risulta ripida e ricoperta da un fitto fogliame, in breve raggiungiamo un enorme e lungo masso, adagiato sulle pendici della montagna, come una balena che si è addormentata…!!!
Giungiamo all'alpe Mesonette 1064 m, un antico borgo ormai in rovina, perdere qualche minuto camminando tra le sue case è come fare un salto indietro nel suo passato, la montagna non è solamente il raggiungimento della cima, ma è soprattutto la riscoperta di luoghi che hanno scritto la storia di questo mondo che io chiamo "Terre Alte"…
Dalla cappella riprendiamo a salire fino ai casolari di Barrera 1267 m, il sole ora inizia a illuminare la montagna e i panorami iniziano ad allargarsi. Senza quasi accorgerci ci ritroviamo sul GTA (Grande Traversata delle Alpi), tralasciamo il sentiero a sinistra verso il rifugio Noaschetta, altro luogo idilliaco che consiglio a chiunque almeno una volta nella vita d'andarci, proseguiamo a destra e dopo un tratto in falsopiano arriviamo all'alpe Meinardi 1481 m. ci addentriamo tra i ruderi di varie costruzioni puntando verso il campanile. Giunti a una fontana, sulla sinistra, scendiamo verso destra lungo una scalinata e in breve arriviamo davanti al portico del Santuario di S. Anna. Una bella chiesa votiva, riedificata nel 1891, su progetto dell'ingegnere Camillo Boggio, rappresenta il più grande edificio religioso sito nel Parco Nazionale Gran Paradiso. Dopo aver ammirato il panorama ci sediamo consumando il pranzo, per la via del ritorno seguiamo il medesimo itinerario fatto all'andata, escursione bella e appagante, vista la sua esposizione solare è adatta in quasi tutto l'anno.
Malati di Montagna: Patrizia, Giuseppe, Fabio e Fabio

by Fabio M.




by Fabio C.
Santuario di S. Anna 1481 m


alpe Meinardi






la "balena"



Fabio - Patrizia - Giuseppe
e il selvadego


sabato 24 novembre 2012

...fra le stelle...

Perdersi con lo sguardo fra le stelle, è come cominciare a camminare nella propria anima, esplorando passo dopo passo pensieri, sentimenti, desideri...
Anton Vanligt


foto by Lorenzo - Tour del Marguareis

sabato 17 novembre 2012

Monte Generoso la cima di confine più importante a sud del lago di Lugano

Dall'autostrada A8 esco a Como Nord e continuo per Menaggio sulla storica via "Regina" fino ad Argegno, da dove proseguo a sinistra seguendo le indicazioni per la Valle d'Intelvi, arrivando a Lanzo d'Intelvi. Continuo in direzione di Valmara / confine Svizzero fino all'incrocio con la strada che proviene da Pellio Intelvi a circa 500 m dalla dogana.

Brrrr…. oggi fa decisamente freddo, l'inverno è davvero alle porte, all'esterno la macchina mi indica -2, poco male vuol dire che camminando mi riscalderò. Lasciata l'auto in uno slargo sulla sinistra nei pressi dell'incrocio di Lanzo a circa 845 m, imbocco la mulattiera militare seguendo le indicazioni "Percorso delle Trincee" Luigi Mario Belloni, affronto il primo tratto che sale regolarmente nella faggeta della Valle dell'Inferno. Dopo poche decine di metri tralascio sulla sinistra il sentiero da cui farò ritorno e man mano che proseguo i suoni della civiltà si allontano, lasciandomi solo con i miei pensieri e con le mille voci che popolano il bosco.
Dopo circa 30 minuti arrivo in località Sasso Bove (o Bovè), zona di confine italo/svizzero, percorro alcune vecchie trincee che durante la prima guerra mondiale, avrebbero dovuto contrastare l'eventuale invasione austroungarica del lago di Lugano. Dalla palina segnavia proseguo a destra seguendo il "Sentiero dei Contrabbandieri", Alpe di Gotta, Foo di Parol, la pista forestale entra in piano nella Valle Bovè tra esemplari maestosi di faggio, tra cui il Foo di Parol "Fó di Parol", faggio delle parole 1070 m, così detto a causa delle tante incisioni (parole) sulla corteccia. Leggenda vuole che fossero i segni lasciati dai contrabbandieri per comunicare i carichi trasportati o le presenze indesiderate dei finanzieri. Sono ora nel cuore della foresta regionale, salgo dolcemente al riparo di faggi, frassini e aceri. Il sentiero si addentra nella valle, attraversando piccoli canaloni con ardite passerelle di legno, fino ad un bivio dove proseguo a sinistra seguendo il "Sentiero dei Contrabbandieri", guadagnando quota in 10 minuti arrivo ad un'altra pianta monumentale il Foo di Bait, faggio della baita, con una circonferenza di 5,70 m, un'altezza di 26 m e un'età di 250 anni…faccio una piccola pausa accanto a lui… Proseguo lungo la pista forestale fino all'alpeggio di Gotta 1246 m, con un'area di sosta e alcuni pannelli didattici. Riprendo la marcia salendo a destra sull'ampia carrareccia, giunto a un'ulteriore pannello mi fermo qualche istante ammirando il panorama sulla sottostante alpe di Gotta. Tralasciando il sentiero a destra per la Crocetta in breve arrivo al Barco dei Montoni 1346 m dove finalmente posso riscaldarmi sotto i raggi del sole. Dalla palina segnavia continuo seguendo le indicazioni per il M. Generoso, il sentiero entra nuovamente nel bosco e sale costantemente giungendo sul crinale in località Murelli 1499 m. Proseguo a destra seguendo i resti di un muretto a secco che demarca il confine tra la fitta pecceta demaniale, sulla destra e i verdi pascoli dell'alpe Pesciò alto, sulla sinistra. Prima di raggiungere la sella di Piancaccia salgo a destra sull'omonima cima 1594 m dove si trova un cippo di confine, il panorama e a dir poco strabiliante, un mare di nuvole con tutti i 4000 in bella evidenza. Scendo alla palina e proseguo sul sentiero in falsopiano attrezzato in alcuni tratti con delle catene in caso di ghiaccio. Oltrepassati i pinnacoli calcari del Baraghetto, in un crescendo di panorami sempre più vasti, arrivo al cartello rosso che indica il percorso alpinistico che sale da Rovio, da questo lato il Generoso fa proprio impressione, salgo verso destra verso la croce del Baraghetto che raggiungo in pochi minuti 1694 m, rimango qui qualche istante… Ridiscendo alla sella e proseguo diritto raggiungendo una recinzione, da qui piegando decisamente a destra salgo in cima al Monte Generoso 1704 m. Stranamente ci sono solo due persone, dopo aver scattato foto in ogni direzione mi concedo una breve pausa consultando il percorso che dovrò fare al ritorno. Ripercorro il medesimo itinerario tralasciando il sentiero da cui sono venuto e seguendo alcuni cartelli scendo verso gli edifici della stazione d'arrivo del treno a cremagliera che da Capolago nel Canton Ticino sale fin quassù. Dalla palina segnavia proseguo verso sinistra in piano seguendo le indicazioni per la "Caverna dell'Orso, lungo questo tratto di percorso si possono osservare alcuni pannelli didattici del vicino Osservatorio Astronomico pubblico, dotato del più potente e moderno telescopio di tutta la Svizzera. Giunto alla seguente palina segnavia, lascio la Svizzera alle mie spalle e scendo a sinistra seguendo la variante al "Sentiero basso" indicato dalla freccia per la Grotta dell'Orso. Giunto a un bivio scendo verso destra e in pochi minuti arrivo alla grotta, dove all'esterno si trovano alcuni pannelli didattici molto interessanti.
Proseguo seguendo il "Sentiero dell'Orso", dopo una breve discesa continuo in leggera salita raggiungendo un pianoro con una palina segnavia, scendo sul lato opposto da dove sono arrivato verso un ulteriore pannello. Continuo seguendo il sentiero e in breve raggiungo l'alpe Pesciò di mezzo, mirabile insediamento rurale in pietra a secco, un tempo qui vivevano nove famiglie con 400 capi di bestiame. Dalla palina segnavia in leggera discesa proseguo in direzione della bocchetta d'Orimento, dopo un ponticello tralascio la mulattiera che in breve arriva all'alpe Orimento e proseguo a sinistra seguendo le indicazioni per l'alpe di Gotta "Sentiero botanico-vegetazionale". Questo tratto è davvero molto affascinante e suggestivo, dopo aver costeggiato un torrente in secca, attraverso alcune radure e sempre in salita arrivo ad un piccolo laghetto quasi completamente ghiacciato. Seguendo le indicazioni della palina segnavia risalgo a un ulteriore palina dalla quale proseguo a sinistra per le "Baracche", "Sasso Bovè". La strada militare scende in maniera costante all'interno del bosco, poco dopo tralascio una deviazione a sinistra e proseguendo arrivo nel punto in cui si intersecano i vari sentieri e dove ero passato al mattino. Per non scendere subito decido di allungare il percorso proseguendo a sinistra seguendo le indicazioni per Pian delle Noci, Pellio Intelvi. In breve raggiungo la località Baracche, la "portineria" di questa importante linea di difesa che da Sasso Bovè sale fino al Barco dei Montoni. Qui i camion venivano identificati e fatti proseguire, oppure potevano scaricare il materiale che sarebbe stato distribuito nei vari depositi in un secondo tempo. La strada militare prosegue senza nessun tipo di problema nel silenzio del bosco, arrivato a un bivio con alcune paline segnavia, seguo a sinistra una traccia di sentiero non segnalato ma comunque facilmente individuabile, perdo quota costantemente all'interno di un avvallamento, per poi ricongiungermi con la mulattiera fatta al mattino, arrivando in breve all'auto. Escursione dallo sviluppo notevole per cui bisogna avere già un buon allenamento.
Malati di Montagna: Fabio

qualche immagine...






giovedì 15 novembre 2012

...silenzio...

"Osservate le stelle, la luna, il sole
come si muovono in silenzio.
Dobbiamo ascoltare il silenzio,
se vogliamo sentire l'anima commuoversi."
Madre Teresa

mercoledì 14 novembre 2012

Bussando alle porte del paradiso

Knockin' on Heaven's Door è una canzone scritta da Bob Dylan per la colonna sonora del film Pat Garrett & Billy the Kid del 1973. Essa è poi divenuta una delle più famose canzoni del cantante.

Mamma, portami via questo simbolo
io non posso usarlo ancora.
sta diventando oscuro, troppo oscuro da vedere
mi sento come se stessi bussando alle porte del paradiso

Bussando alle porte del paradiso
Bussando alle porte del paradiso
Bussando alle porte del paradiso
Bussando alle porte del paradiso

Mamma, metti la mia pistola a terra
io non posso sparargli ancora
Quella lunga nuvola nera sta scendendo
mi sento come se stessi bussando alle porte del paradiso

Bussando alle porte del paradiso
Bussando alle porte del paradiso
Bussando alle porte del paradiso
Bussando alle porte del paradiso

lunedì 12 novembre 2012

112: arriva in Italia il nuovo numero per le emergenze che vale in tutta Europa

Dalla montagna al mare, dalla strada al sentiero, tra poco il numero di riferimento per qualunque tipo di Sos sarà il 112, numero unico di emergenza valido in tutta l’Unione Europea. Importanti le novità introdotte con questo servizio, che proprio in queste settimane viene introdotto in Italia, in via sperimentale, a partire dalla Lombardia: all’arrivo di ogni chiamata sarà subito localizzata la posizione del chiamante, ci sarà la traduzione simultanea in 10 lingue diverse e la possibilità di richiedere soccorsi via sms.
Ci abbiamo messo un po’ per imparare il 118. Tra poco però, anche per i soccorsi in montagna bisognerà chiamare un altro numero, che sarà capace di offrire un servizio molto più ampio e che soprattutto sarà lo stesso in tutti i paesi Europei, dove fino ad oggi i numeri di soccorso erano diversi da regione a regione.
Il nuovo numero è il 112, fino ad oggi, in Italia, riferimento diretto dei Carabinieri. Sostituirà i vecchi numeri di emergenza 113, 115 e 118, che comunque rimarranno attivi e porteranno tutte le chiamate sulla centrale operativa del 112. Da questa centrale saranno coordinati gli interventi della Polizia, dei Carabinieri, dell’ambulanza sanitaria o dei Vigili del fuoco che faranno partire i mezzi dalla sede più vicina.
In queste settimane il 112 ha cominciato a funzionare ufficialmente dalla Lombardia, nelle province di Bergamo, Varese, Como, Lecco e Monza-Brianza. La centrale è composta da operatori facenti capo all’A.R.E.U. (Agenzia regionale emergenza urgenza) della Regione Lombardia.
“La Lombardia è la prima regione italiana in cui si sperimenta questo modello del call center laico – spiega Cristina Corbetta, ufficio stampa dell’Areu – ovvero di una centrale operativa in cui non sono presenti operatori delle Forze dell’Ordine nè del Soccorso sanitario o tecnico. La centrale riceve tutte le chiamate di soccorso e quindi le inoltra all’ente di competenza”.
Il call center laico introduce una preziosa novità: la localizzazione automatica del chiamante anche in caso di numero coperto o “privato”, che permetterà di l’intervento dei soccorsi anche quando il chiamante non è in condizioni di specificare dove si trova. Secondo i comunicati, per la localizzazione dei telefonini verrà utilizzata la rete cellulare (o il gps se disponibile), per i numeri di rete fissa invece si utilizzerà il database dei contratti con le società telefoniche.
Il 112 funzionerà anche in caso di disfunzioni della rete telefonica: in questi casi, infatti, rimarrà operativa una rete di emergenza che collega tutte le centrali collegate al 112. Le telefonate e gli sms sono gratuiti sia dai fissi che dai cellulari, e il 112 può essere chiamato anche da un cellulare senza sim o senza credito.
“La rete telefonica mobile è la stessa sia che si faccia il 112 sia che si componga il 118 – spiega la Corbetta -. Se il telefono riesce a contattare una cella, può fare qualsiasi numero. Diverso invece se parliamo di telefoni sprovvisti di SIM card o senza credito. In questi casi la normativa europea (come quella italiana) afferma che deve essere sempre possibile chiamare il numero unico europeo dell’emergenza 11se2″.
Abbiamo chiesto all’Areu se sia consigliabile per gli escursionisti/alpinisti iniziare a fare il 112 in caso di bisogno o se sia meglio, per ora, continuare a comporre il 118.
“In Italia il call center laico del NUE 112 è in funzione solo in Lombardia dove al momento abbiamo due differenti situazioni – spiega la Corbetta -. I distretti telefonici delle province di Varese, Como, Lecco, Monza Brianza e Bergamo veicolano ormai tutti i numeri di emergenza (112, 113, 115 e 118) al Call Center Laico NUE 112 di Varese che poi smista le chiamate alla Centrale Operativa (PSAP 2) più appropriato presente nel territorio di competenza. Il resto della Lombardia al momento lavora come tutto il resto dell’Italia, ma sono previsti due altri Call Center Laici a Milano e a Brescia che copriranno l’intero territorio regionale”.
“Ma il numero 112 può essere sempre usato per qualsiasi emergenza in tutta Italia – prosegue la Corbetta – perchè comunque risponderebbero i Carabinieri che avrebbero la responsabilità di gestire la richiesta di soccorso. Tuttavia, a parte Varese dove sono presenti operatori in numero sufficiente per gestire la quantità di chiamate di emergenza, nel resto d’Italia le centrali 112, che fanno capo ai Carabinieri, potrebbero non essere in grado di gestire un forte afflusso di chiamate per cui il consiglio è di continuare a chiamare i numeri specifici”.
“E’ comunque consigliabile continuare ad usare le numerazioni correnti anche per le province coperte dal servizio NUE 112 di Varese – conclude la Corbetta – infatti anche se le telefonate sono tutte indirizzate e gestite dagli operatori del NUE, il fatto che una specifica telefonata sia stata indirizzata dal cittadino al numero 115 o 118 consente all’operatore di conoscere in anticipo (prima di rispondere) quale tipo di emergenza si intende segnalare”.
E’ dunque prevista a breve l’estensione del 112 a a Milano e provincia (con centrale operativa a Milano) e successivamente nelle province di Brescia, Cremona, Lodi, Pavia, Mantova e Sondrio (con centrale operativa a Brescia). Al momento però, secondo quanto riferito dall’Areu, non è possibile sapere quando sarà in vigore su tutto il territorio nazionale.
L’attivazione del cosiddetto “Nue” in Lombardia, prima fra le regioni italiane, è il frutto di una intesa tra Regione Lombardia e il Ministero dell’Interno, che hanno messo in comune competenze tecnico-operative, tecnologie e risorse economiche per conseguire l’obiettivo dell’adempimento della direttiva Ue, volta ad introdurre un numero telefonico uguale in tutta l’Unione a cui i cittadini potessero rivolgersi in caso di emergenza.

mercoledì 7 novembre 2012


"Da un certo punto in avanti
non c'è più modo di tornare indietro.
E' quello il punto al quale si deve arrivare."
Kafka